Interviste

Eurabia e la svendita di Israele: Intervista a Bat Ye’or

Pochi autori negli ultimi decenni hanno generato un dibattito acceso come quello suscitato dal lavoro di Bat Ye’or. A lei si deve l’ingresso nel mercato delle idee di termini come “dhimmitudine” ed “Eurabia”, entrambi essenziali per comprendere la natura politica dell’Islam, il suo trattamento delle minoranze non musulmane e l’asse politico-economico costruito negli anni ’70 tra l’Europa e il mondo arabo. E’ in virtù di questo intreccio progredito per tappe, culminato con la crisi petrolifera del 1973, che Israele viene svenduto dall’Europa agi interessi arabi. Con lucida precisione, indicando uno dopo l’altro fatti, documenti inoppugnabili, dichiarazioni pubbliche, Bat Ye’or ci ha mostrato come l’Europa del dopoguerra e del dopo Shoah, abbia progressivamente reso l’antisemitismo ancora praticabile nella forma dell’antisionismo.

Recentemente in Italia, dove ha partecipato a Torino a un convegno organizzato da Emanuel Segrè Amar, ha concesso una intervista all’Informale.

Nel suo testo seminale Eurabia lei ha spiegato come l’Europa negli anni Settanta, guidata dalla Francia, abbia perseguito una specifica politica filoaraba in modo particolare contro gli interessi di Israele. In che misura ha contribuito l’antisemitismo in tutto ciò?

E’difficile stabilire il ruolo dell’antisemitismo tra attori in molti paesi i quali hanno preso decisioni in una varietà di campi. Specialmente da quando nell’Europa postbellica era praticamente impossibile esprimere opinioni antisemite. Tuttavia, può essere notato che noti antisemiti sono rimasti in posizioni chiave. Quindi, malgrado le purghe postbelliche, negli anni ’60 e negli anni ’70 una rete influente di funzionari, intellettuali ed esecutivi che avevano appoggiato o collaborato con i regimi nazisti e fascisti sono rimasti in posizioni autorevoli all’interno dello stato. Per esempio, Walter Hallstein, che fu il primo presidente della Commissione Europea dal 1958 al 1967, era un convinto antisemita, un avvocato che insegnava all’università e un ufficiale delle SS. Aveva proposto una Europa unita sotto il nazismo dove l’applicazione delle leggi razziali di Norimberga avrebbe eliminato tutta la vita ebraica, una Europa nazista unita economicamente con il mondo arabo. Hans Globke, coautore delle Leggi di Norimberga, era consigliere del Cancelliere Adenauer e la sua eminenza grigia. Questa situazione esisteva in tutta l’Europa occidentale. Questi circoli promuovevano un’alleanza europea con gli stati arabi dove i criminali nazisti avevano trovato rifugio. Convertitosi all’Islam ebbero posizioni importanti in Siria e in Egitto nella guerra contro Israele. Non dimentichiamoci che dal 1930 una forte alleanza politica e ideologica basata su un comune antisemitismo univa il fascismo e il nazismo con le popolazioni arabo-musulmane. Questo attivo ma discreto nucleo euro-arabo acquisì importanza dopo il 1967 grazie alla politica filoaraba francese. Da quel momento, sotto il patronato del Quai d’Orsay, emerge un discorso degno di Goebbels in relazione allo Stato di Israele. Nonostante queste reti, tuttavia, l’opinione pubblica europea e i governi dell’epoca, con l’eccezione della Francia, non erano antisemiti. Fu la Lega Araba che impose alla Comunità Europea, dopo la guerra di Yom Kippur dell’ottobre 1973, una strategia politica antisemita la quale anticipava lo sradicamento dello Stato di Israele, come si vede dalla Conferenza dei Capi di Stato Arabi che ebbe luogo ad Algeri dal 26 al 29 novembre del 1973. A questo scopo usò l’arma del petrolio proibendo la sua vendita a tutti i paesi amici di Israele. L’embargo del petrolio sarebbe stato rimosso solo a queste condizioni: primo, il riconoscimento di un popolo Palestinese, precedentemente ignoto e di Yasser Arafat come suo unico rappresentante, secondo l’islamizzazione di Gerusalemme e terzo, il ritiro di Israele sulle linee armistiziali del 1949. Abba Eban, all’epoca ministro degli Affari Esteri, chiamò questi confini, “i confini di Auschwitz”, sarebbe a dire quelli della Soluzione Finale, perché mettevano Israele in un pericolo mortale. La Francia non venne colpita dall’embargo. Nel 1969 aprì una rappresentanza dell’OLP a Parigi non senza avere prima adottato una politica anti-Israeliana nel 1967. Secondo l’analista arabo Saleh A. Mani, una politica di convergenza euro-araba in contrasto a Israele venne concepita dalla Francia con Muammar Gheddafi nel 1973 prima della Guerra di Yom Kippur. In due dichiarazioni, nel novembre e nel dicembre del 1973, con sconcerto degli Stati Uniti, i Nove si sottomisero alle richieste della Lega Araba. Queste decisioni segnano l’inizio di una politica di alleanza europea con l’OLP il cui scopo, noto a tutti, era quello di distruggere Israele. Il sostegno europeo per la guerra araba contro Israele ha condotto a un movimento di delegittimazione e diffamazione dello Stato ebraico imposto dai paesi europei alle loro popolazioni sul piano politico, sociale e culturale, allo scopo di rimpiazzare Israele con la Palestina. Gli antisemiti si impegnarono in questo movimento, reso legale e promosso dagli stati.




