Interviste

La crisi russo-ucraina e il ruolo di Israele: Intervista a Renato Cristin

Torna ospite su L’Informale il prof. Renato Cristin, docente di Ermeneutica filosofica all’Università di Trieste, già Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino e Consigliere culturale dell’Ambasciata d’Italia nella capitale tedesca. 

Curatore delle edizioni italiane delle opere di Husserl, Heidegger e Gadamer, è autore di numerosi saggi, ricordiamo: La rinascita dell’Europa. Husserl, la civiltà europea e il destino dell’Occidente(Donzelli, 2001),I padroni del caos (Liberilibri, 2017) e Quadrante Occidentale (Rubbettino, 2022). 

Con la chiarezza cristallina che lo caratterizza, virtù rara in questo tempo dominato da «neolingue» contrapposte nella sostanza, ma egualmente totalitarie nella forma, ha risposto alle nostre domande sull’aggressione russa all’Ucraina e sul ruolo d’Israele. 

Prof. Cristin, in seguito all’aggressione russa dell’Ucraina, sono molti quelli che, tanto a destra come a sinistra, si sono schierati contro Kiev accusando Zelensky di essere un «burattino» dell’Occidente e la NATO di essersi «espansa» troppo a Est. Quali sono le radici intellettuali dei «putiniani» italiani? 

Quelli che lei definisce i «putiniani» italiani non si differenziano, sostanzialmente, dai loro omologhi di altri paesi, perché la globalizzazione delle idee ormai contagia, potenzialmente, tutte le correnti e i movimenti rendendoli omogenei, soprattutto nel campo occidentale. La differenza che invece andrebbe individuata è interna all’ambito del putinianesimo, e segna diversità talvolta consistenti. Fra i sostenitori occidentali del governo russo attuale osserviamo nostalgici del comunismo, di cui essi scorgono le tracce nel Cremlino putiniano; pragmatici o cinici esponenti del mondo economico-finanziario e di quello politico; cattolici che vedono nella combinazione fra nazionalismo russo e religione ortodossa l’occasione per un riscatto dell’Occidente dal laicismo (che in effetti è reale) in cui l’Occidente è precipitato; anti-capitalisti che puntano sulla sconfitta dell’Occidente come terreno per esperimenti economico-sociali alternativi; terzomondisti anti-occidentali che nella Russia vedono la liberazione di intere aree geopolitiche dal presunto imperialismo statunitense; complottisti (soprattutto anti-israeliani) che denunciano una fantomatica cospirazione demo-pluto-giudaica che verrebbe sconfitta da un impero euroasiatico (con tre opzioni: russo-euro, russo-cinese-euro oppure russo-cinese tout court); e altre varianti di minore entità, tra cui, in Italia, numerosi esponenti politici e intellettuali filocinesi che per osmosi sono anche filorussi.  

Più difficile è secondo me parlare di «radici» culturali, perché da un lato la mescolanza di elementi eterogenei impedisce di superare la barriera del caos e di arrivare a qualche teoria coerente; e dall’altro l’evanescenza delle loro tesi mostra una deprimente assenza di coscienza storica e di consapevolezza politica. Per converso, anche il campo degli anti-putiniani è eterogeneo, perché raccoglie oggi movimenti, teorie e persone che mai potrebbero trovarsi d’accordo su altri temi. Tutto ciò ci dice che, da un lato, la scelta di campo per l’Occidente o per la Russia è un’opzione che precede le diversità politico-ideologiche pur senza eliminare lo scontro che fra esse sussiste, e dall’altro lato che talvolta quella scelta è frutto di una presa di posizione non dissimile dalla tifoseria sportiva.  

Gli antioccidentali e i filorussi condannano l’Occidente per le guerre che, a loro dire, avevano come scopo l’esportazione della democrazia. Ora però, anche se l’Ucraina avesse un sistema di gestione del potere non perfettamente democratico, con questa guerra la Russia non vuole nemmeno esportare la democrazia, bensì solo espandere la propria autocrazia. Dietro a tutto ciò, vedo l’ombra lunga del comunismo ovvero del sovietismo.  

