Islam e Islamismo

“Ha ragione la Merkel. Non è il momento per uno Stato palestinese”. Parola di palestinese

Durante una visita a Berlino, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu che ora non è il momento di andare avanti con la “soluzione a due stati” e la creazione di uno stato palestinese.
La Merkel, considerando evidentemente Israele come una diga che protegge l’Europa dagli estremisti islamici, ha detto a Netanyahu che, nonostante i tedeschi abbiano riconosciuto la minaccia terroristica affrontata da Israele e considerino che un processo di pace debba basarsi su due stati per due popoli, non è il momento opportuno per fare passi troppo grandi.

D’accordo: Non è un buon momento per stabilire uno stato palestinese.
I palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza sono ben consapevoli del fatto di essere ostaggi delle organizzazioni terroristiche, in particolare Hamas.
Jibril Rajoub, un alto funzionario dell’Autorità Palestinese (PA), ha ribadito ad Al-Jazeera TV la stessa cosa proprio la settimana scorsa.

I palestinesi in Cisgiordania, a prescindere da dichiarazioni pubbliche, anche in segreto sostengono la collaborazione con Israele sulla sicurezza, per proteggersi dal radicalismo del terrorismo islamista. Pertanto, nonostante i sondaggi “ufficiali” tra i palestinesi, che mostrerebbero il supporto ad Hamas, i residenti della West Bank sono terrorizzati dall’idea che Hamas ottenga il controllo e distrugga esistenze e proprietà come ha fatto nella Striscia di Gaza.
Noi (palestinesi n.d.r.) vogliamo uno stato palestinese, ma in grado di preservare lo stile di vita e ciò che abbiamo costruito nel corso degli anni. Non uno stato che dovrà cedere agli orrori di Hamas e ISIS.

In virtù del sostegno pubblico per il regime “passivo e moderato” di Mahmoud Abbas, Hamas incita i palestinesi alla ribellione contro di esso. Hamas, nel tentativo di rovesciare l’Autorità palestinese, dipinge le forze di sicurezza di Abbas come traditori che trasmettono informazioni ad Israele.

Come la Germania – e diversamente da Svezia e Francia – la Gran Bretagna ha recentemente istituito una politica più equilibrata. Il Regno Unito ha iniziato a combattere il movimento anti-Israele BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). Matthew Hancock, ministro britannico che coordina le attività tra i vari ministeri del governo, sta prendendo provvedimenti per evitare boicottaggi da parte di istituzioni pubbliche nel territorio del Regno Unito.

Queste organizzazioni BDS stanno cercando di boicottare i prodotti realizzati in Cisgiordania, ma il boicottaggio inguaia solo numerosi palestinesi con buoni posti di lavoro e grandi benefici, nel tentativo di costringere Israele ad un ritiro frettoloso che non ha alcuna possibilità di realizzarsi. Gli israeliani, e non solo loro, ricordano fin troppo bene che gli ultimi ritiri – dal sud del Libano e dalla Striscia di Gaza – si sono concretizzati in pretesti per i terroristi di occupare i territori liberi, esattamente come il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq ha creato uno spazio allo Stato islamico (ISIS).

Come palestinesi sappiamo che il movimento BDS può o non può danneggiare Israele, ma sicuramente fa danni incalcolabili ai palestinesi che sostentano le loro famiglie lavorando nelle fabbriche, altrimenti sarebbero disoccupati. Perso il posto di lavoro, potranno solo essere assunti dai diversi gruppi terroristi. Quando la fabbrica SodaStream ha delocalizzato fuori dalla Cisgiordania, 500 palestinesi hanno perso un posto di lavoro ben pagato.

In considerazione dell’attuale impotenza degli Stati Uniti nel trattare con russi, iraniani e siriani, l’amministrazione Obama ha ora scelto di mostrare i muscoli contro Israele. Nonostante quelle che sono le sue apparentemente prevedibili obiezioni personali, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama dovrebbe però firmare il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act, che include disposizioni anti-BDS e introduce un nuovo linguaggio della politica includendo tutti i “territori controllati da Israele” come parte di Israele. Nel frattempo, l’autorità doganale americana si sta ancora prodigando nel far rispettare una legge vecchia di 20 anni, la marchiatura dei prodotti realizzati in Cisgiordania, che danneggia i palestinesi che poi vengono licenziati e sono costretti a cercare lavoro tra le organizzazioni terroristiche.

