Israele e Medio Oriente

Apologia e ideologia. Il caso Cardini

Occuparsi di Franco Cardini significa occuparsi di uno strenuo apologeta dell’Islam interpretato nella luce benevola di grande culla della civiltà e purgato di tutto ciò che non collima con questa rappresentazione mitica. Cardini appartiene a quella categoria cospicua di storici e studiosi che hanno sottomesso l’analisi puntigliosa e il più possibile oggettiva dei fatti, all’ideologia. Il suo antiamericanismo, figliato in anni giovanili dall’appartenenza alla destra paneuropeista di Jean Thiriart, il cui obbiettivo era quello di sganciare l’Europa dagli Stati Uniti e dal patto atlantico, non è mai venuto meno, anzi si è rafforzato in modo esponenziale, tanto da farlo apparire una filiale di provincia della casa madre (ahimè per lui, americana e pure ebrea, quella di Noam Chomsky).
L’Islam fantasticato da Cardini è infondo nulla più che una gigantesca messinscena in cui le parti più violente e indigeribili con le quali ci dobbiamo confrontare oggi non sono altro che l’effetto di cause a loro esterne, ovvero dell’Occidente brutto, sporco e cattivo, il vero e perenne villain dal volto sfigurato come quello di Dorian Grey, per le turpitudini commesse.
In una recente intervista concessa a un intervistatore accovacciato, Cardini ci ha regalato alcuni estratti del suo romanzo islamico. Il nostro compito, qui, è di aggiungervi alcune dolenti postille.
Su i terroristi musulmani questo è ciò che ci viene propinato.
“L’Islam non viene usato come fede religiosa ma come un’ideologia politica. Un’ideologia fondata sul movimento di riscossa di tutte le genti che aderiscono ad esso, una riscossa che non persegue, come debbono i credenti, la propria salvezza, bensì l’egemonia sul mondo. La stessa egemonia che l’Islam ha avuto dal VII al, grosso modo, XVIII secolo, prima che l’Occidente progressivamente gliela strappasse. Questa non è fede religiosa, ma ideologia politica. Chi vi aderisce può essere religiosissimo, ma quella è un’ideologia politica. In nome della quale addirittura si scambiano le carte in tavola: si forzano i dettami della shari’a fino al punto di falsare i termini del rapporto con i cristiani. Dire che i cristiani non hanno diritto di stare in territorio musulmano contraddice il diritto coranico, che è molto chiaro.”
Per Cardini, o meglio per il Cardin dell’Islam che lo rimodella secondo il proprio estro sartoriale, ci sarebbe una differenza sostanziale nell’Islam tra fede religiosa e politica. Da una parte ci sarebbero i credenti, con la loro fede, e dall’altra gli ideologi politici. Peccato che quanto egli dice contraddice palesemente la stessa ragione d’essere dell’Islam che è essenzialmente teopolitica fin dal principio e non è mai venuta meno. “L’egemonia sul mondo” è infatti statuita coranicamente come compito perrenne dell’Islam.
Nelle limpide parole di Ignaz Goldziher, uno dei più grandi islamologhi di sempre, “Maometto è il profeta della lotta e della guerra…Ciò che egli fece inizialmente nell’ambito arabo vale come testamento per i suoi seguaci: lotta contro gli infedeli, estensione non tanto della propria fede quanto della propria sfera di potere, che è la sfera di potere di Allah. I combattenti dell’Islam devono innanzitutto sottomettere, più che convertire gli infedeli”.

La natura intrinsecamente politica dell’Islam si manifesta chiaramente nella sua ripartizione del mondo in due sfere opposte e inevitabilmente in conflitto tra di loro, dār al-Islām (La Casa dell’Islam) e Dār al-ḥarb (La Casa della Guerra). I kafir (gli infedeli) che si trovano nel Dār al-ḥarb, devono essere sottomessi all’unica vera e originaria religione dell’umanità.
Come recita la sura 9:5 del Corano, “Quando i mesi sacri sono trascorsi, uccidi i kaifir ovunque li troverai. Prendili prigionieri, assediali, e attendili con ogni genere di imboscata. Se si sottomettono all’Islam osserva la preghiera e paga le tasse ai poveri, poi lasciali andare. Allah è generoso e misericordioso”.
Su una cosa ha ragione Cardini, la shari’a non impedisce ai kafir, in questo caso i cristiani, di stare nello stesso territorio dei musulmani. Solo che bisognerebbe dire in che modo ci sono stati per secoli, da dhimmi, sottomessi cioè alla supremazia e protezione islamica. Sulla questione, Abu l-A’la Maududi, eminente teologo pakistano non la manda a dire:
“Uno stato islamico è obbligato a distinguere (vedi alla voce discriminare) tra musulmani e non musulmani. Tuttavia la legge islamica, shari’a garantisce ai non musulmani alcuni diritti stabiliti oltre ai quali non viene loro permesso di immischiarsi negli affari dello stato non sottoscrivendo la sua ideologia”.