Le recenti risoluzioni Unesco del 2016 e del 2017 hanno espropriato simbolicamente Israele a Gerusalemme del Muro Occidentale e del Monte del Tempio e a Hebron della Tomba dei Patriarchi. Non è questo parte di una precisa strategia, la cancellazione della memoria ebraica dalla Palestina in modo da rimpiazzarla completamente con la storia islamica?

Esattamente, questo è precisamente lo scopo. Tale decisione era già implicita nella decisione della Comunità Europa nel 1973 quando chiese il ritiro di Israele sulle linee del 1949 e l’islamizzazione di Gerusalemme. Si ricordi che la guerra del 1948-49 venne scatenata dai paesi arabi e dagli arabi in Palestina assistiti dai soldati musulmani delle armate fasciste e naziste della Seconda Guerra Mondiale. Durante questa guerra, le armate arabe presero Gerusalemme Est e i territori in Giudea e Samaria, che colonizzarono e islamizzarono cacciando gli abitanti ebrei. L’Europa non protestò contro questa acquisizione araba attraverso la guerra e per l’espulsione dei suoi abitanti ebrei. Dal 1949 al 1967, nessun popolo palestinese apparve in questi territori per reclamare il proprio stato. La politica anti-israeliana della Comunità Europea decisa nel 1973 venne riaffermata dall’CE durante il suo incontro con l’OLP, nella Dichiarazione di Venezia del giugno 1980. Con questo passo, la CE desiderava restaurare delle relazioni economiche fruttuose con i paesi arabi che si erano interrotti a seguito della pace separata tra Israele e l’Egitto che i paesi europei non riuscirono a impedire. La negazione dei diritti storici degli ebrei nel loro paese e la cancellazione della loro memoria religiosa e culturale conferma la versione e le interpretazioni islamiche della storia biblica. Il Corano afferma che tutti i personaggi ebraici biblici, Gesù incluso, erano musulmani. Arafat e Mahmoud Abbas, aiutati da storici europei, hanno continuato ad appropriarsi della storia del popolo ebraico. La soppressione da parte europea della storia e della memoria del popolo di Israele cancella quella della cristianità, la sua identità e la sua legittimità poiché il cristianesimo è radicato nel giudaismo. E se il giudaismo è una aberrazione o la falsificazione dell’Islam, così lo è il cristianesimo. Gli stati europei, che in linea di principio sono cristiani, sono d’accordo di islamizzare le fonti della loro identità teologica e religiosa, in virtù dell’odio nei confronti di Israele.

In questi ultimi anni abbiamo visto sempre di più svilupparsi una narrativa il cui nucleo è che l’Islam avrebbe contribuito fortemente alla creazione dell’Europa. Allo stesso tempo nell’introduzione della Costituzione Europea non vi è alcuna menzione alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. L’attuale papa non perde mai un’occasione per dichiarare che l’Islam è una religione pacifica e che, se ci sono musulmani violenti ci sono anche cristiani violenti. Cosa ha da dirci in merito?

