Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Da Salah a Messi: Quando lo sport odia Israele

Il mondo dello sport resta da sempre un’entità che trasuda ipocrisia e doppiogiochismo, e quando non sono gli interessi economici e di facciata a condizionarlo, ci pensa la politica. Uno dei tiri a bersaglio favoriti dal benpensantismo un tanto al chilo resta ovviamente Israele,  ma ciò che è più grave è che tutti i soloni, gli intellettuali di sola andata e loro affini – immancabilmente pronti ad indignarsi di fronte all’esercizio del razzismo – in questo caso restano in silenzio. Quella che segue è la galleria degli orrori alimentati da menzogne, disinformazione e torbidi compromessi che fanno tanto comodo agli attori di quel grande Circo Barnum che è diventato lo sport nel mondo. A cominciare, ovviamente, dal calcio.

SALAH. L’egiziano Mohammed Salah sarà forse pure un dotato campione di calcio, ma di sicuro non lo è come uomo. Quando giocava nel Basilea fece finta di allacciarsi le scarpe pur di non partecipare ai tradizionali saluti di inizio partita con gli israeliani del Maccabi. E al ritorno si rifiutò di stringere loro la mano. Non fu un caso. L’attuale attaccante del Liverpool non volle giocare in squadra con l’israeliano Mundas Dabur, e bene fece allora chi gli ricordò  che il capitano della nazionale di calcio di Israele è un musulmano come lui, Bibras Natkho.

MESSI. Le falangi dei Propal sono riuscite a tirare persino uno del calibro di Lionel Messi per la maglietta, senza che nessuno però fischiasse il calcio di rigore.  Giugno 2018: il generale Jibril Rajoub, possibile successore del presidente Abu Mazen e capo della Federcalcio palestinese, chiede ufficialmente all’asso argentino di non giocare la partita Argentina-Israele a Gerusalemme, minacciando come ritorsione che i tifosi di tutto il mondo avrebbero dovuto bruciare le sue magliette se fosse sceso in campo: “Messi, che ha decine di milioni di fan nei Paesi arabi, è un simbolo di pace e amore, gli chiediamo di non giocare e ripulire l’immagine dell’occupazione israeliana e dei suoi crimini”.

Gli strali di Rajoub, le minacce di morte ai calciatori, le proteste spicciole con le maglie argentine imbrattate di sangue e il sussulto mediatico che si era scatenato alla fine convinsero Messi e soci a saltare l’appuntamento in Israele.

JUDO. Dal calcio allo Judo: La Federazione internazionale ha sospeso l’Iran per la politica di boicottaggio di atleti israeliani. Al judoka iraniano Mollaei era stato ordinato di ritirarsi dai Mondiali, con tanto di minacce, per evitare di affrontare l’israeliano Sagi Muki. L’atleta persiano Saied Mollaei rivelò le minacce ricevute dal regime degli ayatollah (comprese ritorsioni personali e alla sua famiglia, nel caso fosse sceso sul tappeto a gareggiare con un rivale israeliano), e dopo la manifestazione iridata a Tokyo fuggì in Germania, chiedendo asilo politico: per fortuna non tutti si chiamano Salah.

NUOTO. Altre Olimpiadi, altro anno, stesso copione. Mohammed Alirezaie, ranista della nazionale iraniana, si rifiuta di scendere in vasca alle Olimpiadi in Cina: “Avevo mal di pancia”, provò pateticamente a giustificarsi. La verità era un’altra: la decisione di non farlo gareggiare venne presa in linea con la politica del regime di Teheran che non permette ai propri atleti di competere con quelli di Israele. L’Iran non riconosce il diritto all’esistenza dello Stato Ebraico, anzi se ne aspetta la fine. Alirezaie avrebbe dovuto scendere in vasca con il nuotatore israeliano Tom Beeri. Alle Olimpiadi di Atene del 2004 un altro atleta iraniano, Arash Miresmaeili, si rifiutò di combattere con un israeliano, Ehud Vaks, e fu per questo accolto come un eroe dalle autorità di Teheran al rientro in Patria (e ricompensato dal regime iraniano con un premio di 115.000 dollari, lo stesso che gli sarebbe spettato se avesse vinto la medaglia d’oro).

ANCORA CALCIO. E siamo ai giorni nostri. A marzo di quest’anno arriva la notizia: la Fifa toglie all’Indonesia i Mondiali di calcio Under 20 previsti per maggio 2023. Alla base della decisione l’opposizione di Indonesia e Iraq, per motivi politici, di scendere in campo contro Israele che si è qualificato per il torneo. “A seguito dell’incontro tra il presidente Gianni Infantino e il presidente della Federcalcio indonesiana Erick Thohir, la Fifa ha deciso, a causa delle circostanze attuali, di rimuovere l’Indonesia come ospite della Coppa del Mondo Fifa U-20 2023”. Per una volta, almeno, qualcuno ha fatto la cosa giusta.

BEITAR GERUSALEMME. Ma il razzismo infesta anche il calcio israeliano. Un segnale molto grave. I disordini avvenuti nella finale della Coppa d’Israele allo stadio Sammy Ofer di Haifa terminata con la vittoria del Beitar Gerusalemme (i cui ultrà non sono nuovi a episodi di violenza e razzismo, in particolare verso coloro che sono di religione musulmana) sul Maccabi Natanya e con una invasione di campo da parte di migliaia di violenti misero a repentaglio persino la incolumità del Capo dello Stato, Isaac Herzog, presente in tribuna d’onore.

Sorprende e addolora che questa squadra che milita nella serie A israeliana abbia al seguito una simile teppaglia. Gli ultrà del Beitar, dopo l’acquisto dei due calciatori ceceni di fede musulmana, esposero uno striscione che recitava: «Il Beitar rimarrà sempre puro», accompagnandolo con cori di razzisti. La Federazione di calcio israeliana, per questo motivo, squalificò lo stadio di Gerusalemme per cinque partite, multando il club per 50 mila shekel (circa 10 mila euro). Il proprietario del club, Moshe Hogeg, stanco di questa situazione ha messo in vendita il club: come dargli torto?

 

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