Editoriali

Timeo Danaos et dona ferentes

Difficile dare torto a Domenico Quirico, che, in un articolo pubblicato su La Stampa pochi giorni fa, a proposito della guerra in corso in Israele, la definisce “commissariata” dagli Stati Uniti. Caroline Glick, con rabbia contenuta a stento, ne scrive da giorni.

I fatti sono evidenti. A diciotto giorni dall’eccidio perpetrato da Hamas, la più grande tragedia vissuta dallo Stato ebraico dai giorni della sua fondazione, l’offensiva terrestre, l’ingresso delle truppe israeliane a Gaza, con l’intento annunciato di estirpare Hamas, non è ancora iniziata.

La versione ufficiale è che i soldati non sarebbero ancora pronti, che devono addestrarsi bene per quella che si annuncia come una guerra urbana dagli esiti potenzialmente devastante, ed è curioso che si affermi che i soldati del più potente e tecnologizzato esercito esistente in Medio Oriente non abbiano già a monte un addestramento e una preparazione necessaria per questo tipo di eventualità. L’altra versione, collaterale a questa, è che la cosiddetta prima fase, consistente nel massiccio bombardamento delle infrastrutture di Hamas a Gaza, non si sia ancora esaurita.

Queste finzioni sono state smentite ieri dall’esercito, il quale, in un comunicato, ha fatto sapere di essere pronto non solo a entrare a Gaza ma anche a gestire il fronte libanese se Hezbollah dovesse incrementare la propria aggressività.

Di fatto non era mai successo che gli Stati Uniti intervenissero così massicciamente in un teatro di guerra israeliano, con addirittura il capo del Pentagono e il presidente degli Stati Uniti stesso in visita.

L’abbraccio americano salutato con gaudio e commozione da Netanyahu, un leader debole e ormai avviato a un inevitabile tramonto, in realtà è una stretta coercitiva.

È di ieri la notizia che sono in arrivo in Israele consiglieri militari americani. Anche questa una novità assoluta. Quando mai Israele nel corso delle sue guerre, dei suoi conflitti, delle sue azioni militari, ha fatto ricorso alla presenza di consiglieri militari americani?  

L’evidenza, nonostante inevitabili smentite da parte della Casa Bianca e di Israele, è schiacciante: la guerra in corso è stata sottratta a Israele, alla sua decisionalità, dall’amministrazione Biden.

Timeo Danaos et dona ferentes. Mai come in questa circostanza, calzano le parole che Virglio fa pronunciare nell’Eneide a Laocoonte, “Guardati dai greci che ti portano doni”. 

Dopo il primo iniziale e incondizionato appoggio americano dato a Israele, sull’onda dello shock provocato dall’eccidio perpetrato da Hamas, sono iniziati velocemente gli interventi per porre un freno alla annunciata determinazione israeliana di entrare nella Striscia per rovesciare Hamas. In nome degli aiuti umanitari e della salvaguardia degli ostaggi, 220, ancora prigionieri a Gaza, del rischio escalation regionale, l’invasione di terra è stata congelata e, a questo punto, non si sa se avrà luogo e, se lo avrà, in che forma. Sarà Washington a decidere.

Nel mentre fa capolino, dietro la testa di Biden, quella del suo predecessore, il presidente americano più ostile a Israele e alle sue ragioni, dopo Jimmy Carter. Barak Obama ha dichiarato che la strategia militare di Israele debba ottemperare al “rispetto del diritto internazionale”, la solita formula subdola intesa ad affermare che Israele può sì agire ma riducendo al massimo la sua capacità di deterrenza.

Joe Biden si gioca in Israele una partita tutta americana a un anno dalle prossime elezioni. L’appoggio allo Stato ebraico, è subordinato ad esigenze che gli sono esterne, quelle di non scontentare troppo il partito democratico e inimicarsi il suo bacino elettorale, certamente non particolarmente amico dello Stato ebraico. Esigenze che pertengono a uno Stato straniero e alle quali Israele dovrebbe essere impermeabile, ma da molto sono finiti i tempi di Golda Meir che, davanti alle riluttanze di Kissinger faceva la voce grossa, o di Begin, che nonostante la contrarietà americana di attaccare il reattore nucleare che Saddam Hussein aveva costruito procedette comunque anteponendo a ogni altra considerazione la sicurezza di Israele.

L’Israele di oggi appare debole e smarrito, e purtroppo ostaggio, come i cittadini israeliani detenuti da Hamas, delle priorità e delle scelte di un soggetto terzo.    

 

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