Editoriali

Giudea e Samaria: Perche non si deve parlare di annessione

In questi ultimi giorni si è aperto un grande dibattito in merito alla ventilata decisione del neo governo d’Israele di “annettere” parti del territorio di Giudea e Samaria (Cisgiordania). Ancora una volta la UE ha preso una posizione di decisa ostilità nei confronti di Israele, arrivando a minacciare sanzioni economiche.

In realtà non si può nemmeno parlare di annessione e la reazione europea è del tutto ingiustificata.

Per il diritto internazionale, il concetto di annessione è riferito ad un territorio, precedentemente appartenuto legalmente ad un Stato, e successivamente conquistato e amministrato con le leggi dello Stato “conquistatore”. Se tale conquista è avvenuta mediante una guerra d’aggressione, la conseguente annessione, per il diritto internazionale, è illegale. Se la conquista è avvenuta tramite una guerra difensiva, la conseguente annessione può essere considerata legale qualora i due Stati belligeranti firmino un trattato che ne sancisca la legittimità. Se questo non avviene si può parlare di “occupazione legale”di un territorio. Una dettagliata e precisa disamina della differenza tra guerra di aggressione e guerra difensiva è stata fatta in numerose pubblicazioni dal giurista inglese E. Lauterpacht, considerato tra i più grandi esperti di diritto internazionale. Tra i casi più noti, di guerra illegale di aggressione, si possono annoverare i casi dell’occupazione di Cipro da parte della Turchia e della Crimea da parte della Russia con relativa annessione.

Il caso di Israele è completamente diverso: il territorio noto come Cisgiordania, per il diritto internazionale – secondo il principio dell’uti possidetis – apparteneva ad Israele, come legittimo successore del Mandato per la Palestina del 1922. Ma per 19 anni, tra il 1948 e il 1967, fu occupato illegalmente dalla Giordania senza che mai Israele abbia rinunciato alla sua piena sovranità. Inoltre, nel 1967 la Giordania aggredì militarmente Israele, il quale sconfisse i giordani e riconquistò (non conquistò) i suddetti territori. La disputa territoriale è finita nel 1994 con la firma del trattato di pace tra i due paesi, con il quale la Giordania rinunciava ad ogni rivendicazione territoriale sulla Giudea e Samaria (Cisgiordania).

In questi giorni, il nuovo governo di Israele ha dichiarato, semplicemente, che applicherà la piena sovranità ad una porzione di questo territorio, che, come evidenziato, già gli apparteneva. Quindi in questo caso non si deve parlare di annessione ma di semplice estensione della sovranità.

Il fatto che Israele non abbia mai voluto applicare la piena sovranità su questi territori fino ad ora (cosa che non ne inficia il pieno possesso e non è contraria al diritto internazionale), era dovuto a mere ragioni politiche tra le quali la possibilità di rinunciare a parte del territorio pur di ottenere la pace con i paesi arabi (il cosìdetto principio del “land for peace”). L’interminabile stallo dei negoziati di pace – oltre che il pieno appoggio dell’attuale amministrazione americana – ha fatto si che Israele abbia deciso di estendere alla popolazione israeliana che vive in questa area le leggi dello Stato.

Gli Accordi di Oslo (1993-1995)

L’impatto degli Accordi di Oslo, per il diritto internazionale, non è tale da inficiare i diritti acquisti dagli ebrei, tramite il Mandato di Palestina nel territorio di Giudea e Samaria (Cisgiordania). Questo perché la natura stessa degli accordi è semplicemente amministrativa e non statuale. Israele, in altri termini, con gli accordi concede l’amministrazione di alcune aree del territorio abitate dalla popolazione araba – le così dette aree A e B – all’OLP e successivamente alla neo costituita ANP.

Negli accordi non si fa alcun cenno all’OLP e all’ANP come entità statuali. Questa natura giuridica è chiaramente espressa dall’art. IX comma 5 degli accordi ad interim del 1995. I palestinesi hanno violato molte volte questo principio – espressamente vietato dagli accordi – con la compiacenza e il sostegno di gran parte della comunità internazionale. I casi più importanti sono l’ammissione all’UNESCO, l’ammissione al Tribunale Penale Internazionale e in altre organizzazioni internazionali. L’unico caso di opposizione a queste chiare violazioni è stata quella posta dagli USA al riconoscimento dello “Stato di Palestina” avvenuta al Consiglio di Sicurezza nel 2011. Quello stesso anno lo “Stato di Palestina” venne riconosciuto come “Stato osservatore” dall’Assemblea Generale con decisione politica e non legale mancandone i più elementari requisiti.

Tornando alla valenza legale degli Accordi di Oslo, si può senza dubbio affermare che questi accordi abbiano prodotto uno speciale regime – una lex specialis – che governa tutti gli aspetti amministrativi del territorio di Giudea e Samaria (Cisgiordania) sotto il rispettivo controllo delle due parti, nel quale ognuna delle parti ha pieni diritti e doveri nei territori loro assegnati. Di conseguenza, questo implica il fatto che Israele ha il pieno diritto di cambiare la giurisdizione in alcune aree (circa il 30% del territorio) a lei assegnate e conosciute come area C dagli accordi medesimi in attesa del risultato delle negoziazioni sullo status permanente dei territori nel loro insieme. L’estensione della sovranità perciò non è, in nessun modo, illegale dal punto di vista del diritto internazionale e degli accordi stessi, ma è sicuramente un atto che avrà delle ripercussioni sulla futura delimitazione dei confini tra le parti. E’ altrettanto importante ricordare che mai gli Accordi di Oslo parlano di una “soluzione dei due Stati”. Essa è solo una delle possibilità a cui gli Accordi di Oslo potranno condurre, ma altresì, una soluzione potrebbe essere quella di mantenere la divisione amministrativa del territorio attuale.

 

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