Israele e Medio Oriente

Israele, Isis, debolezza dell’Europa e bugie smontate: a Torino un convegno da riproporre

Grande successo per il convegno “1897, 1917, 1937, 1947, 1967: Gli anniversari, la Storia, la realtà di oggi – Un convegno su Israele e il Sionismo” svoltosi al Circolo della Stampa di Corso Stati Uniti a Torino. Nessun posto libero rimasto nelle due sale messe a disposizione, giusto premio per l’impeccabile organizzazione e la qualità dei relatori.
Georges Bensoussan, Domenico Quirico, Bat Yeor, David Meghnagi e, in collegamento video, Maurizio Molinari hanno tenuto incollato alle sedie il pubblico presente, non concedendo nulla alle esigenze di omertà e patetica cautela tipiche del mondo dell’informazione.
Il merito va ad Emanuel Segre Amar del Gruppo Sionistico Piemontese, principale organizzatore e promotore dell’evento, alla Comunità Ebraica di Torino e al Keren Kayemeth LeIsrael che hanno contribuito alla realizzazione dell’evento.
Ha aperto i lavori il collegamento video con Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, che ha analizzato l’attuale situazione in Medio Oriente: “I gruppi jihadisti pongono a Israele il problema di essere circondati da costante instabilità. Israele è costretto a dotarsi di una nuova dottrina di sicurezza”, ha detto Molinari, che ha poi analizzato il contesto nel dettaglio. “La frammentazione negli stati sunniti ha fatto avvicinare ad Israele il grande nemico, la Repubblica Islamica dell’Iran, che è presente in Siria e ha un alleato chiave nei libanesi Hezbollah. C’è un posizionamento di milizie sciite fedeli all’Iran sui confini del Golan. Hanno sbaragliato l’Isis nel nord della Siria, si sono imposte nel nord dell’Iraq, c’è possibilità che si posizionino sul Golan”. Lo scenario non è quindi tranquillizzante:  “Da un lato i gruppi jihadisti, dall’altro il posizionamento in forze dell’Iran e dei suoi alleati ai confini di Israele”.

Molto applaudito l’intervento dello storico francese Georges Bensoussan (nella foto), direttore editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, che si è soffermato principalmente sulle umiliazioni subite dagli ebrei nel mondo arabo. Proprio partendo da questo, Bensoussan ha dimostrato che il sionismo non è un movimento di colonizzazione, bensì l’esatto contrario: un movimento di decolonizzazione. “La rinascita nazionale in Israele a partire dalla lingua ebraica è stata importante. Si tratta appunto di rinascita nazionale, non di un’importazione coloniale dall’esterno. E’ un errore parlare di stato di Israele creato nel ‘48, perché in realtà si tratta di rinascita di una terra che ha sempre parlato ebraico“. Una rinascita cominciata davvero a partire dalla seconda aliyah, nel 1904. “La prima aliyah (1882-1903 n.d.r.) avviene in una sorta di “empasse” coloniale sul modello algerino, con l’acquisto di terre e l’implantazione di vigneti. Vengono reclutati agricoltori arabi e beduini, a fronte di pochi proprietari terrieri ebrei”. Il modello coloniale della prima aliyah sparisce con la seconda: “La seconda aliyah prende atto dell’empasse e promuove il lavoro ebraico, permettendo un focolaio di indipendenza. Si crea uno schema agli antipodi di quelli coloniali, con lo scopo pratico e non ideologico di promuovere lavoro ebraico per creare uno stato-nazione ebraico: lavoro solo ebraico e lingua solo ebraica. Principali promotori i socialisti emigrati dalla Russia dal 1904“. Qui iniziano i primi problemi: “La seconda aliyah avvia contraddizioni gravi. E, presto, la violenza. Gli arabi non pensano di essere invasi, ma mezzadri e agricoltori arabi erano abituati a cambiare semplicemente proprietari, con gli ebrei però tutto questo cambia: la terra viene venduta a chi poi la coltiva. Non è una rivolta per questioni nazionali, ma una rivolta di piccoli mezzadri che avevano sempre coltivato queste terre. Non si è trattato però di un furto ma di un’acquisizione regolare e di piccole terre. Nel 1947 gli ebrei possedevano il 13% del terreno coltivabile“. E queste terre venivano pagate due volte: prima al “grande proprietario latifondista, poi una seconda volta venivano pagati i braccianti arabi per farli andare via“.
Gli ebrei si installano e creano insediamenti, che paradossalmente attirano immigrazione di arabi in cerca di lavoro. E poi arriva una seconda immigrazione voluta dall’impero ottomano, per contrastare tanto gli ebrei quanto gli arabi.
C’è un rifiuto prima ottomano e poi arabo degli ebrei e della loro emancipazione“. Gli ebrei sono considerati essere inferiori in quella che è di fatto una colonizzazione psicologica: gli arabi non accettano l’emancipazione ebraica. E qui arriva il punto: “Il movimento sionista è decolonizzatore, non colonizzatore. Si tratta di una decolonizzazione degli ebrei da ottomani e arabi. L’immagine che l’arabo ha sempre avuto dell’ebreo è  di inferiorità, disprezzo. Impossibile accettare per loro un’emancipazione degli ebrei, che devono rimanere dei “dhimmi”. C’era una viisione profondamente coloniale dell’arabo sull’ebreo. Il mondo arabo non ha mai potuto sopportare la decolonizzazione psichica degli ebrei“. Il sionismo, appunto.
Efficace anche l’esempio fatto da Bensoussan della Grecia, una “nazione che rinasce con la riscoperta della lingua greca, sia pure in chiave moderna, dopo l’occupazione ottomana“. Tante le affinità con Israele.

