Storia di Israele e dell’Ebraismo

Un ciondolo ritrovato a Sobibór riunisce i membri di una famiglia ebrea sparsi per il mondo

Lunedì 13 novembre, una trentina di componenti di una famiglia ebrea si incontreranno per la prima volta a Francoforte, in Germania, per commemorare Karoline Cohn, una loro parente morta a soli 14 anni nel settembre 1943, nel campo di sterminio di Sobibór, in Polonia, nella parte orientale del distretto di Lublino. Aperto nell’aprile del 1942,  Sobibór fu uno dei tre campi di sterminio nazisti, insieme a Treblinka e Bełżec, ad essere costruito nell’ambito dell’ Aktion Reinhard, e dove furono uccisi nelle camere a gas 300 mila ebrei. I familiari di Karoline si sono dati appuntamento davanti alla porta dell’abitazione della loro congiunta, in Thomasiusstraße 10, per la posa di una pietra d’inciampo,  che reca, scolpito nell’ottone, il nome della ragazzina, la sua data di nascita e il nome del luogo in cui fu deportata. La targa commemorativa sarà installata dall’artista tedesco Gunter Demnig, ideatore del progetto delle stolpersteine, le pietre d’inciampo, in ottone lucente per ricordare le vittime della persecuzione nazista nei luoghi dove vissero e ove ebbe inizio la loro deportazione. Grazie a questo progetto, attivo dal 1995, sono state posizionate oltre 50 mila pietre in tutta Europa. In Italia, se ne contano quasi 700.

Ma come si è giunti a questo? Facciamo un flashback. A gennaio di quest’anno, alcuni ricercatori dello Yad Vashem di Gerusalemme, l’Istituto internazionale per la ricerca sull’Olocausto, hanno dato notizia del ritrovamento a Sobibór di un ciondolo triangolare simile a quello indossato da Anne Frank, nell’ambito di una campagna di scavi archeologici avviati nell’ex campo di sterminio nel 2007 e che hanno portato alla luce una delle camere a gas del Lager, di cui i nazisti avevano cercato di distruggere le tracce. Dall’iscrizione presente su un lato del monile è risultato che apparteneva a una ragazzina nata il 3 luglio 1929 e che poteva trattarsi di una sorta di talismano visto che reca la formula augurale “Mazal Tov” (“Buona fortuna”, in ebraico) e a stampatello, il toponimo  FRANKFURT A.M. . Sull’altro lato del pendaglio è presente la lettera ebraica “ה’”” (usata per rappresentare il nome di Dio) e tre Magen David o stelle di David. Con l’aiuto degli archivi digitali dello Yad Vashem, è stato stabilito che l’unico nome corrispondente a quella data di nascita e all’indicazione del luogo è quello di Caroline Kohn, figlia di Richard e Else Cohn, deportata nel ghetto di Minsk, in Bielorussia, l’11 novembre 1941, insieme alla sua famiglia, e segnalata come dispersa nel ghetto.
La ragazzina potrebbe poi essere stata trasferita nel lager di Sobibó . A stupire gli studiosi è la somiglianza tra il ciondolo di Karoline e quello di Anne Frank, ma a detta degli esperti non si conosce l’esistenza di altri esemplari analoghi di pendagli. Quel che è certo è che le due ragazze nacquero a Francoforte a meno di un mese di distanza, pertanto ci si chiede se in città anche altre ragazze potessero avere oggetti del genere. Potrebbe forse trattarsi di un amuleto.
Anne fa riferimento al suo ciondolo in un brano del Diario del 12 gennaio 1944, scrivendo alla sua amica immaginaria Kitty: “Qui, tutto è molto peggiorato, lo sai. (…) Prendo il mio medaglione, lo bacio e penso: ‘Che m’importano tutti questi pasticci?’ (…) In questa maniera posso sopportare qualunque strapazzata”. I ricercatori cercano di trovare un collegamento tra le due ragazze e come le loro famiglie possano essere legate.

Questo è l’antefatto. E gli eventuali parenti di Karoline? Chi sono e dove vivono?
A rintracciarli ci ha pensato Chaim Motzen, un esperto amatoriale di genealogia. Molti di loro non si sono mai incontrati prima. Arriveranno da Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Nicaragua e Hong Kong per onorare la memoria di una familiare mai conosciuta. Motzen è riuscito a ricostruire l’albero genealogico dei parenti vivi e deceduti di Karoline, identificando più di un centinaio di cugini che vivono in ogni parte del mondo. Gli indizi sono stati raccolti grazie a una un’onerosa ricerca negli archivi dello Yad Vashem, passando al vaglio, necrologi, atti di matrimonio e di morte. I contatti si sono intersecati a catena. Addirittura, Motzen è riuscito a rintracciare in California dei parenti in possesso di una serie di lettere, di cui una scritta dalla madre di Karoline alla nipote in America. Ad Arlington In Virginia, vive il 72enne Barry Eisemann, cugino primo di Karoline, che insieme a suo figlia saranno presenti alla cerimonia a Francoforte. Eisemann ha appreso da Motzen che la sorella di suo padre, Elsa, aveva sposato Richard Cohn, e che aveva avuto due figlie, Karoline e Gitta. Tutti loro morirono nell’Olocausto. Moritz, il padre di Barry, aveva sempre taciuto ai figli cosa fosse accaduto alla sua famiglia.

Dopo la cerimonia commemorativa, l’archeologo Yoram Haimi, della IAA (Israel Antiquities Authority) – l’Autorità israeliana per le antichità – e il suo collega polacco Wojciech Mazurek, autori del ritrovamento del ciondolo, terranno una conferenza nella scuola ebraica Philanthropin, di Francoforte, che forse ha visto sedere trai i suoi banchi la piccola Karoline. Il pendaglio potrebbe essere custodito nel Memoriale dell’Olocausto, a Varsavia. Ecco dunque un nuovo tassello della Shoah che è venuto alla luce. La storia continua a restituire quello che le SS provarono a cancellare per sempre. Un indizio strappato alla nebbia dell’oblio e la voce di una ragazzina innocente che invoca: “Non dimenticatemi!”

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