Islam e Islamismo

Israele e gli adoratori della morte

Ieri, dal suo rifugio dorato a Doha, Ismael Haniyeh, il capo politico di Hamas, ha invitato, in puro spirito jihadista, al martirio, allo spargimento di sangue di uomini, donne e bambini.

«Abbiamo bisogno del sangue di donne, bambini e anziani palestinesi» ha proclamato. «Abbiamo bisogno di questo sangue per risvegliare dentro di noi lo spirito rivoluzionario, per risvegliare in noi la sfida, per spingerci avanti».

Nulla di inedito per chi conosce Hamas e sa che il gruppo salafita integralista islamico che controlla la Striscia dal 2007, ha fatto del culto della morte una sua prerogativa in ossequio all’impostazione programmatica della Fratellanza Musulmana da cui discende.

Lo Statuto di Hamas del 1988, documento mai abrogato, recita all’Articolo 8, “Allah è l’obiettivo, il profeta è il suo modello, il Corano la sua costituzione, il jihad è la sua strada e la morte per l’amore di Allah è il più nobile dei suoi desideri”, parole che riecheggiano la canzone cantata dai Fratelli Musulmani all’epoca in cui marciavano per le strade del Cairo: “Non abbiamo paura della morte ma la desideriamo…Come è splendida la morte…Apprestiamoci a morire per la redenzione dei musulmani…il jihad è la nostra linea di azione…e la morte per la causa di Dio il nostro desiderio più prezioso”.

La tanatofilia è intrinseca a Hamas ed è un portato decisivo del suo culto. L’ardore esaltato per la morte è però sostanzialmente delegato alle manovalanze così come il disprezzo per la vita altrui è rivolto anche alla stessa popolazione di Gaza, usata cinicamente come carne da macello. I capibastone si guardano bene dal mettere a repentaglio la loro preziosa vita.

Hamas sa che più morti si avranno tra i civili della Striscia, più, su Israele, si rovescerà la riprovazione e l’odio. Si tratta di una tecnica collaudata tutte le volte che lo Stato ebraico è dovuto intervenire nella Striscia con dei bombardamenti, ed è quello che puntualmente si sta verificando.

Ieri sera, nel suo discorso alla nazione, Benjamin Netanyahu ha esplicitato chiaramente che questa guerra ha per Israele una valenza esistenziale. Non si tratta, infatti, di sconfiggere una organizzazione criminale tra le più efferate del pianeta, si tratta di ripristinare l’immagine compromessa dell’unico baluardo presente in Medio Oriente contro il fanatismo islamico.

Senza sanarla di nuovo con forza e determinazione, senza rialzarsi in piedi completamente dopo la tragedia indelebile del 7 ottobre scorso, Israele perderebbe la sua ragione d’essere e la darebbe vinta agli adoratori della morte.

 

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