Islam e Islamismo

“Morte a Rouhani” e slogan contro Hezbollah. In Iran si protesta ovunque

Le proteste in Iran sono state talmente sorprendenti e improvvise da aver colto alla sprovvista i media e gli analisti di tutto il mondo, che ancora non sono stati in grado di individuarne le cause, con l’eccezione di Daniel Pipes, il quale, a novembre, in una intervista esclusiva a l’Informale così ci disse:

In qualsiasi giorno del futuro ci sarà una panetteria senza pane o un distributore senza benzina. Il risultato potrebbe essere un tumulto che si diffonderà attraverso il paese e che finirà per rovesciare il governo. E’ quello che prevedo, ma ovviamente, non posso sapere quando accadrà. Noi che ci troviamo all’esterno dovremmo intraprendere i passi necessari affinché questo giorno si avvicini“.

Non si tratta di una novità per la repubblica islamica affacciata sul golfo Persico, anche se i precedenti moti sono sempre stati arginati e in qualche modo tenuti sotto silenzio. In questo caso, invece, tanto la repressione quanto la censura stanno incontrando più di una difficoltà.
La miccia è stata accesa tre giorni fa in una città del nord-est, Mashhad, circa due milioni di abitanti. Un corteo iniziato come protesta contro il rincaro dei prezzi e la crisi economica è finito con slogan contro il presidente Hassan Rouhani, addirittura minacciato di morte. Tra le urla scandite, infatti, anche “Morte a Rouhani”.
Questo ha fatto pensare ad un tentativo di rivolta organizzato dagli ultraconservatori contro il “moderato” (ebbene sì, per gli standard del regime iraniano degli ayatollah lo è) Rouhani. Il primo indizio in tal senso riguarda proprio la città dove tutto è iniziato, Mashhad, considerata roccaforte degli ultraconservatori che fanno riferimento ad Ali Khamenei, la Guida suprema iraniana.




In realtà sembra qualcosa di più. Tra gli slogan gridati nelle varie piazze, anche contestazioni contro la teocrazia islamica e frasi contro Hezbollah (l’organizzazione terroristica libanese sciita che l’Iran appoggia) e il presidente siriano Assad, dissenso nei confronti dell’appoggio ad Hamas e alla causa palestinese e persino cori che chiamavano in causa la guida suprema Khamenei in persona: “Seyed Ali (Khamenei), scusaci. Ora dobbiamo alzarci in piedi”.
Le rivolte mettono in discussione non solo la politica interna ma anche quella estera, oltre alla stessa rivoluzione islamica del 1979 che ha dato il via alla teocrazia: alcune fonti non confermate parlano di cori a favore dello Scià.
Sono quindi moti eterodiretto dagli ultraconservatori per indebolire il presidente Rouhani e si tratta di una vera e propria rivoluzione contro gli ayatollah e l’oscurantismo della teocrazia islamica? Difficile capirlo con certezza.
Quello che è sicuro è che le proteste si sono ben presto estese nelle città di Neyshabour e Kashmar,  il giorno successivo a Qom e Isfahan, per arrivare infine fino alla capitale Teheran, dove ci sono stati scontri tra studenti e forze di sicurezza davanti all’Università.




A Dorud, cittadina di quasi 200.000 abitanti nella provincia del Lorestan, la polizia ha sparato ad altezza d’uomo e sono stati uccisi due manifestanti.
In rete si trovano alcuni video, mentre il mondo occidentale tace: nessuna presa di posizione, neppure contro la feroce repressione del regime.

Intanto, è stata arrestata una ragazza che si era fatta riprendere nel centro di Teheran a volto scoperto e con i capelli sciolti, sventolando un drappo bianco. In questo modo ha sfidato il regime che impone il velo alle donne.
E’ la figura simbolo della protesta.

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