Interviste

Kawtar Barghout: “Il wahabismo sta prendendo piede in Europa”

Kawtar Barghout, giovane (classe 1991) padovana di origine marocchina, fa parte dell’associazione “Stop radicalizzazione”. Le sue critiche nei confronti di salafismo e wahabismo hanno scatenato l’ira di alcuni connazionali marocchini e musulmani italiani. Una recente presa di posizione contro lo ius soli ha suscitato curiosità e alimentato altri attacchi (ma anche elogi) nei suoi confronti. Come se non bastasse, si è dichiarata “simpatizzante di Israele”.
L’Informale non ha perso l’occasione di intervistarla, parlando con lei di immigrazione, Marocco, Israele, antisemitismo e razzismo.

Kawtar Barghout, vivi in Italia da quando hai due anni ma fai notizia perché sei “di origini marocchine e dici no allo ius soli”. Cosa ne pensi del dibattito sui temi inerenti all’immigrazione in Italia?

L’immigrazione in Italia non viene affrontata con approccio pragmatico. La tendenza è o un estremo buonismo o un estremo cattivismo. Una determinata parte politica, la peggiore, afferma che non devono esserci frontiere e che bisogna aiutare tutti, tanto da ritenere che nessuno sia illegale. Il reato di clandestinità è previsto in tutti gli ordinamenti con pene molto aspre. In Italia, dal 2009, la clandestinità è un reato convenzionale.
La visione di questa parte politica è che tutta l’Africa muoia di fame e sia in guerra costante. Senza le dovute distinzioni stiamo commettendo un gravissimo errore: aiutando tutti si tolgono risorse a chi ne ha veramente bisogno. Purtroppo l’attuale narrazione sull’immigrazione non distingue tra profugo e migrante economico che non ha nessun diritto di giungere illegalmente sul suolo italiano.
La politica immigratoria in Italia dovrebbe tornare a basarsi sul requisito del lavoro e dell’autosufficienza: un migrante economico che non ha questi requisiti non dovrebbe nemmeno approdare nelle coste italiane, mentre chi scappa dalla guerra dovrebbe poterlo fare in totale sicurezza. I somali, per poter chiedere asilo in paesi come il Canada, l’Australia, gli Stati Uniti si spostavano verso il Kenya, effettuavano l’iter per il riconoscimento del loro status e comodamente da un aereo raggiungevano il paese di accoglienza.
In Italia ci sarebbe già la possibilità di raggiungere il Paese in modo sicuro richiedendo il modulo C3 alla polizia di frontiera ed iniziare il proprio iter di riconoscimento del proprio status. L’Australia presentava lo stesso problema dell’Italia con le carrette del mare, ma con un lavoro di sensibilizzazione nei paesi di origine dei migranti e con una politica di respingimento ha risolto il problema. Se non si arriva a dire un chiaro no alle carrette del mare si continuerà ad incentivare questo fenomeno.

Come reagiscono gli altri italo-marocchini alle tue posizioni molto critiche nei confronti del radicalismo islamico?

Sulla questione del radicalismo islamico, molti connazionali non hanno la benché minima idea di quale corrente facciano parte. Quando leggono i miei post su facebook, non avendo a mente la complicata galassia dell’Islam, pensano che lo stia criticando interamente, senza rendersi conto che critico solo la corrente salafo-wahabita. Molti musulmani dimenticano che nell’Islam ci sono ben quattro scuole giuridiche sunnite: Hanafita, Malikita, Hanbalita e Shafi’ta. Queste interpretano tutte in maniera diversa il testo coranico. Un Malikita non sarà mai come un Hanbalita. Inoltre, accanto a queste, si sono create correnti di pensiero come il Salafismo moderno che traccia le sue origini nel diciannovesimo secolo e che vorrebbe un ritorno alle radici, cioè un Islam puro e scevro di modernità applicando un’interpretazione letterale del Corano. Accanto al Salafismo vi è anche il Wahabismo che è sempre una corrente del diciottesimo secolo, la quale ambiva ad una riforma religiosa nel cuore dell’Islam sunnita. La sua interpretazione letterale e quindi rigorosa ha impedito ai paesi in cui è applicata, come l’Arabia Saudita, di progredire. Le mie critiche sono mosse nei confronti di queste due correnti che, silenziosamente, stanno prendendo piede in Europa in una sorta di neocolonialismo culturale, andando quindi a distruggere quelle che sono le peculiarità religiose degli immigrati in Europa.
Un Malikita di stampo Sufi del Marocco, non avendo cultura religiosa del suo Paese e tanto meno memoria, viene corrotto da queste correnti senza rendersi conto della gravità della situazione, tanto da trovare fastidiose le mie critiche che ambiscono a mantenere le tradizioni della madre patria.