Sì, dice Maududi, i cristiani o gli ebrei, o altri, possono stare qui da noi, ma in una condizione subordinata e minoritaria, non essendo infatti musulmani. Per lungo tempo i kafir hanno dovuto pagare nella loro condizione di dhimmi, la jiza, il “pizzo” legalizzato dallo stato islamico per la protezione offerta. Protezione contro chi? Soprattutto contro i musulmani stessi. Questa pratica è rimasta in voga fino alla fine del XIX secolo, ma di fatto la sua pratica non si è estinta del tutto. Ancora nel 2013 i Fratelli Musulmani la imposero a quindicimila egiziani copti nel villaggio di Dalga. Nella sua interpretazione fedelmente rigorista dell’Islam, l’ISIS ne ha ripristinato la pratica in stretta osservanza con ciò che afferma il Corano al riguardo (9,29).
Su tutto ciò naturalmente lo storico toscano sorvola e resta in attesa della prossima domanda dell’intervistatore supino, ammaliato dal verbo del suo intervistato. Questa giunge attesa e inevitabile. Il sufismo come esempio di Islam superiore e illuminato. Cardini-Cardin non fa attendere una nuova creazione. Sì, i Sufi sono sicuramente pia e devotissima gente unicamente interessata alla mistica e all’unione beatifica con Allah, tuttavia…
“Una certa animosità, che poi è divenuta inimicizia e ostilità tra i Sufi e i movimenti fondamentalisti, è nata alla fine del XX° Secolo con gli sviluppi propriamente militari del wahabismo, un movimento che hanno incrementato i sauditi per far piacere agli americani durante la guerra in Afghanistan. Da lì sono nati tutti i problemi che conosciamo oggi”.
Davvero? Evidentemente Al-Ghazali, uno dei maggiori pensatori islamici e Sufi esemplare doveva essere un anacronismo vivente vista la sua rigorosissima ortodossia islamica, che con terminologia moderna si potrebbe sicuramente definire “fondamentalista”. Acceso sostenitore del jihad e della dhimma, come è scritto chiaramente nel Wagjiz, che è del 1101. Ma Al-Ghazali, si sa, era figlio del suo tempo, lo stesso tempo cristallizzato che ritroviamo nell’opera del Sufi, Hussein Tabandeh vissuto molti secoli dopo, rigorista quanto Al-Ghazali realtivamente all’implementazione più rigorosa della shari’a e sostenitore in accordo con la tradizione suprematista più consolidata dell’Islam, dell’inferiorità dei non musulmani rispetto ai musulmani.
Tabadesh scrisse un intero trattato contro la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che diventò la base sulla quale il governo teocratico di Theran ha basato la sua legislazione relativamente ai non musulmani. Tabadesh non è un’aberrazione tra i Sufi. Egli segue la tradizione dei dervisci Sufi turchi il cui fanatismo ha contribuito all’islamizzazione forzata dei cristiani nell’Asia Minore. E’ in buona compagnia con altri Sufi illuminati come Sirhindi (morto nel 1624) Shah Wali-Allah ( morto 1762), anch’essi sostenitori accesi della classica visione suprematista e jihadista dell’Islam, la medesima esposta senza infingimenti dall’ISIS.

Ma per Cardin-Cardini il sufismo è solo unio mistica e pratica interiore. Quanto al wahabismo “incrementato dai sauditi per fare piacere agli americani durante la Guerra in Afghanistan”, siamo al pieno delirio di una mente deragliata da troppo antiamericanismo.
Il wahabismo, credo dominante in Arabia Saudita, che si oppone radicalmente alla versione sciita dell’Islam, non ha certo avuto bisogno degli americani per incrementarsi né della guerra in Afghanistan. E’ dal 1970 che l’Arabia Saudita finanzia cospicuamente le madrasse e le moschee in tutto il mondo per espandere il radicalismo wahabita. Nel 2013 il Parlamento europeo lo ha identificato come la fonte principale del terrorismo globale. Ma per Cardin-Cardini il terrorismo globale di matrice islamica è 1) una ideologia politica che non ha nulla a che vedere con l’Islam, religione di pace, concordia e dialogo, 2) è un prodotto degli Stati Uniti, i quali lo avrebbero anche misteriosamente determinato in Africa, nelle Filippine, in Tailandia e in India, dove la presenza e gli interessi americani sono stati marginali o nulli.