Nello scenario di guerra aperto dall’invasione dell’Ucraina, molti attori operano con carte coperte, truccate, facendo doppi e tripli giochi. Tutto accettabile nella logica della guerra, come pure nella strategia che l’ha preceduta. Lo scenario russo-ucraino è multiplo e plissettato, e se la condanna totale dell’invasione è logica, vanno esaminate anche le pur deboli ragioni addotte dalla Russia. E tuttavia in un’analisi che tenti di cogliere anche le minime sfumature della realtà un dato resta certo: il popolo ucraino ha subìto un attacco militare ingiustificato e intollerabile, che è anche un’arrogante sfida all’Europa e all’Occidente, e quindi la scelta di campo non può che essere netta, convinta e coerente. 

Prosegua professore… 

Le modalità dell’invasione sono infatti psicologicamente odiose, moralmente inaccettabili, politicamente destabilizzanti e militarmente minacciose per tutto il mondo occidentale e in primo luogo per i paesi europei. Perfino se ci mettiamo nei panni di un sincero estimatore occidentale della Russia putiniana – la quale ovviamente non è il male assoluto e dunque contiene aspetti positivi, che vanno apprezzati e che derivano dalla coscienza civile di larghi strati del popolo russo e non dalle strutture politico-amministrative –, l’invasione e la strage di civili sono motivo sufficiente per una condanna risoluta e definitiva.  

Che la NATO non doveva allargarsi eccessivamente a Est è una tesi pretestuosa che contraddice l’esito storico, tutto fallimentare, del comunismo e che contrasta con la libertà delle nazioni di scegliere a quale campo appartenere, tanto più se si tratta di nazioni a cui proprio il comunismo russo aveva negato per mezzo secolo la libertà. L’abbattimento del Muro di Berlino ha innescato un processo di re-identificazione nazionale in tutti i paesi segregati dalla «cortina di ferro». Come ricordava Vladimir Bukovskij, la gran parte dei paesi che fino al 1990 si trovavano sotto il giogo sovietico, prima di cadere sotto questa dominazione «avevano combattuto per la loro identità nazionale con tutti i mezzi disponibili», salvo poi cedere dinanzi alla forza. Ma dopo il crollo dell’URSS, quella volontà nazionale riemerse, e per affermarsi definitivamente dovette distruggere i simboli e le incrostazioni del comunismo, e non fu cosa facile né rapida. La Russia assistette a tutto ciò con oggettiva rassegnazione ma pure con un sentimento di fastidio, in parte anche inconscio, per aver perduto la propria sfera d’influenza sull’Europa centro-orientale, su un’area composita ed eterogenea che però da Varsavia a Sofia, da Riga a Tirana, da Budapest a Kiev, era profondamente occidentale e voleva esprimere la libertà di esserlo, fino in fondo pur nella peculiarità propria di ciascuna nazione.  

L’Ucraina ha avuto la sfortuna di confinare con la Russia e quindi ha dovuto faticare di più per affermare la propria libertà e identità nazionale, anche per la presenza al suo interno di una minoranza russa o russofona, che veniva tutelata dalla grande casa madre con appoggio non solo diplomatico-politico ma anche militare. L’occupazione russa della Crimea e la penetrazione nei territori secessionisti testimoniano da quasi dieci anni la volontà del Cremlino di risolvere la questione ucraina ad ogni costo, la quale è per la Russia, come lo era per l’URSS, ben più che un problema di conquista territoriale o di difesa; è un nodo irrisolto della loro storia ed è un’ombra rimossa nella psiche dei capi del Cremlino, a tal punto che Boris Nemtsov, oppositore liberale del regime russo, viene assassinato, il 27 febbraio 2015, pochi giorni prima di dare alle stampe il suo esplosivo report sulla guerra in Ucraina. Un caso o un sintomo della crucialità della questione ucraina per la politica putiniana?  

Ma l’Ucraina è lì, e il suo popolo la abita e la fa vivere come nazione indipendente, e rappresenta una sfida alla volontà di controllo sulla propria supposta sfera d’influenza che il governo russo ha ereditato direttamente dal regime sovietico. Risolvere un problema oggettivo di territori e popolazioni scatenando una guerra d’invasione è frutto di una visione primordiale ed espansionistica, di una grettezza psicologica unita alla brutalità di comportamento, così come è barbaro da parte di una nazione reprimere e opprimere le minoranze etniche o linguistiche, e certamente il governo ucraino avrebbe dovuto essere più liberale verso la minoranza russa.