Questa narrativa relativa alla predominante influenza islamica sulla scienza europea viene da due fonti: una araba e l’altra europea, entrambi politiche. Gli esperti hanno mostrato che non vi è alcuna base storica, perché le radici dell’attuale civiltà europea sono il giudeo-cristianesimo, la Grecia, Roma e i filosofi dell’Illuminismo. La fonte arabo-musulmana è una risposta, dagli anni ’20, ’30 al confronto dei paesi musulmani con il progresso moderno della civiltà europea. La superiorità del mondo della miscredenza è umiliante e inaccettabile per l’Islam, il quale, attraverso questa pretesa culturale, attribuisce i meriti a se stesso. Detto questo, è chiaro che ci sono stati prestiti qui e là, così come ci sono stati da parte degli Indù e dei cinesi. Sono normali scambi tra popoli e civiltà ma non sono elementi fondamentali. E’ vero che le antiche civiltà dell’Oriente hanno influenzato quelle emerse successivamente in Europa. Ma queste civiltà pagane, precedenti di tremila anni la nostra era, non devono nulla all’Islam che venne molto dopo, né all’Arabia geograficamente isolata nei suoi deserti. Questa affermazione è anche un modo per gli immigrati musulmani di asserire una antica presenza culturale e scientifica dell’Islam in Europa e di rivendicare diritti politici e religiosi nei paesi in cui emigrano. La fonte europea proviene dalla politica mediterranea il cui scopo è quello di unire le due sponde del Mediterraneo tramite una integrazione strategica e culturale. Utilizza il linguaggio accattivante del cortigiano nei confronti dei potentati arabi e cerca sempre di ingraziarsi la sensibilità musulmana in modo particolare tramite una speciosa similitudine storica tra l’Islam e l’ebraismo. Questa fonte non riconosce il giudeo-cristianesimo perché i musulmani se ne sentono offesi. Per facilitare l’integrazione di milioni di immigranti musulmani, l’Europa sta rinunciando alle sue radici. Nel 2000 il deputato francese Jean Louis Bianco discusse gli argomenti su questo soggetto nel Comitato di redazione della Carta Europea. Quando il negoziatore del governo francese, Guy Braibant, chiese “che conclusione potrebbero trarre i milioni di musulmani europei” se la Carta si fosse riferita ai valori cristiani?, il caso fu chiuso. Il papa ha ragione nel dire che la violenza esiste ovunque. Ma non stiamo parlando della violenza individuale, stiamo parlando di un sistema politico-religioso il quale promuove la guerra e che accetta solo tregue temporanee con i non musulmani. Per quanto mi è noto, il jihad, la guerra religiosa per la conquista planetaria, esiste solo nell’Islam. Senza volere minimizzare i periodi di tolleranza islamica o i tentativi di alcuni monarchi di modernizzare le concezioni islamiche, si deve riconoscere che l’ideologia jihadista giustifica il terrore, il fanatismo, la guerra e il genocidio. Se vogliamo creare una umanità più fraterna dobbiamo discutere apertamente gli obbiettivi e le leggi del jihad. Aiuteremmo i musulmani progressisti i quali combattono coraggiosamente questa lotta.




Nella sua Carta del 1989, Hamas dichiara esplicitamente che la Palestina è un waqf islamico perenne. Ciò è molto coerente con l’idea islamica che una volta che un territorio è conquistato dall’Islam gli appartiene per sempre. Qual è la sua opinione in merito?

L’opinione di Hamas è in accordo con le leggi della guerra islamica di conquista. Qualsiasi paese non musulmano conquistato dall’Islam diventa un waqf, una dotazione per tutti i musulmani. Non si tratta solo dei territori conquistati dai miscredenti che costituiscono un waqf ma l’intero pianeta il quale è destinato da Allah a diventare un waqf governato dal califfo per conto dei musulmani. E’ questo credo che determina l’obbligo della conquista universale il quale è incombente su ogni musulmano, possibilmente attraverso la guerra. A maggior ragione nessuno dei paesi che sono già stati islamizzati può tornare ai suoi detentori precedenti. Questo ragionamento non si applica solo a Israele ma a tutti i paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa i quali, conquistati e islamizzati tramite il jihad, sono diventati un waqf. Il concetto di waqf è apparso per la prima volta nell’Islam durante la conquista araba della Mesopotamia, Sawad, intorno al 636, in una discussione tra il califfo Omar ibn al Khattab e i suoi generali, a proposito dei territori e dei popoli conquistati. L’idea del waqf governato dal califfi per tutti i musulmani venne proposta da Ali, il futuro califfo. L’imposizione del waqf nella legge sulla terra relativa ai paesi sottratti ai popoli miscredenti ha proibito, con poche eccezioni, la divisione della terra e la proprietà privata, cosa che spiega l’assenza di diritti di proprietà degli abitanti dei villaggi nella Palestina ottomana e mandataria. Ma l’opinione di Hamas contiene una contraddizione. Se la Palestina è una terra waqf allora i palestinesi non hanno mai posseduto lotti di terreno demarcati secondo un registro del catasto. Se possedevano dei lotti allora la Palestina non è più una terra waqf. Hamas è teoricamente nel giusto nei termini dei diritti della conquista islamica fino al Mandato britannico che abolì questo diritto nella Palestina del 1917. Oggi l’Occidente deve fronteggiare una jihad globale, deve mettere in discussione le basi morali del jihad e se le leggi dell’islamizzazione della terra conquistata ad altri popoli può essere universalmente applicabile anche all’Europa. Nel 1973 l’Europa le impose a Israele definendo la Giudea e la Samaria terre arabe occupate a seguito dell’espulsione di tutti gli ebrei. I suoi recenti decreti in merito alla segnalazione dei prodotti che provengono da questi territori indica che l’Europa adotta le leggi del jihad e della sharia relativamente a Israele.

