Editoriali

Il vero dramma del Libano? L’Onu che non ha lasciato fare ad Israele

“Non c’è nessun onore da difendere in quella scatola di vermi”. Le parole attribuite all’allora presidente statunitense Ronald Reagan sono state i titoli di coda della non entusiasmante operazione occidentale in Libano. A febbraio 1984 i contingenti americani, francesi e italiani si sono ritirati, lasciando la “scatola di vermi” al proprio destino.
Alle spalle, una scia di sangue: il 18 aprile 1983 un attentato di matrice Hezbollah contro l’ambasciata statunitense della capitale libanese Beirut aveva causato 63 morti; la milizia sciita di ispirazione iraniana si è poi ripetuta  il 23 ottobre dello stesso anno, data in cui due camion esplosivi sono esplosi nei pressi del quartier generale francese (58 soldati uccisi) e di quello americano (ben 241 morti). Una carneficina.
L’occidente “arbitro delle ostilità” si è ritirato anche in seguito a questi attentati, praticamente senza lasciare traccia.
Oggi si ritiene Hezbollah un nemico dell’Isis, quindi potenziale alleato in nome della lotta al terrorismo. I tempi cambiano, ma forse a mancare è la memoria. Anche dei morti occidentali.

Come si è arrivati ad una lunga serie di attentati e ad una ancora più lunga guerra civile in Libano, la terra dei cedri e dei Fenici?
L’ultimo censimento, sotto il mandato francese, è datato 1932 ed è stato svolto tra i cittadini libanesi residenti in Libano, escludendo emigrati e residenti non libanesi. Su un totale di poco più di 785.000 unità, il 56% risultava di religione cristiana (maggioranza maronita) e il 42% musulmana (22% sciiti, 15% sunniti, 7% drusi).
Ottanta anni dopo, pur in assenza di censimenti ufficiali, i rapporti risultano ribaltati, tanto da ipotizzare un 60% di fede musulmana e un 40% di cristiani. La popolazione totale è di poco più di 4 milioni di abitanti.
La coabitazione tra cristiani, musulmani e persino una minoranza ebrea non è mai stata semplice in Libano, ma quello che è stato considerato un “fragile prodigio multireligioso”, con tanto di spartizione delle cariche politiche, si è definitivamente infranto con l’arrivo in massa di profughi palestinesi tra il 1967 e il 1970. Un primo segnale di precarietà c’era già stato nel 1958, quando le forze armate fedeli al presidente filo-occidentale Camille Chamoun si sono scontrate con le milizie islamiste.

La situazione si è aggravata a partire dal 1975. I conflitti tra cristiani maroniti e musulmani sono sfociati in una vera e propria guerra civile, lunghissima e caratterizzata da continui capovolgimenti di fronte. Essendoci frange di miliziani dell’OLP (Organizzazione di Liberazione della Palestina) all’interno delle formazioni islamiste libanesi, Israele decise nel marzo 1978 di intervenire a sud del Libano, allo scopo di ricacciare i guerriglieri palestinesi lontano dai propri confini.
“L’Operazione Litani”, che ha preso il nome dal fiume libanese Leonte, si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto anche per l’intervento dell’Onu a fare da arbitro. Ai 25.000 soldati inviati da Israele risposero le Nazioni Unite, creando la “Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite” (UNIFIL) allo scopo di riportare la “pace e sovranità in Libano”. Israele ritirò le truppe, ma non servì a placare la guerra civile libanese.

L’unico risultato fu anzi che il Libano, da Paese a maggioranza cristiana e filo-occidentale, diventò una sorta di quartier generale dell’OLP: la capitale Beirut ne ospitava addirittura la sede. Una prospettiva che certo non poteva essere gradita ad Israele. Scontata, nel 1982, la decisione di avviare l'”Operazione Pace in Galilea”, l’occupazione del Libano da parte delle forze israeliane allo scopo di sradicare il terrorismo palestinese e islamista presente sul territorio.
Quella che agli “antisionisti” potrebbe sembrare un’occupazione di un Paese sovrano, in realtà era ben vista sia dalle milizie cristiane maronite del Libano del sud sia dal futuro potenziale presidente della Repubblica, Bashir Gemayel, che nell’Assemblea Nazionale riuscì a prendere i voti anche di qualche rappresentante musulmano.

