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Erdogan: il giorno delle purghe. Chiusi 45 giornali e 16 canali

Continua a colpire duro il presidente turco Erdogan dopo il fallito golpe del 15 luglio. Le autorità di Ankara hanno emesso un ordine di chiusura per 45 giornali e 16 canali televisivi. Mandati d’arresto per 47 giornalisti del quotidiano Zaman nell’ambito delle indagini sulla rete di Fethullah Gulen, il magnate e ideologo islamico che dal 1999 si è autoesiliato in Usa, accusato da Ankara di essere la mente del tentativo di colpo di Stato. I mandati riguardano “dirigenti e personale di Zaman, compresi editorialisti”, riferisce un funzionario alla Cnn turca, definendo la versione del giornale diffusa sino allo scorso marzo come la “portabandiera dei media favorevoli” a Gulen. Il quotidiano dell’opposizione era stato di fatto commissariato la scorsa primavera, con un giro di vite che aveva provocato numerosi licenziamenti e un cambiamento della linea editoriale.

Sono oltre 130 i media sono stati chiusi in Turchia in risposta al fallito putsch militare. Lo riferisce il quotidiano Hurriyet, diffondendo i dettagli di un decreto sullo stato di emergenza. In particolare sono state chiuse tre agenzie di stampa, 16 canali tv, 23 radio, 45 giornali, 15 magazine e 29 case editrici. Tra essi, l’agenzia Cihan, Zaman e Kanalturk.

E via Twitter la Cnn Turk fa sapere che le autorità turche hanno rimosso 149 generali e ammiragli. “Sono stati licenziati per la loro complicità nel tentato colpo di stato”, ha detto un funzionario turco, precisando che si tratta di 87 alti ufficiali dell’esercito, 30 dalla aeronautica e 32 della marina. Vanno ad aggiungersi ad altri 1099 ufficiali e 436 sottoufficiali, per un totale di 1684 militari messi alla porta.

Intanto il primo ministro turco, Binali Yildrim, insiste nel parlare di “prove evidenti” della colpevolezza di Gulen e in un’intervista al Wall Street Journal critica l’amministrazione Obama per non aver ancora proceduto all’estradizione del religioso, la cui “setta terrorista”, ha sottolineato, è “responsabile di violenti attacchi contro il popolo turco”. “Siamo affranti dal modo in cui gli Usa hanno affrontato la questione. Semplicemente non riusciamo a capire perché gli Usa non ci consegnano questo individuo”, ha dichiarato Yildrim.

Gulen, dal canto suo, in una lettera aperta pubblicata dal New York Times, ha ribadito la sua estraneità al golpe, sostenendo che il “dittatore” Recep Tayyip Erdogan “sta ricattando gli Stati Uniti, minacciando di ritirare il sostegno del suo paese alla coalizione internazionale contro lo Stato islamico”. Secondo il predicatore, Erdogan punta alla sua estradizione “nonostante la mancanza di prove chiare e nessuna prospettiva di giusto processo”.

Commissione d’inchiesta indaga su golpe. Il Parlamento turco ha votato all’unanimità a favore della creazione di una commissione speciale per indagare sul fallito tentativo di colpo di stato militare. L’organismo comprenderà rappresentanti di tutti e quattro i principali partiti politici: quello della Giustizia e Sviluppo (AK) al potere, il Partito Repubblicano Popolare (CHP), il Partito Democratico Popolare (HDP) e il Partito del Movimento

Nazionalista (MHP). Alla commissione sarà dato il potere di interrogare i sospetti come fanno i procuratori. Nel tentativo di golpe, oltre 240 persone sono state uccise e più di duemila sono stati i feriti. Nei giorni successivi sono state arrestati più di 13 mila sospetti.

Fonte: Repubblica.it

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