Editoriali

Pence in Israele, e le speranze dei palestinesi colano a picco

Mentre Mike Pence stava festeggiando insieme a Netanyahu il rafforzamento delle relazioni tra Stati Uniti e Israele, il pallido tentativo del leader palestinese Abu Mazen di legittimare l’Unione Europea come nuovo attore chiave per progettare un nuovo processo di pace è stato un totale e completo fallimento.

Questo accade perché Abbas non ha mai voluto comprendere che l’Europa non è in grado, come forza unica e coesa, di battersi per una battaglia che non è la propria. Non ha mai voluto vedere quante volte il vecchio continente ha tradito se stesso, i suoi valori ed i suoi alleati, non ha mai ascoltato le voci provenienti da Gerusalemme, capitale di Israele, mentre nel 2014 il tradimento delle istituzioni europee si stava consolidando nell’accordo sul nucleare iraniano.
Avrebbe fatto meglio, forse, a guardare questa storia come un’amante osserva l’uomo che, per lei, ha appena tradito sua moglie. L’Europa è ossessionata dal non volere nemici, di conseguenza non potrà mai avere un amico perché non sarà mai in grado di proteggerlo dalle ingiustizie.

La guerra diplomatica che i palestinesi si ostinano a voler combattere si sta concludendo nel più triste dei modi per questo piccolo popolo, che ad oggi si ritrova circondato da nemici ben più preoccupanti di Israele. Strumento di sollazzo ricreativo nelle mani dell’Iran, le connessioni con la teocrazia sciita precludono al leader palestinese qualsiasi dialogo con le potenze sunnite, che per adesso non hanno alcun interesse a inimicarsi Israele. Stop, chiaramente, al sostegno da parte degli Stati Uniti, che con Obama avevano illuso i palestinesi di poter contare su un roseo futuro.


Russia? Turchia? Nessuno sembra essere più veramente interessato alla causa del popolo palestinese, che ha sempre puerilmente rifiutato di adattarsi ai cambiamenti geopolitici, sicché ad oggi si ritrova di fronte all’UE, voltagabbana per eccellenza, pronto a supplicare una forte presa di posizione.

Nonostante le “effusioni” tra i due attori, la posizione dell’Unione Europea è stata chiarita da Federica Mogherini: “Nessuno sforzo riuscirà mai a portare le due parti (Israele e Autorità Palestinese) al tavolo delle trattative se il quadro non include gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non riusciranno a condurre da soli un processo di pace, e la comunità internazionale non potrà farcela senza gli Stati Uniti. Abbiamo bisogno di unire le forze”.
La risposta europea è quanto mai palese: non intende mettersi contro gli Stati Uniti o sostituirsi ad essi come interlocutore più importante nel processo di pace israelo-palestinese.
Non può. E non vuole.
Quale tradimento più grande contro l’uomo che ha attraversato una crisi politica interna per atterrare ad implorare l’aiuto di un attore, ovvero l’Europa, storicamente incapace di prendere una posizione ed assumersene le responsabilità.

Le dichiarazioni della Mogherini lasciano spazio ad un’altra menzogna, ovvero che gli Stati Uniti non possano essere l’interlocutore chiave per il processo di pace, cosa che invece è accaduta in passato, continua ad accadere, e accadrà in futuro come è evidente dall’atteggiamento assunto storicamente da Washington.

Noi (gli Stati Uniti) siamo con Israele perché la vostra causa è la nostra causa, i vostri valori sono i nostri valori, la vostra battaglia è la nostra battaglia” ha dichiarato il vice di Trump, Mike Pence, di fronte alla Knesset.
La stessa idea di bene e male, volontà di far trionfare la libertà sulla tirannia, condividere una causa comune.
Quali di queste caratteristiche l’Europa può condividere con l’Autorità Palestinese? Il sistema di valori europeo è ancora oggi diametralmente opposto a quello nazionalista/islamico/vittimista assunto negli anni del soggetto palestinese. La distanza tra i due sistemi di valori è così forte che questa sceneggiata amorosa che va avanti da anni è destinata a colare a picco insieme alle rivendicazioni dei palestinesi su Gerusalemme. Gli unici che avrebbero potuto sostenere la causa palestinese sulla base di valori comuni e su un concreto sostegno sono le nazioni che circondano Israele, ovvero Egitto, Siria e Giordania.


La geopolitica dell’area mediorientale è cambiata e questo paradigma non funziona più. L’Autorità Palestinese stenta ancora ad accorgersi che solo gli Stati Uniti hanno il potere di persuadere Israele ad ammorbidire la linea di Netanyahu. Pence ha ancora una volta sottolineato che la posizione sullo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme – fissato per il 2019 – sarà mantenuta, cosi come l’impegno del presidente Trump a sostenere una pace negoziata tra le parti. Se Abbas fosse un vero leader, coglierebbe l’opportunità celata nel discorso del vicepresidente statunitense: una chiamata a tornare al tavolo delle trattative a negoziare una pace credibile.

Gli Stati Uniti appoggiano la dichiarata volontà del vostro governo di riprendere i negoziati di pace con l’Autorità palestinese. Oggi sollecitiamo caldamente la leadership palestinese a tornare al tavolo. La pace può venire solo attraverso il dialogo. Riconosciamo che la pace richiederà un compromesso, ma si può essere sicuri di ciò: gli Stati Uniti d’America non comprometteranno la sicurezza dello Stato di Israele. Qualsiasi accordo di pace deve garantire la capacità di Israele di difendere se stesso”.

Il compromesso non è ancora stato svelato: forse il progetto di pace comprenderà la rinuncia di Israele ad alcune zone della Cisgiordania, una ricompensa economica o delle concessioni politiche, un intervento diretto della Giordania o ancora la riunificazione delle due parti di territorio palestinese attraverso la creazione di uno stato palestinese nel Sinai. Quel che è certo è che la soddisfazione delle aspettative palestinesi passa inevitabilmente per la volontà israeliana, e la volontà israeliana passa per l’impegno statunitense a mantenere il ruolo di negoziatore fondamentale. Con questa nuova era di cooperazione tra Israele, Egitto e Giordania, gli unici che hanno a cuore il miglioramento della condizione palestinese nella regione sono proprio Israele e gli Stati Uniti.

I venti del cambiamento si vedono già in tutto il Medio Oriente. I nemici di vecchia data stanno diventando partner. I vecchi nemici stanno trovando un nuovo terreno per la cooperazione. E i discendenti di Isacco e Ismaele si stanno unendo nella causa comune come mai prima d’ora”.
Con queste dichiarazioni, Pence ha certificato la volontà di cooperare con le potenze sunnite contro il terrorismo e il suo maggiore promotore, ovvero l’Iran. La guerra contro l’ISIS sta lasciando spazio ad un nuovo nemico, un regime teocratico islamista che si trova sull’orlo del fallimento e che si tiene in piedi solo grazie all’appoggio di Mosca. Ma il vento sta cambiando anche nella fazione sciita, dove la volontà di potenza (?) iraniana e il desiderio di espandere la propria influenza fino alle porte di Israele incontrerà più di un ostacolo sul suo cammino. Abbas ha ancora una volta la possibilità di scegliere da che parte stare, e scegliere l’Iran significherebbe ancora una volta inimicarsi tutto il mondo sunnita, gli Stati Uniti, Israele.
Chi proteggerà allora la casa del leader palestinese? L’Esercito europeo? Esilarante fallimento.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna Su