Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Il nuovo volto dell’antisemitismo

Da cristiana impegnata da diversi anni nel dialogo ebraico-cristiano, rivolgo questo mio breve intervento in particolare ai cristiani delle varie confessioni essendo onorata del fatto che la parte ebraica sia qui ad ascoltare.

Riguardo alle radici, non posso non partire da un prologo ineludibile: l’epistola ai Romani dell’apostolo Paolo.

In questa epistola, caposaldo del suo pensiero teologico, Paolo dedica tre interi capitoli alla radice del cristianesimo: Israele. Si tratta dei capp. 9, 10 e 11.

L’epistola ai Romani consta in tutto di sedici capitoli. La parte centrale, appunto questi tre capitoli, costituisce il trattato teologico su Israele più importante del Nuovo Testamento dove Paolo si espone esplicitamente per tutto ciò che riguarda la relazione tra ebrei e cristiani. Non si tratta di un pensiero in coda all’epistola e nemmeno di un riferimento introduttivo ma di tre capitoli centrali. Rarissimamente su questi capitoli, si odono commenti nelle chiese. Al cap. 11, in particolare, Paolo parla di “radice santa” di “olivo domestico” riguardo a Israele, in cui sono stati innestati – un dispregiativo – degli “olivastri”, “un olivo selvatico per natura”, i non ebrei, cioè le nazioni. La Bibbia, infatti, non distingue tra le varie nazioni. Vi è una sola distinzione biblica: ‘am Israel, il popolo d’Israele e i goyim, le nazioni tutte. Ad esse, alle nazioni, Paolo lancia per tre volte un monito preciso: «Non vantarti contro l’olivo domestico (Israele) ma ricordati che non sei tu a portare la radice ma è la radice che porta te»; subito dopo incalza: «Non insuperbirti, nei loro confronti, ma temi!», e incalza ancora: «Non siate presuntuosi in voi stessi». Non credo ci sia un monito che sia rimasto più inascoltato di questo nel mondo cristiano.

Questo monito ci intima a ripartire da noi stessi, cioè da noi cristiani, nella riaffermazione delle radici comuni. In questo percorso, il primo passo dovrà essere una piena e continua assunzione di responsabilità da parte nostra. Ciò lo sostiene, ad esempio, Rudolf Rendtorff, teologo tedesco vissuto tra il 1925 e 2014, che ha dedicato tutta la vita al dialogo ebraico-cristiano, i cui scritti sono una fiamma ardente da fare impallidire persino i nostri più audaci interventi. Scrive in proposito Rendtorff che il primo presupposto per un dialogo onesto è “che i cristiani siano disposti a trasformare sé stessi e la loro teologia” in un’analisi autocritica e autonoma, senza aspettarsi coinvolgimento dalla parte ebraica. Cioè dire, non si può parlare di radici comuni se la parte cristiana, indipendentemente da quella ebraica, non è disposta a inserirsi in un percorso di autocritica. Rendtorff sostiene che “data la storia bimillenaria dell’antigiudaismo cristiano, un dialogo autentico con la parte ebraica, è possibile solo a partire dall’assunzione di responsabilità” di questa nostra (cristiana) tragica storia di antigiudaismo.

L’opposto della superbia, della presunzione e del senso di superiorità è un’attitudine di umiltà, come sostiene Madre Basilea Schlink, altra teologa, baluardo cristiano tedesco sorto dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Ma l’umiltà è una virtù rara che costa caro per tre ragioni negative: non va di moda; non si nasce umili; non lo si diventa dalla sera alla mattina. Eppure, l’umiltà è l’unico antidoto al monito paolino.

Umiltà significa, riconoscere senza se e senza ma che l’antisemitismo è un tratto costitutivo dell’uomo europeo-cristiano; che in Europa, “l’antisemitismo cristiano”, come afferma lo storico ebreo Jules Isaac paladino del dialogo ebraico-cristiano, “è il ceppo potente, dalle profonde e molteplici radici, sul quale sono venute a innestarsi in seguito tutte le altre varietà di antisemitismo anche anticristiane come il razzismo nazista”, fino a Hamas.

Senza umiltà, espressa in un’attitudine di ammissione continua, di riconoscimento del nostro fallimento e di quello dei nostri padri, non sradicheremo mai l’odio antisemita dal nostro cuore e tanto meno dalla nostra società. Se non siamo disposti noi stessi a fare questo percorso di autocritica, come possiamo pretendere che lo facciano israeliani e palestinesi in quella terra?

Oggi l’antisemitismo ha mutato volto per chiamarsi antisionismo, anti-Israele.

Il 7 ottobre scorso, in un solo giorno, in un massacro di una tale efferatezza che non conosce pari nella storia, (donne incinte sventrate e i loro feti fatti a pezzi; donne violentate a rotazione alle quali vengono poi amputati i seni per giocarci a calcio), i terroristi islamici di Hamas hanno massacrato milleduecento persone e rapite duecentocinquanta, tra cui trenta bambini, in ostaggio nella Striscia di Gaza. Del piccolo Kefir di dieci mesi non si hanno più notizie. Ancora oggi Hamas detiene centotrentasette ostaggi, venti dei quali sarebbero morti.