A questo punto, la storia del Libano arriva a un bivio. Una sorta di Sliding Doors.
Cosa sarebbe successo se l’Onu non fosse mai intervenuto? Non possiamo saperlo con certezza, ma possiamo facilmente ipotizzarlo.
Le truppe israeliane, sostenute dai cristiani maroniti, avrebbero subito gravi perdite anche a causa della guerriglia adottata dalle milizie islamiste, ma sarebbero infine giunte a Beirut e avrebbero neutralizzato i focolai dell’OLP. Il Libano, dopo un periodo di assestamento, sarebbe tornato com’era prima: identici equilibri politici, qualche sporadica tensione religiosa ma nessuna formazione terrorista o paramilitare islamista al suo interno.
Non possiamo saperlo con certezza, lo ribadiamo, ma lo ipotizziamo semplicemente perché le truppe israeliane erano arrivate davvero alle porte di Beirut e avrebbero facilmente vinto la guerra.

Sappiamo invece quello che è accaduto: un nuovo intervento internazionale. Questa volta è toccato alla missione “Italcon” tentare la via della mediazione: in Libano sono sbarcate forze francesi, statunitensi, italiane e britanniche, con il semplice e poco gratificante compito di garantire un cordone umanitario per permettere ai terroristi dell’OLP di fuggire nei paesi arabi confinanti. Una sorta di interposizione neutrale tra Israele e OLP.
In realtà non siamo in grado di capire quanto ce ne fosse bisogno.
La “missione di pace” avrebbe dovuto portare alla fine delle ostilità, garantendo la fuga ai sopravvissuti dell’OLP e la promessa che i palestinesi stipati nei campi profughi non sarebbero più stati armati.
Alla luce dei risultati, abbiamo ragione di credere che qualcosa sia andato storto. Il 14 settembre 1982 il presidente libanese in pectore Bashir Gemayel è assassinato appena nove giorni prima dell’investitura ufficiale, assieme ad altri 25 dirigenti. Per la strage sono inizialmente incolpati i miliziani palestinesi, in realtà si scoprirà che è stata opera dei servizi segreti siriani (la Siria, nel tempo, giocherà un ruolo importante nella polveriera libanese, sostenendo prima i cristiani maroniti e poi i miliziani islamisti in chiave anti-israeliana). Qualche complottista darà la colpa dell’assassinio di Gemayel all’immancabile Mossad.
La reazione dei cristiani maroniti è veemente e sanguinosa: appena quattro giorni dopo, il 18 settembre 1982, le falangi armate e l’esercito del Libano del sud eludono la non troppo arcigna sorveglianza dell’esercito israeliano e massacrano civili palestinesi e sciiti libanesi nel campo profughi di Shatila e nel quartiere di Sabra, a Beirut. Per questo massacro, tuttora,  Israele verrà considerato come unico responsabile.
Le forze militari del partito filo-iraniano sciita Hezbollah, nato proprio nel giugno 1982, ringrazieranno infine l’intervento occidentale con le orribili stragi di aprile e ottobre 1983 che causeranno il mesto ritiro delle truppe.

Nel 2006, a sud del Libano, c’è stato un nuovo conflitto tra Israele ed Hezbollah in seguito all’uccisione di otto soldati israeliani in perlustrazione. L’Onu è intervenuto anche in quell’occasione, intimando il ritiro delle truppe israeliane e avviando una seconda missione “UNIFIL”, tra i cui obiettivi però non rientrava il compito di disarmare le milizie Hezbollah. Non sia mai.

Qualcosa è andato storto, dicevamo. Attualmente il Libano è un Paese ancora dilaniato, che risente persino dei conflitti tra musulmani sciiti e sunniti e che impedisce l’ingresso a chi ha un passaporto israeliano.
Forse, se l’occidente che “appoggia sempre i sionisti” e ne “copre i crimini”, avesse lasciato davvero fare ad Israele, oggi il Libano sarebbe un Paese filo-occidentale e tutt’altro che antisionista. Un po’ diverso da “una scatola di vermi”, come da frase attribuita al peraltro ottimo presidente a stelle e strisce Ronald Reagan.
Non lo sapremo mai, direte voi. Ma forse siete gli stessi che dite che l’uccisione di Samir Kuntar è stata un crimine sionista in barba al diritto internazionale.

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