Israele e Medio Oriente

Lo splendido isolamento di Israele

Sei mesi di guerra contro Hamas e ci viene detto che Israele è più isolato che mai. Ma lo è davvero?

Negli ultimi 60 anni Israele è stato impegnato in modo intermittente nell’autodifesa contro le incursioni o il lancio di razzi da parte dei palestinesi. In quasi tutti i casi, la parola “isolato” è stata utilizzata incessantemente dai media per descrivere la posizione dello Stato ebraico dopo aver agito per proteggere il proprio popolo in mezzo al “mondo delle nazioni” o nella “comunità internazionale” – o qualunque descrizione si possa desiderare utilizzare per quelle persone e quelle nazioni sconfitte non solo dall’esistenza dello Stato ebraico ma dalle sue intermittenti e potenti dimostrazioni di forza marziale ebraica.

Retrocedete un attimo e guardate le relazioni di Israele con il resto del mondo attraverso una lente storica e potrete capire perché il desiderio della sclerotica “comunità internazionale” di dichiarare Israele isolato è illimitato. Cos’è Israele, cosa fa Israele, cosa dice sul popolo ebraico e sul nostro posto nel mondo: tutto ciò è qualcosa di inedito. Di completamente inedito. Sconosciuto a chiunque sia attualmente in vita o ai suoi antenati risalenti a 100 generazioni fa.

Gli ebrei non ebbero letteralmente i mezzi o la capacità di difendersi per più di due millenni. Ora siamo in grado di farlo. E quando lo facciamo, diventiamo snervanti. La stessa frase “esercito ebraico” fu, fin dal 70 E.V., la definizione di un ossimoro. Ora evoca qualcosa di potente, e il fatto che sia potente significa per molti che è decisamente troppo potente. Quando Israele agisce in propria difesa, aliena queste persone e queste nazioni. E così si “isola”.

L’“isolamento” di Israele presso le Nazioni Unite iniziò immediatamente dopo la guerra preventiva di grande successo nel 1967, quando l’atto di scrivere e approvare risoluzioni per controllare e contenere Israele portò inesorabilmente alla famigerata Risoluzione “Il sionismo è razzismo” del 1975. Sei anni dopo, Israele si ritrovò nuovamente “isolato” quando annesse le alture di Golan. Si dà il caso che il giorno in cui fu annunciata l’annessione ero al Palm Restaurant di Washington DC, per un colloquio di lavoro con Charles Krauthammer e Marty Peretz della New Republic. Marty era conosciuto come uno strenuo difensore di Israele, e il nostro tavolo da pranzo fu visitato una dozzina di volte quel giorno dai notabili di Washington che chiedevano a Marty di spiegare questa azione barbara, che a loro sembrava progettata solo per placare gli elementi di “destra”. Un furto così aggressivo del territorio siriano,  dichiararono i lobbisti, i mammasantissima e i membri del Council on Foreign Relations, serve solo a “isolare” Israele.

Il tentativo di sradicare l’OLP in Libano un anno dopo portò a un ulteriore “isolamento”, poiché la Casa Bianca di Reagan era ansiosa di fare sapere che lo stesso Reagan, secondo quanto riferito, aveva detto “Davide è diventato Golia” in un momento in cui presumibilmente pensava che lo Stato ebraico  si fosse spinto troppo oltre.

Poi arrivò l’”isolamento” che seguì la risposta di Israele ai giovani palestinesi che lanciavano sassi durante la Prima intifada iniziata nel 1988. Reagì duramente attraverso una politica che l’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin chiamava “forza, potenza e percosse”. Ricordo Rabin, molto prima che il suo assassinio lo rendesse un martire per un processo di pace di Oslo di cui non aveva fiducia e di cui sembrava quasi disgustato, ruggire “Hai torto!” a Ted Koppel nel suo programma della ABC quando Koppel dichiarò che Israele si stava isolando con le sue tattiche troppo dure.