La guerra in Ucraina va vista anche e soprattutto dal punto di vista degli ucraini, che con il genocidio che va sotto il nome di Holodomor hanno conosciuto sulla loro pelle l’odio sovietico verso qualsiasi nemico, reale o immaginario, oggettivo o costruito ad arte. Quella è una macchia indelebile che gli ucraini non possono dimenticare e che, pur in condizioni del tutto diverse dagli anni Trenta, riaffiora sempre quando in Ucraina si parla di Russia. E poiché la Russia non ha mai riconosciuto ufficialmente quel genocidio, possiamo immaginare con quale stato d’animo, al netto delle distruzioni e delle uccisioni ancora in corso, gli ucraini vedano l’odierna invasione.   

La Russia riuscirà a consolidare il proprio dominio in Ucraina? 

Non sarà semplice per la Russia imporre un governo fantoccio e quindi instaurare un regime sul modello bielorusso, perché è molto difficile togliere la libertà – politica, civile, di pensiero e di espressione – a un popolo che per molti anni (nonostante i brogli elettorali e la corruzione politico-economica) ne ha respirato e apprezzato l’aria. Gli ucraini non accetteranno mai un regime semi-dittatoriale e per di più imposto dall’estero. Al di là delle varie implicazioni politiche e strategiche, questo dato di fatto ci dice che la libertà è il valore primario per i popoli in generale e per tutti gli aspetti della loro vita.  

È innegabile che la sfera d’influenza e la sicurezza contino, soprattutto per le superpotenze, ma nel Cremlino vige oggi un comunismo mentale più ancora che politico o economico, e soprattutto vi dominano la nomenklatura politica e la casta burocratica emanate dall’Unione Sovietica. L’autocrazia russa temeva (e teme) infatti la libertà assai più dei missili: la volontà di libertà degli ucraini è la loro principale colpa.  

Oggi la Russia assomiglia molto più all’Unione Sovietica che alla Terza Roma, specchietto per allodole con cui l’oligarchia neo-sovietica, spalleggiata dalla chiesa ortodossa, tenta di ingannare gli occidentali sensibili alla tradizione. Si scrive Russia ma si legge URSSIA. E come nella Russia sovietica, anche oggi a pagare il prezzo maggiore è il popolo, limitato nella libertà di espressione e di opposizione politica. Nonostante le notevoli trasformazioni sociali – tutte però legate alla dimensione di benessere materiale –, oggi la continuità con alcuni aspetti nevralgici del sistema sovietico è diventata palese, e si svela nella spinta repressiva all’interno del paese e nella pulsione espansionistica all’esterno, entrambe guidate dalla volontà di controllo che in epoca sovietica aveva raggiunto forme totalitarie parossistiche e che oggi agisce, inevitabilmente, con maggiore elasticità ma con altrettanta caparbietà, con la medesima ostinatezza del politburo, appunto, forme nuove della vecchia buropolitica.  

Come aveva spiegato Edward Lucas in un profetico libro del 2008 La nuova Guerra Fredda, è da almeno quindici anni che il sistema di potere putiniano – che Lucas considera una minaccia sia per l’Occidente sia per la Russia stessa –, aveva concepito l’opzione militare per occupare paesi limitrofi che si fossero troppo avvicinati all’Occidente. Ora l’opzione si è concretizzata, e l’Ucraina sta pagando il prezzo della sua volontà di appartenere a pieno titolo al mondo libero. Qui infatti salta il banco, come segnalava Lucas: «la prospettiva di prosperità e libertà, dello stato di diritto e dell’integrazione europea in Ucraina è una potenziale sfida per il modello autoritario in Russia». E se ci stiamo avviando verso una nuova guerra fredda, allora una nuova cortina di ferro sarebbe anche plausibile, ma non a spese di una nazione e di un popolo. E non dimentichiamo che fino al 1991 i missili sovietici SS20 puntati sulle capitali europee erano piazzati a un centinaio di chilometri dai confini tedeschi, austriaci e italiani. I verdetti della storia non sono cancellabili: l’URSS ha perduto la Guerra Fredda, e la sua erede deve farsene una ragione; e l’Occidente deve avere l’intelligenza e la forza, pacata ma ferma, di far rispettare quel verdetto. E sempre che l’invasione dell’Ucraina non rappresenti, nella visione neo-sovietica putiniana, solo il primo passo per un’avanzata verso Ovest, perché allora la nuova guerra non sarà più fredda bensì rovente.  