I francesi, come al solito, strisciano e si mimetizzano. Alcuni mesi fa, hanno cercato di proporre una commissione internazionale d’inchiesta sulla moschea di Al-Aqsa. Sia gli israeliani sia i palestinesi hanno rifiutato.

Ikrima Sabri, l’ex Mufti di Gerusalemme, dice spesso che i palestinesi starebbero meglio con gli ebrei responsabili di Al-Aqsa e Gerusalemme, perché potrebbero in futuro essere rimossi e uccisi, ma se i “crociati” tornassero a Gerusalemme da una porta di servizio – come ad esempio una commissione internazionale presieduta da un francese – sarebbe più difficile sbarazzarsi di loro.

I francesi, temendo per la loro vita a causa delle enclave islamiche locali, sono in cattive acque e tentano ostinatamente una manovra dopo l’altra per placarle. In preda alla disperazione, hanno proposto negoziati di pace per palestinesi e Israele, “con la mediazione internazionale”. Hanno anche sfacciatamente minacciato che se i negoziati fossero falliti avrebbero riconosciuto lo Stato palestinese. Il risultato è scritto nelle pietre del destino: i palestinesi, che non hanno alcun motivo per negoziare, porranno il veto automaticamente a ogni proposta di compromesso, e quindi riceveranno il riconoscimento promesso della Palestina.

I francesi sono maestri di raggiri diplomatici: da un lato faranno di tutto per placare i propri islamisti a spese di Israele, dall’altro sanno bene che né Israele né alcun altro paese occidentale accetteranno i loro suggerimenti arrivisti. I francesi ogni volta rivelano sempre più la loro doppiezza. Si rifiutano di considerare l’organizzazione Hezbollah come terroristica, definendola invece un “partito politico”, nonostante la piena partecipazione alla macellazione di musulmani sunniti in Siria. Hezbollah è anche uno degli attori principali (insieme all’ISIS) che spingono gli innumerevoli richiedenti asilo a scappare in Europa, Turchia e Giordania.

Le atrocità commesse oggi in Medio Oriente sono il risultato diretto del rifiuto dell’Europa (compresa la Francia) e degli Stati Uniti ad intervenire e del silenzio dei paesi arabi. Non volendo combattere l’ISIS, sono più che disposti a condannare, calunniare e criticare Israele, mentre il Medio Oriente scivola nell’anarchia.

Il risultato per noi palestinesi saranno divisioni, come nella rivalità tra Hamas e Fatah, o danni collaterali causati dalla guerra degli israeliani contro il terrorismo islamico, oppure quando l’Autorità palestinese cadrà, per mano di ISIS e Al-Qaeda e Al -Nusra, la Valle del Giordano diventerà una base per attaccare Israele.

Al-Jazeera TV sta anche cercando di servire il suo padrone, il Qatar, radicalizzando i palestinesi e sostenendo che la collaborazione sulla sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele, che avvantaggia tutti in Palestina tenendo fuori i terroristi islamici, tradirebbe la causa palestinese. La tv qatariota, inoltre, racconta che l’intelligence israeliana starebbe, per qualche misteriosa ragione, cercando di annientare l’Autorità palestinese attraverso il rafforzamento di Hamas, tutto questo semplicemente sostenendo che nella Striscia di Gaza dovrebbe essere costruito un porto marittimo.
Sia gli egiziani sia i palestinesi – e anche gli israeliani – non hanno bisogno che Hamas sia rafforzata a spese nostre. Hamas e le molte altre organizzazioni estremiste che si sono infiltrate nella Striscia di Gaza, tra cui ISIS, sono ciò che permettono gli israeliani di argomentare le loro preoccupazioni sulla sicurezza, nonché quelle relative ai negoziati di pace con i palestinesi, impedendo un ritiro dalla Cisgiordania. Data l’attuale situazione in Medio Oriente, Angela Merkel è stata corretta.
Non è il momento giusto di fare il grande passo. 

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