Editoriali

La guerra che Israele non avrebbe dovuto vincere

Il cinquantesimo anniversario della riunificazione di Gerusalemme che cadrà il 23 di maggio e coinciderà con l’attesa visita di Donald Trump in Israele dal 22 al 23, riporta inevitabilmente alla memoria la Guerra dei Sei Giorni che permise a Israele di catturare Gerusalemme Est allora sotto dominio giordano. La fotografia in bianco e nero di David Rubinger dei tre paracadutisti israeliani immortalati davanti al Kotel (Muro del Pianto) è una delle immagini simbolo della vittoria israeliana. Vittoria che è entrata nella leggenda e che ci permetterà qui di svolgere alcune considerazioni.

La Guerra dei Sei Giorni del 1967 prese il via in virtù dall’aggressione araba determinata dalle ambizioni smisurate di Gamal Abdel Nasser, l’allora dittatore egiziano il quale voleva proporsi come il conducator dell’intero mondo arabo. L’intento di Nasser e dei suoi alleati, la Giordania, la Siria, l’Iraq, il Libano e l’Arabia Saudita, era quello di distruggere Israele. Si trattava, in altre parole, di risolvere in modo drastico la « questione ebraica » in Medioriente. Missione che già agli albori dell’impresa sionista si era incaricato di assolvere con solerzia e sotto benedizione hitleriana Amin Al Husseini. Ciò che invece accadde, la cocente sconfitta subita, costituì un trauma profondo per l’orgoglio arabo nonché la fine delle ambizioni panarabe del Ra’is.

Ma da questa sconfitta sarebbe nata la più pervasiva e incessante demonizzazione di uno stato sovrano che la storia ricordi. Incapaci di annientare Israele sul terreno, si è provveduto a farlo in effige attraverso la propaganda. Una propaganda che dura da 50, predisposta a tavolino dagli arabi allora in combutta con l’Unione Sovietica.

Lo Stato ebraico, trasformato in un mostro “genocida”, “nazista”, “razzista”, “colonialista”, “imperialista, non è altro che l’effetto di uno spostamento semantico. Tutta la negatività attribuita agli ebrei in quanto tali è stata trasferita al loro Stato. Non godendo più l’antisemitismo manifesto dell’ampio consenso collettivo di cui godeva un tempo, si è provveduto a riciclarlo in forma antisionista. E c’è qui un evidente discrimine tra una legittima critica a uno Stato e alle sue politiche e la narrativa nera che lo criminalizza. Gli israeliani “nazisti” sono esattamente la stessa cosa degli ebrei “deicidi”, gli israeliani “genocidi” sono la stessa cosa degli ebrei che venivano accusati di omicidi rituali di bambini, gli israeliani “razzisti”,“violenti” e “oppressori” sono ulteriori esempi del paradigma della colpa, l’assunto cardine di ogni forma di antisemitismo.

E’ stata la guerra che Israele non avrebbe dovuto vincere l’evento che ha rimesso in moto a pieno ritmo le rotative dell’avversione per gli ebrei, in una forma aggiornata e più accettabile, trasformando gli israeliani in carnefici e i palestinesi in vittime. Una volta fissato questo codice tutto il resto ne è conseguito inesorabilmente.

Nasser, alla viglia della guerra, mentre ammassava le sue forze in attesa di attaccare Israele, cercava il pretesto per potere trasformare la sua volontà di distruzione dello Stato ebraico, in legittima difesa contro una aggressione israeliana inesistente. Fu Israele a prevenirlo con la memorabile azione deterrente che, all’alba del 5 giugno 1967, gli permise di distruggere l’aviazione egiziana prima che questa potesse mettersi in volo. Il “misfatto” di Israele è stato, per la seconda volta, la sua vittoria in una guerra che, come quella del ’48, avrebbe dovuto essere nelle intenzioni dei suoi iniziatori, annichilente.

I cinquant’anni della riunificazione di Gerusalemme e della vittoria “miracolosa” nella Guerra dei Sei Giorni sono qui per ricordarci contemporaneamente cinquanta anni senza sosta di assedio propagandistico contro lo Stato ebraico.

6 Comments

6 Comments

  1. maurizio pianaro

    20 maggio 2017 at 15:46

    Esatto, e Israele non deve occuparsi di quello che pensano gli antisionisti. Le guerre ke deve vincere per non essere buttato in mare.Cosa dovrebbe? Perderle per fare un favore a chi? La guerra dello him kippur poi, caro Henry Kissinger… hai fatto cedere il Sinai , in cambio della pace… mai vista.

    • maurizio pianaro

      20 maggio 2017 at 15:48

      Io dico, se vogliono Gerusalemme, Giudea e Samaria….noooo!

  2. Deborah fait

    Deborah fait

    20 maggio 2017 at 16:06

    Tutto vero e sacrosanto.

  3. Giorgio

    20 maggio 2017 at 16:12

    Giusto anzi direi quasi perfetto se non fosse perché ci dimentichiamo (quasi tutti) della guerra del 56 che fu, la prova generale, di quello che accadrà nel 67. Penso che nel pianificare la guerra del 67 Rabin, all’ora capo di Stato Maggiore, abbia studiato a fondo quella del 56, aggiornandola. Un ultimo punto mi permetto di puntualizzare ove dici…”Una propaganda che dura da 50, predisposta a tavolino dagli arabi allora in combutta con l’Unione Sovietica.”…. La frase giusta sarebbe: Una propaganda che dura da 50 anni, predisposta a tavolino dall’Unione Sovietica in combutta con gli arabi. Non dimentichiamoci mai che Arafat fu creato a tavolino a Mosca non lontano dalla Lubianka.

  4. Eliahu Gal-Or

    22 maggio 2017 at 21:11

    Sul Jerusalem Post, i tre paracadutisti della foto, che sono vivi, posano, se ricordo bene, con Rivlin o forse Netaniahu.

  5. Massimo Pipino

    12 giugno 2017 at 13:23

    Fantastico il primo piano di un giovanissimo Arik Sharon!!!!

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