Che uno degli obiettivi dichiarati della Russia sia la de-nazificazione dell’Ucraina, è l’espressione di uno schema mentale tipicamente sovietico. Affermare che il nazismo sia al potere nell’Ucraina odierna è un’assurdità tanto quanto sostenere che i contadini ucraini fossero nemici del popolo che dovevano essere sterminati, come appunto i sovietici fecero nei primi anni Trenta. Il modello psico-politico sovietico, gretto nella sua concettualità ma efficace nella sua azione, regge l’odierna elaborazione teorica e propagandistica russa: i nemici sono alle porte, anzi, sono fra noi, e vanno scoperti ed eliminati, almeno messi in condizione di non nuocere.  

È vero che il battaglione ucraino Azov ha adottato simboli che ricordano quelli nazisti e rievoca schemi ideologici tipici del nazionalsocialismo, ma un battaglione non è l’esercito ucraino né tanto meno il popolo ucraino, né corrisponde al sentire del governo, basti pensare infatti ai rapporti strettissimi che il presidente Zelensky aveva instaurato con Israele, e a come in Israele anche personalità non di destra come Natan Sharansky sostenessero questi rapporti. Ora, che per eliminare o rendere inerte un battaglione sia necessario scatenare una guerra di invasione così pesante e devastante, è una tesi irricevibile da qualsiasi punto di vista, tranne ovviamente quello della propaganda russa e quello dei suoi adepti europei.

Vladimir Putin sta combattendo una guerra difensiva contro la protervia statunitense, oppure si tratta di una guerra di invasione?    

Lo stato ucraino ha represso con metodi talvolta brutali l’ondata scissionista dei filorussi del Donbass, e ciò ha acuito quella frattura tra lealisti ucraini e separatisti che Mosca aveva scaltramente prodotto e alimentato. Ma al Cremlino quella popolazione russofona è servita per altri scopi, perché per proteggerla sarebbe stata sufficiente la forza diplomatica ed economica. Evidentemente a Mosca serviva un casus belli, il pretesto per un’invasione su larga scala che risolvesse il problema ucraino nel suo insieme: lupus et agnus. Ecco ancora le tracce del sovietismo: il regime russo ha ripreso la dottrina brezneviana della «sovranità limitata», applicandola non a stati satelliti come all’epoca sovietica, ma a nazioni oggi pienamente sovrane e che della sovranità hanno fatto un cardine della loro esistenza storica. E ora il contrasto fra una dottrina antiquata, oltre che, ovviamente, spregevole e la realtà attuale di libertà nazionale diventa esplosivo.  

Ci sono poi dati accertati di una pratica di deportazione che pure era tipica del sovietismo: ai profughi ucraini viene offerto, come via di fuga, di riparare in Russia ovvero di essere deportati. Ci auguriamo che questi episodi non si ripetano, perché non vorremmo rivedere – nemmeno parzialmente – azioni di pulizia etnica come quelle viste nei Balcani o, poco più indietro nel tempo, a cui sono stati sottoposti gli italiani di Istria e Dalmazia. No, non vorremmo dover associare Putin a Tito, rivedere riaffacciarsi una prassi che credevamo scomparsa dal suolo europeo.  

Ma questa invasione potrebbe essere solo il primo passo di un allargamento a Ovest, come ha affermato qualche giorno fa Boris Johnson alla convention dei conservatori inglesi a Blackpool, sostenendo che proprio perciò la Russia deve fallire, non deve cioè uscire vincitrice da questa guerra, perché altrimenti a uscirne sconfitto sarà tutto l’Occidente e in particolare l’Europa. Ecco, temo che l’espansionismo neo-sovietico pensi a qualcosa come un effetto domino sui paesi limitrofi. Un domino geopolitico che sancirebbe un nuovo dominio della Russia sulla sua ex-area di influenza e una sua predominanza rispetto all’Unione Europea e alla NATO.  

