Editoriali

I mistificatori e la Shoah

Il Giorno della Memoria, che si celebra oggi, ha un significato chiaro e indiscutibile, la commemorazione della Shoah. Per questo motivo venne istituito dall’Assemblea Generale dell’ONU, il 21 novembre del 2005, con la Risoluzione 60/7. Il 27 gennaio fu scelto come data simbolica essendo il giorno in cui Auschwitz venne liberato dall’Armata Rossa. Nessuno pensò di istituire in quella stessa data la commemorazione di altri genocidi. Non avrebbe avuto senso farlo e non ha senso farlo. Ogni genocidio, ogni sterminio, ha la sua specificità, il suo bisogno di essere ricordato. Tutte le vittime della follia e della violenza umana pari sono, ma al di là dell’ovvietà di questa affermazione e della facile retorica a cui si presta, resta il fatto che per modalità, organizzazione, finalità, la decisione presa dal Terzo Reich di eliminare ogni ebreo vivente in Europa, e non solo in Europa, se il progetto hitleriano di dominio si fosse realizzato, (come ha ricordato Matthias Kuntzel in un articolo da noi pubblicato in questi giorni), non ha precedenti storici. Non li ha avuti prima non li ha avuti dopo.

Nel corso degli anni, al di là del negazionismo vero e proprio, sono stati fatti diversi tentativi di relativizzare la Shoah. Un aspetto ricorrente di questi tentativi è quello di inserire il genocidio degli ebrei all’interno di una categoria più ampia, che sposti l’attenzione dalla sua specificità. In questo senso, oggi, gli ebrei sterminati dai nazisti troverebbero una collocazione insieme ad altri assassinati dal regime: rom, omosessuali, testimoni di Geova, anarchici, ecc. tutti rubricabili sotto la meta-categoria delle vittime. La Vittima è infatti diventata il totem di una nuova dogmatica laica, per cui non conterebbero più le ragioni e le modalità del suo esserlo, quanto il fatto, appunto di esserlo.

Gli ebrei sterminati nella Shoah vengono così trasformati nel paradigma facile con cui altri morti possono essere paragonabili ad essi, come, ad esempio, i migranti morti in mare. L’enormità del divario che separa queste morti, ovvero le ragioni che le hanno provocate, diventano irrilevanti, l’unica cosa che conta è riconoscersi in un indifferenziato sentimento di cordoglio. Perchè oggi, più che mai, tutto è giocato sul sentimento e sul dispositivo ricattatorio che esso implica. Se infatti si provano a fare delle distinzioni, si tenta di separare gli uni dagli altri, immediatamente si è accusati di essere al meglio insensibili, al peggio razzisti. Non solo. Agli ebrei che ricordano la più grande tragedia della loro storia, viene rimproverato di essere monopolisti della memoria, così come, in passato e ancora oggi li si accusava e li si accusa di monopolizzare la finanza, la politica, finanche la storia. E’ il vecchio rictus antisemita per cui gli ebrei avrebbero un potere eccessivo, anche quello di avere imposto il ricordo del più spaventoso crimine commesso nei loro confronti. E non pochi ebrei, pur di scostare da sè questa accusa, cercano di non attaccarsi a questo giorno, di mostrarsi di manica larga, aperti ad accogliere irenicamente anche altre vittime all’interno di un unico grande calderone vittimario pur di non essere accusati di essere eccessivamente identitari, l’accusa che sempre è stata loro rivolta nel corso dei secoli da chi voleva e vorrebbe che sparissero.

Se è vero che esiste il rischio di fare della Shoah, del suo ricordo istituzionalizzato, una sorta di unicum che si erigerebbe in vetta ed isolato nel mezzo di tutti gli stermini e i genocidi della storia, vi è sempre più, il rischio opposto e speculare di volerne ridurre la portata storica, il significato. Tra questi due estremi la ragione ci indica la via giusta, quella di affermarne l’unicità e l’imparagonabilità, non per trasformarlo in culto, ma perchè solo in questo modo si può fare storia, aderendo cioè ai fatti.

La Shoah è il culmine di secoli di antisemitismo, è cioè, l’evento terminale di una ininterrotta istigazione all’odio che non ha eguali nel corso della storia. Non si tratta di diminuire altri genocidi, si tratta di spiegare perchè questo genocidio in particolare ha una natura essenzialmente diversa da tutti gli altri. Non è un privilegio, non esistono privilegi nell’odio e nell’orrore, esiste però una eziologia che permette di comprendere come e perchè esso si è  potuto generare.

Il tentativo di ridimensionre la Shoah, di diluirla, ha anche un altro risvolto, ed è quello di attaccare, attraverso di essa, Israele. Un libro come quello di Norman Finkelstein, pupillo di Noam Chomsky, L’industria dell’olocausto, uscito nel 2002, in cui si accusa Israele di sfruttare la memoria della Shoah per potersi presentare come uno Stato vittima e così immunizzarsi dalle critiche per i crimini che esso perpetrerebbe nei confronti dei palestinesi, ne è un esempio evidente.

Lo Stato ebraico diventa così il bersaglio della critica alla specifica identità della Shoah, ritenuta troppo marcata, divisiva, gerarchica, come è reputato intollerabile che Israele sia lo Stato degli ebrei, nato con il presupposto di dare ad essi una nazione.

Una operazione come quella del Festival delle Memorie di Ferrara, poi diventato Settimana delle Memorie, lavora proprio in questa direzione. Inserendo la Shoah in una serie di giornate dedicate anche ad altri genocidi o stermini, la trasforma in un episodio in mezzo a un lungo e inerrestabile processo di violenza che si dovrebbe, per coerenza, fare risalire all’antichità. Non potendolo fare, ci si limita a questo espediente demagogico. Bisogna fare “memorie” non “memoria”, anche se, guarda caso, per farlo si sceglie la settimana che culmina proprio il 27 di gennaio con il ricordo del genocidio degli ebrei.

Operazioni come queste sono trasparenti nel loro intento e vanno respinte con fermezza. Per tutti i genocidi e gli stermini che si desiderano ricordare ci sono dodici mesi a disposizione, gennaio è riservato a quello degli ebrei. Il resto è solo strumentale.

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