Negli anni ’90, ogni volta che un israeliano costruiva una stanza in una casa in Cisgiordania, si diceva che la politica dei coloni “isolasse” Israele dalla comunità internazionale. E dopo che tre proposte di statualità furono respinte dai palestinesi dal 1998 al 2001, e dopo che Yasser Arafat iniziò la guerra terroristica conosciuta come la Seconda intifada, non furono i palestinesi ad essere “isolati” dai loro attentati suicidi. No, fu Israele a essere minacciato di “isolamento” a causa dei suoi incessanti e infine riusciti sforzi volti a sradicare gli impianti di produzione di bombe in Cisgiordania.

Nel frattempo, nel 1999, Israele uscì unilateralmente dalla zona di sicurezza che aveva mantenuto in Libano per prevenire attacchi dell’OLP, una mossa che non fece molto per porre fine al costante stato di isolamento di Israele. Poi, nel 2006, Israele fu costretto a rispondere militarmente quando Hezbollah, sotto delega iraniana, arrivò ad occupare il territorio che Israele aveva precedentemente controllato e utilizzò l’area per lanciare bombe sul nord di Israele e rapire soldati israeliani.

Vedete uno schema? Israele è stato attaccato, Israele ha reagito…e si sa cosa verrà dopo. Le sue azioni in Libano vennero inizialmente sostenute dagli Stati Uniti, praticamente da soli, per 34 giorni. Poi il Segretario di Stato Condoleeza Rice disse a Israele che doveva finire e tornare a casa perché le cose stavano sfuggendo di mano. Se Israele non avesse dato ascolto al consiglio americano, chiarì, lo Stato ebraico non solo si  sarebbe ritrovati “isolato” nella comunità internazionale. Ciò avrebbe causato una crisi nelle relazioni USA-Israele.

Israele si  ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza nel 2005 e la lasciò ai palestinesi. Ottomila ebrei furono costretti a lasciare le case e le serre che avevano costruito per l’agricoltura. I palestinesi saccheggiarono le case e distrussero le serre. Ciò causò il loro isolamento? Affatto. Gaza venne servita e coccolata, come è stato per decenni, da un’agenzia delle Nazioni Unite chiamata UNRWA, dedicata esclusivamente a questo scopo. Hamas prese il controllo di Gaza in breve tempo, rapì i soldati israeliani e iniziò a lanciare razzi. Nel 2009, 2012, 2014 e 2021, Israele fu costretto dalle circostanze a fare arrivare carri armati nell’area che una volta occupava e controllava militarmente. Ogni volta che lo faceva, il mondo si agitava, agitava il dito e isolava nuovamente Israele.

Per otto anni, Israele dovette affrontare un presidente come Barack Obama che lo detestava davvero. Oh, disse di no. Ma sapevamo tutti che lo detestava, e sapevamo anche che c’erano persone in America e altrove che lo amavano per questo motivo. Il suo vicepresidente ora è presidente, e per un certo periodo sembrava essere diverso. Era diverso. E poi ha smesso di essere diverso e ha cominciato a essere minaccioso, nel suo modo impotente.

Quindi eccoci qua. Ancora. Israele. Isolato.

E cosa hanno comportato questi decenni di isolamento cronico, divampati ogni volta che Israele ha preso le le armi per difendersi? Tutto questo terribile, terribile isolamento: cosa ha provocato? In che modo Israele è stato danneggiato, ferito, influenzato, tormentato e terrorizzato dalla scarsa opinione in cui sembra essere tenuto da così tanti?

Non molto.