Visiti ancora spesso il Marocco? Rispetto all’Italia e all’Europa quali differenze noti soprattutto riguardo alla condizione femminile?

Il Marocco lo visito ogni due anni, in quanto la mia curiosità mi porta sempre a visitare altri Paesi. Al di la della distanza rimango aggiornata sugli sviluppi politici e sociali del Paese grazie al web ed ai parenti. La condizione femminile in Marocco è in continua evoluzione. La riforma del codice di famiglia del 2004 (Mudawwana) ha portato ad un ampliamento dei diritti delle donne abolendo quella che è la famiglia patriarcale e accentuando il rispetto verso la donna.
La poligamia rimane autorizzata ma è difficile da ottenere, anche se è possibile attraverso escamotage. Viene abrogato il ripudio (divorzio verbale), l’età minima legale per il matrimonio passa da 15 a 18 anni, le molestie sessuali vengono considerate come reato e punite dalla legge, la donna può sposarsi senza il consenso del padre, la fedeltà coniugale diventa reciproca e non spettante solo alla donna.
Il pregiudizio sul mondo arabo è talmente forte che si scambia la condizione della donna dell’Arabia Saudita con quella della donna marocchina. In Marocco una donna può guidare l’automobile, pilotare caccia militari, fare il medico, l’avvocato, il ministro, andare in bicicletta ed uscire senza l’accompagnatore maschile. Tutte cose che in Arabia Saudita non si potrebbero fare.

Recentemente, sul tuo profilo facebook hai dichiarato di “simpatizzare per Israele”. Puoi spiegare meglio questa tua posizione?

Ho conosciuto vari arabi israeliani ed il loro attaccamento ed amore per il Paese di cui fanno parte mi ha portato a rivedere, negli ultimi tre anni, la mia posizione su Israele, unica democrazia in Medio Oriente. La mia simpatia per Israele va scissa da quello che è il conflitto israelo-palestinese. Molti, per screditare Israele, affermano che sia in vigore un regime di apartheid nei confronti degli arabi. Questo non è vero, infatti molti arabi rivestono ruoli di vertice in Israele. I drusi che vivono in alta Galilea e nella zona del monte Carmelo combattono nell’esercito israeliano nell’unità drusa, il Gdud Herev; un colonnello delle brigate d’élite (Rassan Alian n.d.r.) è di origine drusa. La stessa Israele difende i drusi siriani in Siria dalla minaccia jihadista.

Ritieni che sia diffuso l’antisemitismo nel mondo arabo? E nel mondo musulmano italiano?

Nel mondo arabo l’antisemitismo è molto diffuso anche se, ad esempio, il Marocco ha ottimi rapporti con gli ebrei marocchini. Il consigliere reale è un ebreo, André Azoulay. Tanti ministri, imprenditori e giornalisti marocchini sono parte della comunità ebraica sefardita. Storicamente tanti ebrei spagnoli, dopo la cacciata dalla Spagna nel 1492, si sono rifugiati in Marocco. Per le loro grandi capacità e cultura, sono stati insigniti del ruolo di diplomatici.
Per quanto gli ebrei siano parte del tessuto sociale del mondo arabo, a causa della questione palestinese sono esplosi i rancori non per obiettività ma solo per questioni religiose.La maggior parte degli arabi simpatizza per i palestinesi poiché sono musulmani come loro, arrivando anche a giustificare gli atti terroristici.
In Italia invece, in termini di antisemitismo, è decisiva la corrente della Fratellanza Musulmana nostrana che sin da ragazzini inculca la diffidenza e l’odio verso gli ebrei.




Sei stata vittima di episodi di razzismo diretto o indiretto? Pensi che l’Italia sia un Paese razzista?

Parto dalla premessa che non esista un popolo meno o più razzista degli altri, vedo il razzismo in certi italiani come in certi marocchini.
Ho avuto i miei problemi di razzismo in ambito scolastico, dalle scuole elementari alle scuole superiori. Era un razzismo velato da invidia poiché ero molto brava nello studio e le compagne mi domandavano come potesse una straniera essere più brava di loro. Non ho mai affrontato la questione con vittimismo ma ne ho tratto motivazione e determinazione. Adesso ripensandoci mi rendo conto che mi ha forgiato il carattere. Riesco ad affrontare con estrema leggerezza e positività qualsiasi evento come quelli di vero razzismo di alcuni miei connazionali marocchini a seguito delle mie esternazioni sullo ius soli, accompagnati da minacce di morte di tutti i tipi e gravi diffamazioni.

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