Invece di affrontare la brutalità di Putin contro l’Ucraina, lo abbiamo giustificato, scusato, difeso. Ci siamo colpevolizzati, proprio come davanti al terrorismo islamico o a quello palestinese. Noi occidentali non siamo più in grado di difenderci?  

Questa guerra è potuta scoppiare non perché l’Occidente era particolarmente minaccioso agli occhi del Cremlino, ma al contrario perché appariva debole. E la sua debolezza risiede non solo nell’aver smarrito la propria identità profonda, nell’essersi sottomesso a forze interne – ideologiche, culturali, politiche ed economiche – sostanzialmente ostili all’idea e alla tradizione dell’Occidente, ed essersi così esposto a potenze esterne – come l’islam radicale e i suoi vari terrorismi, o la Cina, o appunto la Russia, che lavorano da sempre per frantumarlo e ridurlo in stato di minorità. La debolezza consiste anche, in questo caso, nel non aver capito fino in fondo l’essenza del comunismo e delle sue variazioni, incluse quelle che si sono insediate spesso trionfalmente nel mondo occidentale.  

Come ha evidenziato Łukasz Kamiński, «i segnali di avvertimento sui preparativi per la guerra in Ucraina sono stati ignorati perché il comunismo non è stato adeguatamente valutato e condannato». Se questa guerra è l’esito di un fallimento della politica, l’Occidente ha fallito non perché abbia spinto sull’allargamento della NATO, senza capire che quello era per la Russia il punto di non ritorno, ma perché non ha compreso fino a che punto il sovietismo sia presente nella struttura burocratico-ideologica del governo russo. La nostra guida per capire questo pericolo dovrebbe essere la Polonia – intesa come governo, nazione e popolo –, che è forse il più raffinato e sensibile conoscitore, in quanto vittima, dell’ideologia comunista, dell’essenza del bolscevismo e della sua trasformazione nella nomenklatura odierna.  

Uno di questi segnali, non militare ma politico, risale allo scorso mese di dicembre, quando una sentenza della Corte suprema russa ha imposto la chiusura della Fondazione Memorial, il centro di ricerca per i diritti civili e sui crimini del regime sovietico fondato nel 1989 da Andrej Sakharov. La motivazione fu che Memorial avrebbe «interpretato scorrettamente la storia sovietica», prodotto «una falsa immagine dell’Unione Sovietica raffigurandola come Stato terrorista» e «criticato gli organi del potere» russo attuale. Perciò Memorial venne definito come un «agente eversivo straniero», un pericolo per la nazione, che doveva essere posto fuori legge.

Dietro a questa sentenza c’era la volontà di riscrivere la storia russa recente in modo da salvare la memoria della dittatura sovietica e armonizzarla con l’idea di spiritualità e religiosità russa che il regime afferma oggi di voler salvaguardare e diffondere, allo scopo di fornire un’immagine della Russia oligarchico-putiniana che sia all’altezza della politica di potenza globale che essa vuole svolgere su tutti gli scenari, dal Medio Oriente all’America Latina, dal Nord Africa all’Europa.  

La chiusura di Memorial è stato un tassello simbolico di una volontà di aggressione che la Russia aveva imboccato da parecchi anni e che si è via via consolidata. E la guerra in Ucraina è la prima – e speriamo anche l’ultima – aggressione militare di ampio formato della Russia post-sovietica e neo-comunista sullo scacchiere europeo. L’annessione della Crimea nel 2014 era stata un’azione bellica ma territorialmente limitata. Ora invece il raggio è pericolosamente esteso. E coinvolge più di 40 milioni di abitanti, molti dei quali sottoposti a pesanti bombardamenti e a durissime privazioni, oltre a molti civili ucraini uccisi. Le sofferenze del popolo ucraino sono il segno più sanguinoso di quella indifferenza, se non addirittura disprezzo, verso la vita delle persone e di quell’odio verso gli avversari che caratterizzava il regime sovietico e che sembra essersi trasmesso nel regime russo attuale. Come ha scritto Roberto de Mattei, «Putin è un nazional-bolscevico che non ha rinnegato gli errori del comunismo, e la Cina è una nazione ufficialmente comunista che il 7 marzo 2022 ha dichiarato che la sua amicizia con la Russia è “solida come una roccia”».   