Nel 1967, Israele aveva un PIL di 4 miliardi di dollari ed era tra le nazioni più povere della terra. Nel 1977, il suo PIL era quadruplicato arrivando a 16 miliardi di dollari. Nel 1988 triplicò la cifra del 1977 e raggiunse i 50 miliardi di dollari. Ha raggiunto i 100 miliardi di dollari nel 1994 e i 200 miliardi di dollari nel 2007. Nel 2023, il PIL di Israele era di 535 miliardi di dollari ed era, a seconda di come si conta, il 25°, il 27° o il 30° paese più ricco della terra. Nel complesso, Israele vanta un’economia 125 volte più grande di quanto fosse prima della Guerra dei Sei Giorni, con un reddito pro capite di 47.000 dollari all’anno.

Quindi forse c’è un certo tipo di mesta saggezza da trarre da queste innegabili statistiche. Forse il fatto è che Israele non ha bisogno del sostegno della comunità internazionale e del Council on Foreign Relations e del panel sulla Washington Week in Review e degli imbonitori dell’Aspen Institute e dei miliardari che bevono ambrosia dagli stivali dei tiranni a Davos. Forse il fatto è che Israele è una nazione che ha avuto questa ascesa miracolosa perché ha uno scopo, che è qualcosa che la maggior parte degli altri paesi non ha o di cui non ha bisogno, e qualcosa che Thomas Friedman e i suoi simili sono (di nuovo) troppo innervositi per capire.

Israele è impegnato in uno scopo che è sia storico-mondiale che esterno alla storia. Esiste come rifugio, rifugio e patria per il popolo più  apolide del mondo, e la sua pretesa di essere uno Stato non è dovuta solo al suo bisogno di protezione, ma si basa in parte su una pretesa letteralmente trascendente. Ecco perché dico che esiste anche al di fuori della storia.

Per garantire la continuità della sua esistenza, Israele deve agire. In primo luogo, deve respingere coloro che vorrebbero distruggerlo e che si sono scagliati contro di esso senza sosta sin dal giorno della sua fondazione: malfattori genocidi i cui volti amalechiti ora si stanno manifestando anche in America, davvero per la prima volta nella nostra storia.

In secondo luogo, non solo deve sopravvivere ma prosperare, perché l’adempimento del suo scopo dipende dal fatto che il potere ebraico diventi lentamente una realtà semplice, innegabile e duratura in un mondo che non ha mai conosciuto una cosa del genere prima – ed è, come ho detto precedentemente, innervosito da ciò.

Questo, in effetti, stava accadendo negli anni 2010 con gli Accordi di Abraham, finché quel progresso non fu in parte interrotto da una Amministrazione Biden bizzarramente incapace che decise di imperniare la nostra politica nazionale nei confronti della più importante nazione esportatrice di petrolio del mondo sull’assassinio di una singola persona in un consolato in Turchia diversi anni prima. Il fatto che Israele fosse cresciuto nel modo in cui era cresciuto e avesse dimostrato di essere una nazione innovativa in una regione impantanata nell’arretratezza era il suo biglietto da visita.

Ma forse era troppo concentrato sull’affrettare i tempi. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, Israele in qualche modo si è ritrovato, come il Sansone cieco immaginato da John Milton, “senza occhi a Gaza” – e si è reso vulnerabile al peggiore evento della sua storia. Almeno Sansone era stato accecato dai filistei nemici; i leader israeliani si sono accecati da soli. Non vedevano il pericolo crescente perché volevano guardare altrove e fare altre cose.

La sua risposta lo ha, ancora una volta, isolato. Questo isolamento sta logorando la determinazione di alcuni israeliani di condurre questa guerra fino alla vittoria o li sta facendo disperare che possa esserci una vittoria. È una cosa odiosa l’isolamento. È ingiusto, disgustoso, ipocrita e, ovviamente, antisemita alla radice.

Ma come ci hanno mostrato gli ultimi sessant’anni, quando si tratta dello scopo di Israele sia come agente di cambiamento nella storia sia come rappresentante di una forza al di fuori della storia, l’isolamento non ha alcuna importanza. Loro, noi, non siamo isolati. Loro, noi, siamo scelti.

Traduzione di Niram Ferretti

https://www.commentary.org/articles/john-podhoretz/israel-isolation/

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