Israele e Medio Oriente

Im Tirtzu: Non usiamo i guanti bianchi

E va bene, e va bene, Im Tirtzu (“Se lo vorrete”) ha un po’ esagerato. Non va per il sottile il movimento extraparlamentare sionista di destra che ha preso il nome da una frase di Herzel, “Se lo vorrete, non sarà un sogno”, il quale, in passato, si è già distinto per le sue denunce nei confronti di istituti, gruppi e personaggi israeliani che a loro dire agivano con una precisa agenda anti-israeliana e antipatriottica. In altre parole per procura dei nemici di Israele.

L’ultima campagna di Im Tirtzu ha preso di mira alcuni personaggi pubblici israeliani, scrittori, artisti, attori, tra cui Amos Oz, David Grossman, Gila Almagor accusandoli di essere “talpe”, sostenitori di gruppi di sinistra che ricevono i loro fondi da governi stranieri. Il titolo della campagna è infatti, “Talpe nella cultura”. Le “talpe” sarebbero colori i quali che appoggiano le organizzazioni di sinistra che ricevono parte dei loro fondi da stati stranieri che hanno sulla loro lista nera Israele.

Sì certo è molto poco politically correct quello che questi “ragazzacci”, come li chiamerebbe Edward Luttwak, hanno fatto e gli strepiti non sono certo mancati. L’accusa di maccartismo e di fascismo è stata la più diffusa. Ed è la più ovvia. Il salotto internazionalista dove l’intellighezia israeliana radunata intorno al suo giornale in picchiata libera “Haartez” è stato messo in subbuglio dall’ennesima guasconata di questi sionisti impenitenti che hanno lo stesso tatto di Donald Trump. Ma siamo nello scontro politico al calor bianco in un paese in cui i contrasti sono netti e si usano poco i guanti bianchi. King Bibi ha rimproverato il movimento dicendogli di non dare del “boged”, del traditore, a chi la pensa diversamente da loro, ma non si è dimenticatopoi di “Breaking the Silence” e della sua attività di diffamare l’IDF raccogliendo testimonianze anonime sui presunti abusi dei soldati. E “Breaking the Silence” insieme a “B’tselem” è una delle associazioni preferite della kultur telaviviana.

Si può certamente avere da ridire sulla modalità della campagna di Im Tirtzu, un j’accuse senza se e senza ma, ma la questione è un’altra. Quello che il movimento denuncia è vero o falso? Perché questa è l’unica cosa che occorre appurare, tutto il resto è fuffa, clamore e non sostanza.

Era vero o era falso per esempio quello che il gruppo affermava nel 2010 quando mandò una lettera alla direttrice dell’Università Ben Gurion affermando che nel dipartimento di Politica e Governo, nove degli undici professori in carica erano coinvolti con gruppi di estrema sinistra? Anche allora il movimento venne accusato di un operazione fascista, degna dell’OVRA, però, però…Il Consiglio Israeliano per l’Educazione Superiore sulla base di quella campagnia fece una indagine alla fine della quale raccomandò di chiudere il dipartimento se non fossero stati fatti dei sostanziali cambiamenti. Quindi forse un po’ di marcio in Danimarca, pardon nel Negev c’era.

Perché bisogna qui dire una cosa, ci sono o non ci sono in Israele, intellettuali, artisti, accademici, giornalisti, ecc. ecc., il cui cuore batte forte per la causa palestinese più che per la sicurezza del paese? Ci sono o non ci sono personaggi come Zeev Sternhell, Amira Haas, Shlomo Sand, Gideon Levy, Amos Oz ecc. che in modo diverso ma con lo stesso afflato giustificano il terrorismo palestinese considerandolo una reazione alle ingiuste politiche “fasciste” o “oppressive” dello Stato?

Ci sono o non ci sono, in altre parole coloro che in nome di una giustizia tutta astratta e pericolosa in quanto astratta come lo era la Giustizia invocata da Saint Just e la Virtù di Robespierre, tifano per le “vittime”, cioè per i terroristi nobilitati sotto la veste degli “oppressi”, così come qui in Italia durante gli Anni di Piombo c’era chi strizzava un occhio alle Brigate Rosse perché erano “idealisti” armati che lottavano contro le storture della società borghese?

Ecco. Queste sono le domande. Si sgridi pure Im Tirtzu lo si rimproveri e ci si indigni, quello che conta è da che parte si combatte, da che parte si sta. Ieri, oggi e domani. Con Israele o contro Israele, con chi vuole la sua capitolazione credendo che i suoi nemici siano soggetti con cui potere dialogare alla pari, o con chi ha bene chiaro che questa possibilità non solo non esiste ma non è mai esistita.

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