Nella zona di Gerusalemme Est, in prossimità di Betlemme, città sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese, si trova la Kever Rachel, ossia la «Tomba di Rachele», secondogenita di Labano e moglie di Giacobbe.
Il sito archeologico, al momento, in seguito a una travagliata storia di attribuzioni e cessioni, è sotto la tutela del Ministero degli Affari Religiosi israeliano, sebbene i «palestinesi» e i loro ferventi sostenitori dell’UNESCO lo ritengano, contro ogni evidenza storica, un luogo sacro esclusivamente per l’Islam e i suoi fedeli.
L’area è protetta come una fortezza, a causa dei ripetuti tentativi di saccheggio e distruzione da parte dei «palestinesi». La Kever Rachel, infatti, è stata bersaglio di attentati con bombe, armi da fuoco e pietre. È piuttosto curioso che arabi musulmani tentino di distruggere un sito che essi stessi considerano «sacro». Eppure, questo avviene.
Nonostante le alterne e difficili vicende che l’hanno riguardata, la Tomba di Rachele è oggi sotto il saldo controllo delle autorità israeliane. Ben diversa è la sorte toccata alla Kever Yosef, la «Tomba di Giuseppe», altro luogo santo per gli ebrei, rivendicato dai musulmani senza alcuna prova storica, situato nella città di Sichem, che i palestinesi chiamano «Nablus».
Nel 2000, durante la seconda Intifada, Israele cedette la Kever Yosef all’Autorità Nazionale Palestinese, nel tentativo, andato a vuoto, di placare i rivoltosi. Com’era prevedibile, i palestinesi presero d’assalto la tomba, distruggendo gli infissi e bruciando i libri di preghiera ebraici. In seguito, dipinsero di verde il tetto a cupola del sito, a simboleggiare la definitiva e totale islamizzazione del luogo.
Nel 2002, la Tomba di Giuseppe tornò sotto il controllo israeliano in seguito all’operazione «Scudo Difensivo». Il pellegrinaggio ebraico riprese poco dopo, anche se sotto scorta armata e solitamente di notte, per non turbare i musulmani, che non amano vedere gli ebrei circolare per quelle che ritengono essere le «loro» strade. A differenza della Tomba di Rachele, quella di Giuseppe si trova in una posizione precaria, inglobata com’è all’interno di una città «palestinese».
Il mese scorso, precisamente il 9 aprile, un gruppo di rivoltosi musulmani, infuriati per l’ennesima «profanazione» immaginaria della Moschea di Al-Aqsa, ha preso d’assalto la Kever Yosef e causato gravi danni alla lapide. Una squadra di restauratori israeliani, alcuni giorni dopo, protetta dai soldati dell’IDF, ha riparato il danno. Nel febbraio del 2021, un gruppo di operai dell’ANP ha abbattuto l’altare attribuito a Joshua ben Nun, ossia Giosuè, sul monte Ebal, a nord della già citata Sichem.
I palestinesi, vandalizzando reperti archeologici e architetture millenarie, svelano le loro intenzioni genocidarie nei confronti degli ebrei. La distruzione della cultura ebraica era una prassi del regime nazista. Durante la Kristallnacht, la «Notte dei cristalli», nel 1938, le sinagoghe vennero incendiate, i libri della Torah strappati e i paramenti sacri vilipesi. Dieci anni dopo, nel 1948, quando il quartiere ebraico di Gerusalemme cadde in mano alle forze giordane-palestinesi, tutti i luoghi di culto ebraici, inclusa l’imponente Sinagoga Hurva, furono fatti esplodere o convertiti in discariche, latrine o recinti per animali.
I tentativi arabi di ridurre in polvere antiche e rilevanti vestigia della storia ebraica rivelano l’affinità ideologica e pratica del palestinismo con il nazismo. Le tombe di Rachele e Giuseppe, la Sinagoga Hurva, l’altare di Giosuè sono simboli dell’ebraismo e non della presunta «apartheid» israeliana. Il vero obiettivo della violenza palestinese non sono i sionisti, ma, come sempre, gli ebrei e le prove della loro millenaria presenza su quella terra.