Golda Meir, per un’Europa forte

Il 3 maggio sarà il giorno dell’anniversario della nascita del primo premier donna nella storia di quell’Occidente inteso tale dagli stati che condividono i medesimi principi culturali, democratici e liberali, e della prima donna ad aver raggiunto la più alta posizione nell’emisfero della politica israeliana: Golda Meir.

Sono molti gli aspetti di Golda Meir che la storia ricorda, e che furono a suo tempo egregiamente riassunti da Oriana Fallaci in poche righe nel celebre Intervista con la storia. Soffermarsi sugli aspetti biografici della vita da Primo Ministro in Israele di Golda Meir, carica che assunse dal 17 Marzo 1969 al 3 Giugno 1974 in quanto unico membro del Partito Laburista israeliano ad essere in grado, dopo la scomparsa dell’allora Premier in carica Levi Eshkol, in grado di far convergere le varie anime presenti nell’organizzazione, è esercizio di storiografia. Ciò che invece è forse importante analizzare oggi, in questa Europa emorragica di principi e valori a cui ispirarsi, di riferimenti e non in grado, così appare leggendo molto analisti, di costruire sogni ispirati al desiderio di realizzazione di sé e di libertà, e al contempo minacciata da un terrorismo che invece, in forma violenta, coltiva anch’esso un progetto di unione, la creazione di uno Stato Islamico, ma su basi illiberali, violente eppure attraenti in qualche modo per molti fedeli di origine araba nati nel Vecchio Continente, è il rapporto che ebbe Golda Meir con il femminismo e il modo in cui, pur apparentemente avversandolo, finì per divenirne un’icona quantomeno nella letteratura e cinematografia statunitense.

L’importanza di conoscere questo aspetto della vita di Golda Meir si riscontra in due ragioni: da un lato, in qualità di quarto Primo Ministro Israeliano e personaggio politico attivo durante la formazione e determinazione dello Stato di Israele, ha forse da insegnare all’Europa ad essere un’entità politica, con solide fondamenta su cui costruire la propria identità, dall’altra è evidente una deriva del separatismo femminista in forme di tutele verso le donne che tradiscono il loro essere prima di tutto individui; tale va considerata la decisione della Società di trasporto regionale Mitteldeutsche Regionbahn di istituire, sulla tratta ferroviaria che va da Lipsia a Chemnitz, carrozze riservate alle sole donne oppure del complesso di piscine svedese Eriksdalsbladet di creare, dopo oltre cinquant’anni di attività, aree divise fra uomini e donne. Queste forme di salvaguardia dell’incolumità di un genere non fanno altro che separare gli individui che ne fanno parte rendendoli parti politiche da proteggere da altre tramite un trattamento speciale. Il prossimo passo in una visione estremizzata, sebbene non troppo, rischia di essere un coprifuoco speciale per le donne che non sono accompagnate, come in effetti fu proposto in Israele nel 1950 a Gold Meir da un membro del suo partito al fine di mettere fine ad una serie di stupri, e a cui ella ebbe a rispondere che semmai il coprifuoco servirebbe per gli uomini, essendo essi a macchiarsi di violenze sessuali – una risposta provocatoria, ma che in senso giustizialista aveva logica, pur non essendo certo Golda Meir giustizialista.

La riesumazione di un aspetto così specifico della vita di Golda Meir ci riporta ad un femminismo non separatista, laico ed individuale, che oggi è assente in Europa se non per le eccezioni di Elisabeth Badinter e dell’iraniana naturalizzata francese Chahdortt Djavann, mentre nel mondo statunitense possiamo citare Ayaan Hirsi Ali, di origini somale, e Wendy Mcelroy.

È proprio Elisabeth Badinter, nel suo La strada degli errori – Il pensiero femminista al bivio, a ricordare che l’uso del velo imposto dalle correnti fondamentaliste del mondo islamico serve a nascondere la donna per non renderla oggetto di desiderio in quanto è, sempre nella visione fondamentalista, per sua natura oggetto di desideri impuri mentre innocente è l’uomo che li prova, determinando così un separatismo non più femminista, ma maschilista, a cui i trasporti tedeschi e le piscine pubbliche svedesi sembrano voler cedere.

Allora perché non ricordare quella Golda Meir desiderosa di essere parte attiva nella creazione di una forte entità territoriale ebraica nelle terre della Palestina al punto da trasferirsi, nel 1921, con il recalcitrante marito in un kibbutz nell’area dell’Emek, in Bassa Galilea. In quegli anni la spartizione dei lavori fra uomini e donne seguiva un’attribuzione stereotipata dei ruoli: gli uomini potevano lavorare nei campi e occuparsi degli allevamenti, ricevendo un’opportuna formazione da agronomi, mentre alle donne spettavano le mansioni domestiche e di accudimento dei figli. Esse non ricevevano alcuna formazione che le rendesse abili al lavoro e, di conseguenza, nemmeno una qualche forma di retribuzione in forma di denaro che invece spettava agli uomini. Malgrado questa situazione Golda riuscì a divenire un’abile allevatrice e si occupò delle ronde di guardia notturne, mangiando spesso con gli uomini e attirandosi qualche antipatia da parte delle donne del luogo. Le stesse memorie dell’autobiografia La Mia Vita della Meir raccontano quanto associasse tali antipatie delle altre donne più all’essersi relegate in cucina che all’interesse a raggiungere pari diritti con gli uomini. L’individualismo di quella che sarebbe divenuto più avanti Premier israeliano è già qui consistente. Negli anni a seguire ella lascerà il kibbutz su richiesta del marito, insoddisfatto della vita a cui era stato condotto, e si trasferirà a Gerusalemme, dedicandosi ai suoi due figli e definendo, sempre nella sua autobiografia, questo periodo della sua esistenza frustrante. L’incontro casuale con l’amico David Remez la spingerà al ritorno all’attivismo che, assieme alla vita nel kibbutz, aveva lasciato, proponendole due importanti incarichi nell’organizzazione sindacale sionista Histradrut, quello di membro del consiglio esecutivo dell’organizzazione e segretario del Mo’ezet ha-Po’alot (il consiglio delle lavoratrici, una costola dell’Histradrut). Golda entrerà in questo periodo spesso in contrapposizione con il movimento femminista dell’Histradrut in quanto non considerava le questione femminile posta dalle donne importanti tanto quanto lo era la formazione dello Stato di Israele e reputava fosse quest’ultimo solo il fine tramite cui anche le donne avrebbero potuto emanciparsi e realizzare sé stesse. La stessa nomina a segretario del Mo’ezet ha-Po’alot pare fosse motivata dalla nota contrapposizione al movimento femminista del movimento Hapoel Hatzayir opposto all’Histradrut.

