Editoriali

Il bastone e la carota e l’avviso a Netanyahu

Oggi, in un discorso pubblico a Washington nel corso di un incontro finalizzato alla campagna fondi in vista delle elezioni americane del prossimo anno, Joe Biden ha affermato che il sostegno internazionale nei confronti di Israele si sta erodendo a causa dei “bombardamenti indiscriminati” a Gaza.

Con questa clamorosa affermazione, di fatto, il presidente americano si allinea con l’ONU e con tutti gli accusatori di Israele che in questi giorni e in quelli passati, lo accusano come sempre quando si difende, di risposta sproporzionata e criminale.

Solo cinque giorni fa, gli Stati Uniti, ponevano il loro diritto di veto all’Assemblea Generale dell’ONU contro la mozione voluta dagli Stati arabi per un cessate il fuoco a Gaza, ora per bocca del presidente lo mettono sulla graticola.

Da una parte gli Stati Uniti sostengono Israele offrendogli la necessaria copertura politica e diplomatica e al contempo provvedendo a forniture militari, dall’altra non perdono occasione per esortarlo continuamente alla moderazione e alla tutela della popolazione civile a Gaza, ben sapendo dell’enorme difficoltà di questa operazione militare su uno dei territori più densamente popolati del pianeta e contro un nemico infido e senza scrupoli che ha sempre usato i civili come scudi umani.

Biden non si è limitato ad accusare Israele di bombardare indiscriminatamente Gaza, nonostante sappia, come sanno i vertici militari americani, che Israele fa il possibile per limitare le perdite umane tra i civili, ma ha anche dato a Netanyahu, con cui ci sono profonde divergenze su come Gaza dovrebbe essere amministrata in un futuro post Hamas, un avviso esplicito riguardo al suo governo.

Continuando a ritenere Israele uno Stato vassallo, come ha fatto anche nel recente passato ingerendo pesantemente in merito alla riforma della giustizia voluta dal governo in carica, il presidente americano ha indicato che il gabinetto Netanyahu dovrebbe essere cambiato, ovvero dovrebbero essere sostituiti i componenti considerati da Washington estremisti.

Non era mai successo prima d’ora che un presidente americano intervenisse in modo così pesante su un governo in carica israeliano addirittura al punto di indicare al premier in carica che Washington gradirebbe un rimpasto di governo.

La realtà è che l’amministrazione Biden non gradisce che Netanyahu in primis e quindi i suoi alleati siano contrari all’ipotesi della nascita di uno Stato palestinese, che questa amministrazione, in linea di continuità con tutte quelle precedenti con la sola eccezione dell’amministrazione Trump, considera come la soluzione al conflitto israelo-palestinese nonostante l’evidenza schiacciante, dagli Accordi di Oslo ad oggi, che i primi a remare contro questo esito sono sempre stati gli arabi-palestinesi, alzando continuamente la posta per il suo venire in essere.

A maggiore ragione oggi, dopo l’eccidio perpetrato da Hamas, l’idea di uno Stato palestinese nel cuore di Israele e retto da Fatah che non ha mai condannato quanto ha commesso Hamas, risulta indigeribile.

Non importa, questo è il modello che la Casa Bianca vuole che Israele inghiotta.

Alle spalle di Netanyahu si prepara l’operazione di una sua sostituzione, di un cambiamento con politici più docili, così come si continua a ingerire sulla guerra in corso, mettendo paletti e segnando sul quadrante dell’orologio i tempi che Israele dovrebbe avere per concluderla, secondo i parametri di Washington.

La guerra contro Hamas che Israele sta combattendo sul terreno, ogni giorno si  trasforma sempre più nell’offensiva della Casa Bianca contro il governo in carica.

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