La diffamazione di Israele prosegue da cinquanta anni. La imprevedibile e clamorosa vittoria israeliana nella Guerra dei Sei Giorni non è mai stata perdonata dagli arabi e dal mondo musulmano. Fino a che punto l’Europa ha contribuito a questa diffamazione e perché?

Il mondo musulmano non ha accettato Israele dal 1948 e anteriormente. Era allo scopo di annientare Israele che la coalizione egiziano-siriana e transgiordana lo ha attaccato nel 1967. Il terrorismo palestinese e l’embargo sul petrolio costrinsero l’Europa a sottomettersi alle condizioni arabe. Nel 1973 il sostegno nei confronti dell’OLP divenne un elemento strutturale indispensabile della politica mediterranea euro-araba. L’antisemitismo, la diffamazione, l’incitamento all’odio e la delegittimazione di Israele divennero una fonte di profitti per l’Europa e andarono a costituire una base inamovibile che condizionò i suoi scambi economici, industriali, commerciali e culturali con il mondo arabo. La decisione europea di sostenere l’OLP in modo da costruire una strategia di unione con il mondo arabo-musulmano del Mediterraneo-Eurabia-ha determinato il condizionamento da parte delle università, dei media e della cultura del pubblico europeo in nome di una politica che ha giustificato moralmente l’eradicazione dello Stato ebraico. Il mondo arabo reclama dall’Europa la creazione della Palestina con Gerusalemme come sua capitale. La resistenza di Israele dal suo suicidio richiesto dall’Unione Europea, esacerba le tensioni. L’Europa paga miliardi ai palestinesi, all’UNRWA e alle ONG che diffondono l’odio per Israele su scala globale, dunque ha contribuito grandemente all’antisemitismo. I motivi di questa campagna sono solo il petrolio, i profitti economici e un virulento antisemitismo di matrice europea travestito da politica umanitaria.

Israele è l’unico paese occidentale nel Medioriente. Oggi, in compagnia di quegli arabi e musulmani che lo detestano, troviamo estremisti di sinistra, terzomondisti e, ovviamente, estremisti di destra. Il comune denominatore di questo odio non è solo Israele ma l’Occidente di cui Israele è un simbolo. E’ d’accordo?

Geograficamente Israele non è un paese occidentale. E’ una democrazia, uno stato legale ebraico il quale condivide valori fondamentali con l’Occidente a causa della loro comune eredità biblica e secolare. Tenga presente che tutte le chiese posseggono una Bibbia e che senza il giudaismo il cristianesimo non esisterebbe. Nel campo secolare il contributo della diaspora ebraica alla civiltà occidentale nei termini della legge, della cultura, della scienza e della solidarietà sociale è un elemento addizionale. Nell’Islam l’odio per l’ebreo e il cristiano sono inseparabili. Dall’inizio, il mondo arabo-islamico e quello turco cercarono di distruggere e islamizzare i regni cristiani. Questa guerra jihadista che l’Europa non vuole riconoscere, oggi intrapresa dalla penna, dalla corruzione delle elite, dal terrorismo e dalla distruzione della sua identità, è durata da tredici secoli. Se avessimo aperto un dibattito su queste realtà, avremmo potuto svuotare l’ascesso e incoraggiato l’emergere di un Islam liberato dai fanatismi del passato. Molti musulmani lo hanno richiesto perché non tutti sono jihadisti. Gli estremisti di sinistra e i terzomondisti, sopravvissuti alle ideologie totalitarie si sono aggregati per interesse ai movimenti arabi e musulmani ostili all’Occidente e a Israele.




Mentre Israele è considerato da una minoranza consistenza del mondo occidentale come uno stato canaglia e l’antisemitismo è spesso giustificato dichiarando che è un effetto della politica di Israele nei confronti degli arabi palestinesi, che è un altro modo di dire che le vittime si meritano quello che gli accade, l’Islam è l’unica religione in Occidente che beneficia di una sorta di protezione inviolabile da parte della critica. Quali sono le ragioni principali di questo atteggiamento?