Ha concluso il primo panel Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, che si è soffermato principalmente sull’Isis e sui media occidentali che ci fanno “ingurgitare ottimismo”. In realtà, secondo Quirico, il Califfato non è stato sconfitto: “Siria e Iraq non esisteranno più. L’innovazione del califfato, grazie ad indifferenza criminale con cui è stata accettata la sua nascita e il suo svilupparsi e in queste zone, è aver creato scenari di guerra che si protrarranno per i prossimi 50 anni: guerra tra curdi, turchi e iracheni; guerra tra Arabia Saudita e Iran; l’immissione violenta dei turchi violenta nel territorio siriano per impedire la nascita dello stato curdo; la riesplosione del Libano. C’è da preoccuparsi per il prossimo mezzo secolo“.
Il Califfato, come ogni stato totalitario, divide i puri dagli impuri. “L’impuro – ebreo per i nazisti, borghese per gli stalinisti, non wahabita per il Califfato – deve essere ucciso. A cominciare dai musulmani “contaminati” da impurità, anche sunniti. Un mondo puro è solo quello in cui esistono i puri, cioè loro“. Secondo Quirico “Gli Usa sono gli unici che avrebbero avuto la forza per fermarlo, ma dal 2014 l’hanno lasciato passare. Hanno permesso che tutto questo crescesse“. Ed è ancora lontano dall’essere sconfitto: “Dopo il Califfato non ci sarà più nulla come prima. Ha perso Mossul e Raqqa, e allora? Ci saranno altri Mossul e Raqqa e la forza militare non è stata spazzata via. I curdi e gli sciiti non hanno interesse a combattere fino all’ultimo“. E l’occidente ha rinunciato a farlo.
Quirico ha poi raccontato la sua esperienza personale: “Ho vissuto 5 mesi come prigioniero di formazioni islamiste di Al Qaeda e Isis. So chi sono loro, fisicamente. Ho parlato con loro, sono stato picchiato da loro. Non molti sono tornati indietro, io sì. Posso testimoniare la forza totalitaria che mettono nel loro progetto. Il loro concetto di tempo è diverso dal nostro. Ragionano in termine di secoli. Vogliono riprendere pezzo per pezzo la totalità dei territori che costituivano antico califfato abasside. Lo Stato dell’Islam deve tornare all’Islam. Ci vorranno 300 anni? Che importa? Alla fine questo verrà, loro dicono“. E perché tutto questo è cominciato nel 2014? “LaSiria ha offerto una grande occasione, il potere non c’era più, c’era caos, si poteva entrare. Mai come oggi l’occidente – gli Usa, il resto per loro non esiste – è stato così debole. Non c’è nessuno oggi che sia in grado di spedire una generazione a crepare in Vicino Oriente”.

Nel secondo panel, la saggista Bat Ye’or ha parlato di “dhimmitudine” e di accordi tra Europa e mondo arabo a partire dalla guerra dello Yom Kippur con conseguente ricatto petrolifero dei paesi della Lega Araba nei confronti degli stati arabi. Tra le condizioni poste dagli arabi agli europei, all’epoca alleati di Israele: “il riconoscimento dell’esistenza dei palestinesi, l’islamizzazione di Gerusalemme, il ritiro di Israele entro le frontiere del 1948. Nove paesi della comunità europea hanno aderito, accettando queste condizioni“. Condizioni antisioniste, cui l’Europa si è adeguato impegnandosi anche a garantire un dialogo euro-arabo. “I progetti per mettere in atto questi piani venivano realizzati da diversi organismi“. Da lì il termine “Eurabia”, che non è stato inventato dalla saggista ma era persino il nome di un giornale. Secondo Bat Ye’or, il progetto è quello di “una nuova identità europea basata su multiculturalismo e presenza musulmana che avrebbe facilitato la nascita di una civiltà musulmana ed eurocristiana, il giudaismo sarebbe scomparso insieme allo stato di Israele. La lotta comune per la Palestina contro Israele avrebbe riunificato cristiani e musulmani“. Non solo. I paesi arabi hanno chiesto anche “la separazione dell’Europa dall’America. E che la questione palestinese fosse al centro dell’agenda della politica internazionale. L’Europa ha accettato docilmente richieste contro Israele“.
Ultimo, ma non meno importante, l’intervento del professore David Meghnagi, i cui numerosi spunti di riflessione sono stati apprezzati dal pubblico. Ad esempio, l’intuizione del concetto di “Nakba” (la cosiddetta “catastrofe” araba dopo la prima guerra vinta da Israele nel 1948) come vero e proprio furto della Shoah, nell’ambito di una retorica che vedrebbe gli arabi come i nuovi ebrei. E gli ebrei come i nazisti.
L’ultima frase di Meghnagi è stata la più applaudita del convegno e ha commosso i presenti: “Continueremo la nostra lotta per trasformare il nostro nemico in amico“.
Ha moderato, brillantemente, entrambi i panel Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia presieduto dal rabbino Giuseppe Laras.
Un appuntamento da ripetere, in ogni città d’Italia. Ce n’è un gran bisogno.

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