Anche dopo il 1948 il suo atteggiamento non differì di molto: sempre nella già citata intervista con Oriana Fallaci, la Meir ricorderà di aver lavorato sempre tra gli uomini, di non aver mai subito alcun trattamento speciale perché donna e si domanderà se in parte non è delle donne la colpa di alcune condizioni.

Vale anche la pena ricordare che ad oggi non è stata chiarita la fede di Golda: le volte che si espresse sull’argomento, si disse non particolarmente religiosa, ma appartenente al popolo ebraico, distinguendo così la spiritualità dall’appartenenza sentita dal singolo.

L’integrazione con i nuovi arrivati dell’Islam pone molte sfide e nelle varie correnti l’assenza di un femminismo laico e individualista, si fa sentire quando nelle cronache emerge un certo tipo di violenza che, sebbene non in tutte le interpretazioni, trova i suoi pretesti religiosi.

Sarebbe un errore separare i fatti di Colonia da un certo indottrinamento religioso che rende quei gesti accettabili da parte di chi li compie. La stessa esistenza di una serie di movimenti definiti nella letteratura sociologica femminismo islamico sta lì a dimostrare che il problema c’è. Se anche si vogliono ignorare le tesi della già citata Ayaan Hirsi Ali, naturalizzata olandese, divenuta membro del Partito Liberale dei Paesi Bassi e trasferitasi, successivamente, negli Stati Uniti, atea dopo aver vissuto sul proprio corpo l’orrore delle pratiche tribali quando ancora bambina, per la quale l’islam è sempre una religione misogina, liberticida nei riguardi delle donne quali individui, non si può non tenere in considerazione che le teorie di Asma Lambert, una delle più note rappresentanti del femminismo islamico, ammettono l’esistenza di una situazione culturale che richiede una reinterpretazione del Corano volta a dimostrarne in realtà l’egualitarismo negli insegnamenti. È d’altronde dalla fine dell’Ottocento che nel mondo arabo viene posta la questione. Basti ricordare quanto scriveva Muhammad Abduh, giurista egiziano secondo cui gli insegnamenti di Maometto prevedevano pari diritto fra uomini e donne e non una condizione di sottomissione.

Passa anche da Golda Meir una riflessione politica sull’Unione Europea la quale deve scegliere, come Israele, una strada comune sull’immigrazione e, va da sé, sul diritto di cittadinanza; un’identità imperniata sul principio di libertà per il quale il genere non dà adito e separatismi. Ai suoi tempi lo scopo era la costruzione, e poi il rafforzamento, dell’esistenza dello Stato di Israele; oggi lo scopo dei leader è la costruzione di un’affezione politica al confuso progetto europeo, con i singoli stati che agiscono separatamente, e con egoismi nazionalisti, sulla gestione dell’immigrazione e con leader politici che sempre più attribuiscono le miserie dei propri elettori all’Europa, vanificando ogni sentimento positivo verso l’UE. Le occasioni di discussione per donne e uomini europei sul tema dell’identità che passa anche dal mondo femminile non mancano: vanno dalle proteste delle hostess di Air France contro l’obbligo di indossare lo Hijab sulle tratte che vanno da Teheran a Parigi, alla decisione della autorità svizzere di sospendere il procedimento verso la naturalizzazione di una famiglia di origini siriane dopo che i figli adolescenti si sono rifiutati di stringere la mano alle loro insegnanti perché donne. Nel frattempo il femminismo islamico seguirà il proprio corso e gli capiterà farlo pure in Europa con manifestazioni quali, ad esempio, gli otto chilometri in bicicletta percorsi dalle donne musulmane nella Domenica del 13 Marzo a Milano. Tuttavia, queste manifestazioni non devono convincere alla percorrenza della strada del relativismo culturale, rendendo l’Europa ancor meno identitaria.

L’Europa alla quale aspirare è quella in cui le donne possono fare jogging sulle spiagge anche a tarda sera, al pari degli uomini, come sa che avviene in Israele chiunque sia stato a Tel Aviv.
E Golda Meir molto probabilmente auspicava questo per le donne.

Lukas Dvorak

Lukas Dvorak

Nato a Praga, in Repubblica Ceca, nel 1988, di formazione umanistica. Appassionato di politica e scienze sociali, milanese di adozione, percorre senza sosta un percorso di approfondimento su vari autori, passati e attuali, nell'ambito politologico con un occhio di riguardo alla corrente liberalista. Amante di Israele da quando, vedendo Tel Aviv, vi ha intravisto un'espressione e di libertà senza eguali. È contributor anche per Strade e ha scritto su Immoderati.it, Formiche.net, Rischiocalcolato.com e per il Leoniblog con un articolo sulle riforme liberiste di Netanyahu.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sostienici