Cosa ci si sarebbe aspettati da Israele? Cosa ci aspetteremmo innanzitutto da uno Stato di diritto se non la difesa dei propri confini e della propria popolazione? Una lettura molto credibile di questi fatti sostiene che i terroristi islamici di Hamas abbiano pianificato un massacro così bestiale proprio perché sapevano bene quale gigantesca reazione israeliana ciò avrebbe provocato e questa reazione avrebbe mosso tutta la comunità internazionale contro Israele. Tutto questo fa parte di un gioco bestiale, terrificante e diabolico di Hamas, che è quello di confondere le acque in una marmellata indefinita di bene e male, che si ritorca contro Israele per la sua distruzione. Nessuno di noi dovrebbe cadere in questa trappola.

Eppure, proprio poco fa, domenica 10 dicembre, tanto per fare un esempio, su Rai 1, durante il TG1 delle ore 20 è stato trasmesso un servizio su Betlemme in cui si è sentita una cosa grave. Mi chiedo intanto quanti cristiani sappiano che Betlemme è la città in cui è nato il Re Davide, il re ebreo Davide, la figura regale messianica più elevata della storia ebraica? A Betlemme è nato il re ebreo Davide e Gesù, il Messia ebreo dei cristiani. Eppure, proprio ieri sera, il pastore della Chiesa luterana di Betlemme ha mostrato il suo presepe con un bambin Gesù avvolto nella kefià palestinese, dicendo che, se fosse accaduto oggi, Gesù sarebbe nato a Gaza.

Al pastore luterano di Betlemme vorrei dire, che secondo le Scritture, non solo anche oggi Gesù nascerebbe ebreo, nella terra che è anche degli ebrei, ma che persino il suo ritorno, così atteso nella parusìa cristiana – basti pensare alla preghiera del Padre Nostro che recita: “Venga il Tuo regno” – avverrà in quella terra ebraica da ebreo degli ebrei.

Capiamo bene che, come ha sostenuto poc’anzi il prof. Meghnagi, quella del linguaggio è una questione molto importante. Ricordo a tal proposito ciò che disse alcuni anni fa il prof. Marvin Wilson, Università del Massachusetts, autore del libro Nostro padre Abramo, le radici ebraiche della fede cristiana da me tradotto per Edipi (Evangelici d’Italia per Israele). Raccontava Wilson di essersi trovato, un giorno, in una chiesa di una grossa denominazione evangelica americana. Entrando nella scuola domenicale aveva posto attenzione su un disegno raffigurante un bambino che saliva una scalinata di una chiesa. Il disegno riportava una didascalia: “Gesù era un bambino cristiano che andava in chiesa tutte le domeniche”. Questa didascalia apparentemente innocua reca invece tre bugie, piccole ma subdole e insidiose: Gesù non era infatti un bambino cristiano ma ebreo; non si recava in chiesa ma in sinagoga; non vi andava di domenica ma di sabato.

Fermo restando che ciò che sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente è un’enorme tragedia per entrambi i due popoli, quello israeliano e quello arabo-palestinese, e che ci auguriamo finisca ieri, ci rendiamo conto del sottile e subdolo gioco manipolatorio che sottostà a certe dichiarazioni e che vorrebbe portarci a confondere il bene con il male, l’aggressore con l’aggredito?

Si può esprimere, cioè, piena compenetrazione di sentimenti per entrambe le parti, popolazione civile israeliana e popolazione civile arabo-palestinese senza bisogno di confondere le acque, senza bisogno di mentire manipolando i fatti storici nuocendo pertanto ad entrambe le parti, poiché le menzogne nuocciono sempre?

Voglio infine concludere questo mio intervento tornando al monito paolino. Il triplice appello a non imboccare la strada della presunzione mostra che anche l’apostolo Paolo si era dovuto occupare del problema che alcuni cristiani si ritenessero superiori agli ebrei e vi si oppose con la massima energia.

Ma se ascoltiamo attentamente le sue affermazioni, risulterà chiaro che Paolo non sostiene che cristiani ed ebrei abbiano “radici comuni”. L’apostolo adopera la metafora della radice in un senso molto più radicale e inequivocabile: la radice è una sola, l’unica radice è il popolo d’Israele eletto da Dio. Da qui la riflessione che anche il titolo del nostro convegno debba essere corretto. Israele, radice santa, è la definizione paolina esatta. Noi cristiani siamo stati innestati successivamente nell’albero nato da questa radice: noi veniamo DOPO. Siamo e restiamo quelli che sono sopravvenuti in un secondo momento – quale grande lezione di umiltà abbiamo qui da imparare!-, viviamo di ciò che abbiamo ricevuto da Israele e che continuiamo a ricevere da questa radice.

Non dovrebbe bastare questo per fare dei cristiani tutti, un popolo nuovo unito e accorpato per la difesa del popolo d’Israele e di tutti gli altri popoli così come auspicato nella promessa biblica rivolta ad Abramo: «Benedirò chi ti benedirà e maledirò chi ti maledirà; e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Ge.12,3)?

Il presente intervento è stato letto  a Roma, lunedì 11 dicembre 2023 presso il Palazzo dei Gruppi Parlamentari – Camera dei deputati nel contesto del convegno “Nel ricordo delle comuni radici”.

L’autrice, Silvia Baldi è docente di lettere, studiosa di dialogo ebraico-cristiano, autrice del volume In cammino verso la riconciliazione, Salomone Belforte, Livorno 2021

 

 

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