Israele e Medio Oriente

Sabra e Chatila: il contesto e le conseguenze in Israele

Che cosa è stata davvero la strage di Sabra e Chatila? In quale contesto è avvenuta? Qual è stato il ruolo di Israele, ancora oggi accusato di complicità se non addirittura di essere l’esecutore della strage? E’ bene fare chiarezza e mettere in ordine gli eventi storici, soffermandosi anche sulle conseguenze in Israele.

I palestinesi dell’OLP, nel settembre del 1970, furono cacciati dalla Giordania a causa dei massacri dei terroristi di Settembre Nero e in seguito alla Guerra dei Sei Giorni; decisero, così, di trasferire armi (soprattutto) e bagagli in Libano, trasformando i propri campi in vere fortezze e in una sorta di Stato nello Stato, sul quale il governo del paese dei cedri non ebbe più alcun controllo.

Tra il 1971 e il 1975 la situazione degenerò al punto da sfociare in una vera e propria guerra civile, ed è bene ricordare un episodio di cui nessuno parla: il massacro nel villaggio di Damour, nel gennaio del 1976, dove circa 500 civili cristiani (uomini, donne, bambini) furono sorpresi nel sonno e trucidati dai palestinesi, che subirono la rappresaglia dei falangisti cristiani con l’assassinio di un centinaio di profughi catturati nel campo di al-Karantina.

Dai campi palestinesi partivano anche gli attentati contro i villaggi israeliani al confine settentrionale, così nel giugno del 1982 lo Stato ebraico, fermamente deciso a cacciare l’OLP dal Libano meridionale, varcò le frontiere, costringendo gli adepti del terrorismo a trincerarsi dentro Beirut.

La vittoria di Tsahal e il successivo spiegamento di una forza multinazionale d’interposizione fu salutata con entusiasmo dai libanesi cristiani, e un loro illustre combattente fu eletto alla carica di Presidente del paese: Bashir Gemayel, l’uomo della pace con Israele.

Quest’ultimo, un mese dopo, restò ucciso in un attentato terroristico palestinese, così i cristiani libanesi decisero di vendicarsi attuando una strage nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Chatila, nella parte occidentale di Beirut in mano israeliana, dove circa un migliaio di palestinesi furono sgozzati tra il 16 e il 18 settembre del 1982, senza che i soldati dello Stato ebraico posti a guardia intervenissero per fermare la mattanza.

Il resto del mondo inorridì e accusò Israele, che tuttavia non esitò a dimostrare il significato della sua democrazia: il governo di allora nominò una commissione d’inchiesta che seppe garantire la sua assoluta indipendenza e, senza subire condizionamenti dalla delicata situazione di politica interna ed estera, accertò la responsabilità oggettiva dei comandi militari e quella politica del governo. Tutti i responsabili riconosciuti colpevoli di non aver impedito la strage furono puniti esemplarmente e la crisi che ne derivò fece cadere il governo.

Odio chiama odio, violenza chiama violenza, guerra chiama guerra: tutti ne escono sconfitti. Soltanto riconoscendo i propri errori, adottando le misure necessarie per correggerli e per evitare che si ripetano si potrà sperare di scrivere, in futuro, nuovi capitoli di storia che abbiano per titolo la parola pace.

(Fonte bibliografica: Cristianofobia, René Guitton, Lindau)

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