Israele e Medio Oriente

La guerra da vincere e chi vorrebbe perderla

Leggere l’intervista a Charles Kupchan pubblicata sul Corriere della Sera del 3 febbraio è assai istruttivo. Kupchan, già consigliere di Barack Obama, afferma quanto sia saggia la politica di appeasement di Biden nei confronti dell’Iran. Colpire direttamente l’Iran allargherebbe il conflitto in Medio Oriente. Israele deve limitare al massimo le perdite di vita tra i civili a Gaza e poi? Poi c’è lo Stato palestinese, “il punto decisivo”, ma prima, before, è necessaria “una lunga tregua e la liberazione dei prigionieri. È assai probabile che, esaurito il cessate il fuoco, il governo Netanyahu deciderebbe di riprendere comunque l’offensiva. Ma potrebbe agire con interventi, mirati, chirurgici. A quel punto potrebbe iniziare la trattativa politica”.

C’è proprio tutto l’occorrente, quello che deve esserci, non manca nulla. La realtà è confinata ai margini, sostituita dall’apparato ideologico. Non importa che l’Iran da quando Obama, forse consigliato dallo stesso Kupchan, decise di siglare con l’accordo sul nucleare riempendo di dollari i forzieri di Teheran, abbia non solo continuato ma incrementato la sua politica aggressiva in Medio Oriente, radicandosi assai bene in Iraq, in Siria e proseguendo il rafforzamento di Hezbollah in Libano e degli Houti in Yemen. L’importante è continuare a tendergli la mano ed evitare attriti troppo forti. Non importa che la nascita di uno Stato palestinese, prima arabo, sia stata già abortita nel 1936, poi nel ’47, per arrivare fino al 2000 e quindi al 2008, per volontà araba, non importa che un mini Stato palestinese abbia preso vita a Gaza dal 2007 ad oggi, regalando a Israele le guerre del 2009, del 2014 e quella attuale (senza contare prima e dopo i continui lanci di razzi), conseguenza dell’eccidio perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023.

Lo Stato palestinese, che, come ricorda Yoram Ettinger,http://www.linformale.eu/la-politica-mediorientale-degli-stati-uniti-e-stata-sconfitta-dalla-realta-mediorientale/i primi a non volere più sono i potentati sunniti, è il modello ideale, platonico, che gli Stati Uniti, con l’unica eccezione dell’Amministrazione Trump, dal 1993, anno degli Accordi di Oslo, i quali procurarono a Israele due intifade, hanno cercato di fate calare dall’alto in Medio Oriente, sfidando la realtà, come hanno fatto già in Iraq con l’esportazione della democrazia e in Afghanistan. Ma, evidentemente, dai fallimenti non si impara mai.

C’è quindi il mantra demagogico dell’evitare il più possibile la morte dei civili, e l’auspicio della “tregua lunga” con, come corollario finale, “la soluzione politica”. Anche se Kupchan non lo dice, questa tregua lunga, nelle aspettative dell’Amministrazione Biden dovrebbe sancire la fine della guerra, ovvero quel cessate il fuoco di cui Biden ha bisogno a casa per il suo partito scalpitante e soprattutto per una parte consistente del proprio elettorato.

Appeasement sarà poi, la parola magica, da spendere con Hamas, come con l’Iran, una volta che l’IDF lascerà Gaza, è la “soluzione politica”, magari un governo Hamas-Fatah, come ai bei tempi del 2006, prima che i primi regolassero i conti con i secondi, lanciandoli dai tetti e freddandoli per le vie di Gaza.

Gli Stati Uniti non possono chiedere a Israele il cessate il fuoco, l’effetto boomerang sarebbe troppo grande anche per Biden e per chi lo consiglia, ma possono cercare, con il pretesto degli ostaggi da liberare, di tentare di forzare un accordo che non consentirebbe a Israele di raggiungere l’unico e vero obiettivo della guerra, che non è, come ha affermato Benny Gantz, liberare gli ostaggi, ma smantellare Hamas all’interno della Striscia.

Non ci sono altre vittorie possibili per Israele, tuttavia, per il suo alleato maggiore, soprattutto per questa amministrazione, è il concetto stesso di vittoria che va archiviato come un ferrovecchio della storia, e di fatto gli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, di vittorie non ne hanno conseguite molte.

E Israele stesso, va detto senza sconti, ha introiettato negli ultimi decenni questo stesso approccio, puntando tutto sulla deterrenza, sul contenimento. Le conseguenze si sono viste il 7 ottobre.

Non è necessario avere letto a fondo Sun Tzu o Von Clausewitz, per sapere che se non vuoi spingerti a fare la guerra con chi la guerra te la vuole fare, prima o poi sarai costretto, obtorto collo, a doverla fare. A quel punto, come in questo caso, l’esito potrà essere solo uno, la vittoria o la sconfitta.

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