Editoriali

La spina nel fianco: Bilancio dopo 11 giorni di conflitto

Quale è il bilancio che si può trarre dal mini conflitto durato 11 giorni tra Israele e Hamas, che si è appena concluso ieri?

Israele può vantare di avere inferto all’appartato militare dell’organizzazione ulteriori danni, colpendo in modo massiccio la rete sotterranea di tunnel, chiamata “la metro”, che si ramifica per mille chilometri sotto Gaza, nonostante non abbia ucciso, come avrebbe desiderato, alcuni dei maggiorenti dell’organizzazione, tra cui l’imprendibile Mahammad Deif. D’altro canto Hamas, può vantare di essersi qualificato in modo preminente alle spese di Fatah, come il protettore degli arabi-palestinesi, il loro vendicatore armato, e non è poco. Questo era lo scopo che si prefiggeva e questo scopo è stato raggiunto.

Le famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, che dopo un lunghissimo contenzioso giuridico concluso con una sentenza a loro sfavore, dovrebbero lasciare le abitazioni in cui risiedono, possono ringraziare Hamas se al momento lo sfratto non è stato eseguito. Il giudizio della Suprema Corte è stato sospeso durante il conflitto, e non si sa quando verrà emesso. E’ un segno eloquente della debolezza di Israele. La legge deve fare un passo indietro di fronte al ricatto islamista che pende sullo Stato ebraico. E’ un ricatto che si è rafforzato negli ultimi dieci anni, da quando la politica di Israele è stata quella di alimentare la sopravvivenza dei terroristi insediati a Gaza, consentendogli di potere avere rifornimenti stabili, tra cui i materiali edili con cui vengono costruiti i tunnel, e soprattutto i soldi quatarioti in arrivo con regolarità.

Con gli anni, grazie a questa politica di contenimento, il mostro è cresciuto, si è fatto più ardito e temibile, come è stato dimostrato chiaramente dalla  sua rinnovata capacità offensiva in grado di penetrare con più efficacia all’interno di Israele. E’ di tutta evidenza che questa strategia è fallimentare. Serve solo a comprare tempo e a null’altro, mentre, Hamas, invece di indebolirsi si rafforza. Come ha evidenziato Daniel Pipes nella sua più recente intervista a L’informale:

“La politica di Israele dovrebbe essere la vittoria, vale a dire l’imposizione della sua volontà al nemico, convincendo gli abitanti di Gaza che hanno perso la guerra, che non possono raggiungere il loro obiettivo bellico di eliminare lo Stato ebraico. Una volta stabilito questo obiettivo politico, tutte le future azioni israeliane, dagli attacchi militari, a quelli informatici, dall’approvvigionamento dei rifornimenti, alle pattuglie di frontiera, dalla censura, ai premi e alle sanzioni, ecc. – dovrebbero essere viste alla luce di promuoverlo. Gli esempi includono la decapitazione della leadership di Hamas ovunque si trovi, inclusa la Malesia, il Qatar e persino la Turchia; al rifornimento di cibo, carburante, medicine e acqua a Gaza solo quando prevarrà la quiete”.

Ma non c’è nessuna vittoria all’orizzonte, c’è solo un cul de sac a cui si aggiunge, come sempre, l’esecrazione delle piazze, l’avversione dei media, di politici e commentatori, per i quali Israele è a priori, sempre, dalla parte del torto, e se si difende dai razzi e dai colpi di mortaio sparati da Hamas, circa 4000 in 11 giorni, dovrebbe perlomeno, questo non è detto esplicitamente, ma sottointeso, avere “proporzionalmente” lo stesso numero di vittime che si registrano a Gaza, dove Hamas usa la popolazione come scudo, e strumentalizza cinicamente le loro morti, come è successo in ogni conflitto, sapendo che più morti ci saranno più Israele verrà condannato.

In questo scenario non certo favorevole per lo Stato ebraico, l’unica rilevante nota positiva è la mancanza di solidarietà alla “causa palestinese” da parte del mondo arabo-sunnita, il quale da tempo ha preso le distanze da una questione che sostiene ormai solo ritualmente, che non infiamma più gli animi collettivamente. In testa a tutti l’Arabia Saudita, custode della Mecca, dove Hamas è inserito tra i gruppi terroristici, e dove la priorità assoluta in politica estera è il contrasto all’Iran. Su questo asse, reso plasticamente evidente dagli Accordi di Abramo, uno dei traguardi regionali dell’amministrazione Trump, Israele sa, per il momento, di potere contare.

 

 

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