I paesi occidentali sono perfettamente consapevoli dei pericoli insiti nel criticare le leggi islamiche. Il concetto di un Corano increato, in altre parole di un testo consustanziale con l’eternità divina, proibisce sotto accusa di blasfemia qualsiasi critica delle leggi radicate in esso. La proibizione di criticare l’Islam in Occidente ambisce a salvaguardare la suscettibilità delle popolazioni immigranti che non sono abituate alle libertà politiche e di espressione delle nostre democrazie. Questa proibizione non impedisce azioni criminali violente come l’assassinio in Olanda di Theo Van Gogh, tra gli altri, e la ritorsione dell’Organizzazione della Cooperazione islamica la quale raggruppa 56 paesi musulmani. La OIC richiede agli stati europei che non si affrettano a obbedirle misure severe che puniscano gli europei colpevoli di “islamofobia”. Descrivo questa situazione in “Verso il Califfato Universale” edito in Italia da Lindau. E’ d’altronde vero che questa critica dell’Islam pone un problema: mina la politica di amalgama euro-araba e provoca dei conflitti tra gli europei e decine di milioni di immigranti musulmani. Gli stati sono obbligati ad imporre la pace pubblica tra diverse religioni e popolazioni. Prigioniera del dilemma, la UE, incoraggiata dall’OIC, rinforza contro le sue popolazioni il suo arsenale repressivo punendo l’”islamofobia”, dunque violando la libertà di espressione e di opinione.

L’Europa è vecchia e Israele è giovane. In Europa il tasso di natalità è sceso drammaticamente negli ultimi decenni mentre in Israele è andato crescendo stabilmente. In Italia, giusto per fare un esempio, il tasso di natalità è di 1,3 mentre in Francia è di 2,0. In Israele è di 3,11. Israele, un paese circondato da nemici che vogliono la sua distruzione, è proiettato verso il futuro, mentre l’Europa, che si trova in una situazione molto più favorevole, sembra non credere più nel proprio futuro. Come spiega questo paradosso?

Ci sono varie ragioni per questo declino europeo. I governi non hanno incoraggiato sufficientemente una politica amichevole verso le famiglie che solleverebbe la madre da una combinazione di lavoro domestico e esterno, ma è soprattutto la natura piacevole ed edonistica delle nostre società, una deliberata soppressione dei valori, una educazione che favorisce lo scetticismo, che incita i giovani a rigettare gli obblighi, gli impegni e i sacrifici relativi agli impegni e alla procreazione. Ma non dobbiamo esagerare, le nostre società europee custodiscono tesori di generosità e solidarietà. Israele rappresenta un popolo unito malgrado la sua frammentazione in diversi paesi e che potrebbe sopravvivere ovunque in virtù della solidarietà dei suoi membri. Dopo la distruzione della Giudea da parte dei Romani nel 135, le comunità ebraiche in esilio si diedero la regola di sopravvivere in mezzo a popolazioni ostili. Non posso spiegare la forza della speranza di Israele, forse proviene dai problemi di sopravvivenza di questo popolo eccezionale che vive nella permanenza del dialogo con Dio.

Relativamente alla violenza nell’Islam, una delle principali distinzioni fatte dagli studiosi è quella tra l’Islam e l’Islamismo. In questa visuale l’islamismo sarebbe l’Islam andato alla deriva. Cosa ne pensa?

Questa affermazione fa parte della retorica fuorviante dell’Europa la quale vive in negazione sin dai suoi accordi del 1973. Gli stessi musulmani la confutano. La violenza islamica che vediamo oggi, che sta terrorizzando molti musulmani e stati islamici, si è ripetutamente manifestata nella storia perché è conforme alla legge islamica. L’evoluzione delle idee e delle società musulmane nel ventesimo secolo attenuò o soppresse i comandamenti più rigorosi. Oggi molti intellettuali e leader politici come il maresciallo Abdel Fattah al-Sissi e persino l’Arabia Saudita chiedono un aggiornamento alle autorità religiose. L’UE e il governo di Barack Obama non hanno accompagnato o sostenuto questo movimento rivoluzionario e coraggioso che potrebbe cambiare totalmente le relazioni internazionali e portare pace, sicurezza e sviluppo economico a questi paesi. Obama e l’UE hanno collaborato alla primavera araba così male nominata e all’ascesa dei movimenti radicali.

Allegati all’articolo alcuni documenti originali.

 

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