Dunque? 

Per questo nazionalismo la necessità dello spazio vitale o la minaccia esistenziale sono pretesti storici, culturali e politici per obiettivi di espansione e di potenziamento dell’area di influenza. Anche il suo linguaggio è sempre più caratterizzato da espressioni e simbologie sovietiche: la patria russa è in pericolo, l’imperialismo «nazi-occidentale» è crescente, l’Occidente è moralmente debole e degenerato ma militarmente minaccioso e aggressivo. Formule dello stalinismo che sono rimaste vive fino al crollo dell’URSS, e che ora sono riaffiorate con preoccupante frequenza. È vero che l’Occidente è oggi dominato dal progressismo politicamente corretto e pervaso da una perdita di valori, ma sta perdendo proprio quei valori tradizionali che gli avevano consentito di vincere la sfida con il comunismo sovietico. Il problema per l’Occidente non sono, come gli anti-americani e filo-russi nostrani sostengono, i neocon, cioè i neoconservatori, ma i neocom, i neo-comunisti sparsi fra Oriente e Occidente. Chiaro, anche gli eccessi dei neocon devono essere analizzati e, caso per caso, eventualmente criticati, ma tutto ciò all’interno dello schema occidentale, nell’ambito cioè della tradizione di pensiero e di azione della civiltà occidentale, che è da decenni in profonda crisi ma che potrà essere salvata solo dalle energie interne ad essa.  

Tutti i popoli dell’Europa orientale soggiogati dall’URSS hanno voluto tracciare una linea di separazione radicale con il regime sovietico e con l’ideologia illiberale e totalitaria che lo ispirava, e a tal fine hanno voluto distruggere ogni legame con tutto ciò che quel regime rappresentava, e al tempo stesso conservare la memoria storica e politica del male che quella ideologia ha portato nelle loro patrie. L’Ucraina è vittima della nuova mitografia neosovietica, e tanto più infatti questa drammaturgia epica cresce di pathos e di volontà di potenza, tanto più saranno in pericolo le nazioni vicine. E quanto più la Russia recupera e valorizza anche solo alcuni aspetti del sovietismo, tanto più questi popoli vogliono distanziarsi dalla Russia. E tanto più forte è l’identità delle nazioni minacciate o aggredite dalla Russia neo-comunista, tanto più per esse quella minaccia o aggressione risulta insopportabile.

Il presidente Putin, per il suo conservatorismo, la sua fede cristiana e i suoi metodi risoluti, è diventato un leader ammirato, talvolta in modo parossistico. Lo Zar, come talora viene chiamato, è un autentico conservatore oppure uno scaltro autocrate che usa il nazionalismo e la religione come instrumentum regni?    

Vladimir Putin è un conservatore, non però nel significato politico-filosofico che in Occidente attribuiamo a questo termine, bensì in quanto vuole conservare la struttura burocratico-politica costruita dall’Unione Sovietica o almeno conservarne il carattere operativo, dato che quello ideologico in senso stretto è difficilmente praticabile nella Russia odierna, e Putin non vuole restaurarlo. Vuole conservare il nazional-sovietismo, mettendo in soffitta l’edificio leninista e stalinista, e trasformandolo in uno statal-comunismo sul modello cinese. I suoi proclami per la difesa della spiritualità russa sono infatti un pretesto politico, e tutt’al più arriveranno a difendere la Chiesa ortodossa nella misura in cui quest’ultima sosterrà le scelte del Cremlino, come spesso è accaduto e come vediamo in questi giorni a proposito della guerra in Ucraina. Le dichiarazioni del patriarca Kirill sono infatti tanto asservite al potere putiniano da poter essere definite blasfeme, e in ogni caso sono più un coacervo propagandistico che un sermone religioso. Penso che il nazionalismo putiniano non sia strumentale, anzi è forse l’unico elemento autentico, negativo ma genuino, fra i temi motivazionali della politica di potenza del Cremlino. Il richiamo alla religione suona invece come moneta falsa, come astuzia culturale per scopi politici.

Perfino la riflessione filosofica di un influente sebbene non ufficiale consigliere di Putin come Aleksandr Dugin, in cui l’appello religioso è certamente forte e ben fondato, sarebbe viziata da un pretesto originario. Secondo l’ex-ufficiale del KGB Konstantin Preobrazhensky, infatti, la teoria dello spiritualismo euroasiatico centrato sullo spirito russo, sostenuta da Dugin, sarebbe stata elaborata dall’intelligence sovietica fin dagli anni Venti e riutilizzata poi dai servizi russi in funzione anti-occidentale. Che questa ripresa spirituale sia in contraddizione con il sistema economico-sociale, lo si evince dall’analisi della struttura economico-finanziaria su cui si regge non solo il gruppo degli oligarchi ma l’intero sistema politico, la quale è l’antitesi della spiritualità che contraddistingue la tradizione russa.

Anche la lotta putiniana al terrorismo islamico, dettata – questa sì – da comprensibili e legittime esigenze di difesa nazionale, non corrisponde fino in fondo a un’istanza religiosa di salvaguardia del cristianesimo ortodosso dalla minaccia musulmana. Un esempio di ciò è l’ingaggio dei mercenari siriani, che è davvero un fatto inquietante e anomalo, sia perché il terzo più forte esercito del mondo non avrebbe bisogno di attingere a forze straniere, sia perché il Cremlino dispone già di un gruppo di contractors ufficiali ed estremamente efficienti (la società privata Wagner), utilizzati in vari scacchieri internazionali, sia infine perché si tratta di combattenti islamici, fatto di alto valore o meglio disvalore simbolico. Un salto di intensità che acuisce la drammaticità di ciò che sta accadendo sul campo e di ciò che gli ucraini stanno subendo sulla loro pelle. Spaventoso. E il patriarca Kirill, che benedice questa guerra, accetta come un fatto normale che i cristiani ucraini vengano uccisi da tagliagole islamici? Oltretutto l’impiego dei mercenari siriani rappresenta una novità per l’Europa, una presenza armata islamica inquadrata in un esercito regolare, non enorme ma simbolicamente rilevante, che potrebbe anche spingere gli integralisti islamici sparsi in vari paesi europei a unirsi alle truppe russe. In ogni caso sembra che una delle tattiche perseguite dal Cremlino sia di incanaglire il conflitto, applicando all’Ucraina il modulo siriano, grazie al quale ha potuto avere per la prima volta una base navale autonoma nel Mediterraneo.     

Il premier israeliano, Naftali Bennett, è stato chiamato a mediare tra Kiev e Mosca. Quale ruolo può giocare Israele in questo conflitto?  

A mio avviso Israele ha avuto, involontariamente e indirettamente, già un ruolo nella guerra che la Russia ha sferrato all’Ucraina. Nello scorso mese di dicembre, il governo ucraino aveva deciso il trasferimento della propria ambasciata a Gerusalemme, riconosciuta come capitale dello stato di Israele, e il presidente Zelensky vi aveva programmato in primavera una visita ufficiale. Il nesso con la guerra? Derivato ma palese. Non dimentichiamo infatti che la Russia è solida alleata dell’Iran, che sta oggi accelerando il suo programma nucleare anche grazie all’accordo che l’amministrazione Biden si appresta a firmare. Ora, se tutto ciò che può servire a isolare o indebolire Israele è utile al regime degli ayatollah, si può ritenere che questi ultimi abbiano guardato con favore l’azione militare russa, che aveva certo altre motivazioni e altri obiettivi. La mancata cooperazione organica fra Ucraina e Israele ha danneggiato entrambi, ovviamente in misura enormemente diversa, e la guerra ha contribuito, anche solo indirettamente, a questo risultato.

Ma gli ottimi rapporti di Israele con la Russia, che oltre tutto limita la presenza militare iraniana in Siria e quindi rassicura Israele e la sua vicinanza all’Ucraina lo rendono un mediatore ideale. In questa chiave si inserisce anche il discorso che Zelensky ha tenuto qualche giorno fa alla Knesset, con cui ha inteso rafforzare il sentimento favorevole all’Ucraina che è diffuso fra il popolo israeliano, anche se è incappato in uno scivolone equiparando la Shoah con le uccisioni di civili in Ucraina. La «soluzione finale» nazionalsocialista non è infatti paragonabile all’intenzione russa di conquistare e asservire l’Ucraina, a meno che quell’intenzione non racchiuda anche la volontà di sterminare l’intero popolo ucraino, ma ciò non sembra plausibile e in ogni caso non se ne è a conoscenza.

Credo che il migliore esempio di ciò che la maggioranza del popolo israeliano sente e con cui il governo Bennett sembra sintonizzato siano le parole di Natan Sharansky, nato in Ucraina, secondo cui «l’ironia è che Putin ha detto che gli ucraini non sono una nazione, ma ora probabilmente ha fatto più di chiunque altro nella storia per dare loro il senso di essere una nazione». Ma Sharansky va oltre, affermando che «l’arma di cui Putin dispone, e che funziona, è la minaccia delle armi nucleari», e «la sua prossima pretesa sarà che le sanzioni siano considerate una guerra non convenzionale contro la Russia e, se non verranno rimosse, utilizzerà armi nucleari». Ecco, conclude Sharansky, «a che punto siamo ora, perché la minaccia nucleare è davvero l’unica arma che ha, ed ecco perché credo che quanto prima la NATO resisterà fisicamente agli sforzi di Putin per creare un ordine mondiale diverso, tanto meglio sarà». E, direi, per tutti, incluso il popolo russo che, in sua larga parte, vuole la pace e depreca questa invasione.      

Per Rubbettino è appena uscito il suo nuovo libro, Quadrante Occidentale. In quarta di copertina possiamo leggere «individua nello Stato di Israele un modello di nazione per l’intero Occidente». Perché Israele è un modello da imitare? 

Israele è una nazione circondata da paesi ostili, addirittura da un’intera area geografica ostile, con cui però ha saputo usare i modi più adeguati in ogni circostanza: risposte militari in caso di aggressione, azione pacificatrice diplomatica ed economica in tutti gli altri casi; inflessibilità nell’affermazione della propria identità e libertà; intransigenza con i nemici più o meno dichiarati e duttilità con paesi non propriamente amici ma potenzialmente non avversi; difesa della democrazia liberale a tutti i costi, anche in situazioni di grave emergenza bellica in cui altri governi democratici avrebbero facilmente smesso di essere liberali, come è accaduto in Italia con le illiberali leggi che la gestione politico-sanitaria della pandemia ha promulgato per un’emergenza di gran lunga inferiore a quelle terroristiche e militari che più volte Israele ha dovuto fronteggiare.

Oltre a ciò, nel campo occidentale Israele è la nazione che meglio di qualunque altra ha interpretato la modernità e la globalizzazione, mantenendo intatto il radicamento nella tradizione e nella patria, e riuscendo così ad armonizzare globale e locale. Il suo patriottismo è emotivo e razionale al tempo stesso, e coincide con lo spirito della nazione e con l’identità nazionale, i cui vari elementi formano un’unità che, nonostante le divisioni politiche, che denotano il pluralismo e l’alto grado di salute della democrazia israeliana, riesce sempre, dinanzi alle minacce, a compattarsi in misura sufficiente per respingerle, e protegge i propri figli residenti all’estero come parte integrante del proprio popolo, valorizzandone l’unione e la forza in tutto il mondo in quanto diaspora. Al fondo c’è una base spirituale che precede i legami sociali e che permette l’affermazione della propria identità, che gran parte del mondo oggi sta invece perdendo; un’identità come unità spirituale pre-razionale, che fornisce un armamentario morale, concettuale, storico e psicologico; un’anima forgiatasi nei millenni e affermata sempre con orgoglio, a dispetto delle sventure. Come ha affermato Fiamma Nirenstein, ogni israeliano è «un ancestrale erede di quello spirito che salva Israele dal terrore, dal fuggire e dal vivere sotto la bandiera della paura»; erede di uno spirito che pone la libertà come bene supremo e che risiede in primo luogo «in quelle profonde ragioni che ineriscono all’identità ebraica e alla forza nazionale trovata nel sionismo».   

Torna Su