Mancano due preziosi tasselli. Uno riguarda un cavallo di battaglia dell’apologetica islamica, “il debito immenso” che l’Occidente deve all’Islam. Per Cardini, “L’Islam è alla base della modernità”.
Ascoltiamolo.
“Non dobbiamo dimenticare che il succo della modernità è anche l’elaborazione tecnico-scientifica di dati che attraverso la cultura medievale provenivano dal’Islam. I dati che venivano dall’antichità comunque la cristianità occidentale li ha potuti elaborare grazie all’apporto islamico.”
Bisogna qui fare una considerazione essenziale. E’indubbio che durante la dinastia degli Abassidi vi fu una notevole fioritura culturale in ambito islamico dei cui frutti godette l’Europa, ma tutti questi frutti assimilati dal mondo musulmano e poi trasferiti dentro quello occidentale non hanno nulla di autoctono, di specificamente musulmano. Infatti sono di derivazione principalmente greca, indù, persiana. Tutte le elaborazioni di pensiero sorte in ambito islamico non sono state generate dall’humus musulmano in quanto tale, sempre e prioritariamente ancorato al proprio testo sacro come fonte ultima di legislazione e conoscenza, ma nonostante esso. Come ha scritto Bernard Lewis, l’impero islamico ereditò “il sapere e le abilità del vicino Medioriente, della Grecia e della Persia, vi aggiunse nuove e importanti innovazioni dall’esterno, come la fabbricazione della carta dalla Cina e i numeri decimali dall’India”. Con l’eccezione di alcuni personaggi di grande levatura intellettuale, come Al-Farabi, Omar Kahayyam, Al Khawarzami, Averroe, Avicenna, e pochi altri, tutti in odore di eresia in quanto critici della religione musulmana ed estimatori soprattutto della ragione, l’Islam ha proceduto lungo la strada di una progressiva svalutazione della ragione e di conseguenza della ricerca scientifica. Nessuno di questi autori e pensatori era un devoto o buon musulmano secondo i criteri dell’ortodossia islamica. Il trionfo di Al Ghazali nel dodicesimo secolo, per il quale l’indagine razionale era da subordinare completamente all’azione divina, e a suo seguito, il progressivo consolidarsi dell’ortodossia islamica, mise fine all’impresa scientifica già agli albori del tredicesimo secolo. Ma per Cardini “la base della modernità” sarebbe l’Islam.
Non si può concludere senza farci mancare l’elogio dell’attuale papa, il quale invece della indimenticabile lectio di Ratisbona svolta dal suo predecessore, Benedetto XVI ci ha spiegato che l’esortazione gesuana a convertire le genti può essere ritenuta una forma di conquista non dissimile a quella che si trova radicata nella natura dell’Islam (e questa ultima considerazione, di una consustanzialità tra Islam e conquista dovrebbe forse dispiacere a Cardini).
Sulla possibilità del dialogo tra cristianesimo e Islam ci viene infine detto:
“Il dialogo risulta possibile finché almeno nella Chiesa Cattolica (e mi risultano posizioni simili anche in altre chiese cristiane) c’è una figura come Francesco. Egli ha capito due cose: prima di tutto la grossolanità degli errori strategici in corso, poiché bombardare dall’alto vuol dire semplicemente fomentare odio e regalargli adepti. E poi che il modo vero per contrastare il Califfo è la diplomazia, non ricreare i “crociati”, come la propaganda islamista ci descrive. Bisogna neutralizzare queste sciocchezze. Il Papa è il primo nemico del Califfo. Da cristiano, si sta rimettendo alla Volontà Divina. Un Sufi direbbe che è si sta comportando da vero musulmano.”
Non c’è bisogno di essere un Sufi per considerare il comportamento del papa quello di un vero musulmano, basta infatti leggere le sue dichiarazioni, di cui una parafrasata sopra, tutte tese a volere separare la violenza islamica dalla religione che trova in essa la sua giustificazione ed evitando di mostrare come l’Islam e il cristianesimo siano di fatto incompatibili. Ci vorrebbe di nuovo un papa della grandezza testimoniale e fervente di Giovanni Paolo II per dire ciò che disse in tempi non ancora supini al politically correct, quando affermò “Chiunque, conoscendo l’Antico e il Nuovo Testamento legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso si è compiuto…Non soltanto la teologia ma anche l’antropologia dell’Islam è molto distante da quella cristiana”.
Per quanto riguarda i bombardamenti, Cardini propone di non fare nulla. Bombardare significa infatti, “fomentare l’odio e regalare adepti”. Meglio non fare niente, osservare da lontano e lasciare per esempio, la Siria al suo destino. Si resti in attesa confidenti. Forse vincerà Assad, forse l’ISIS riuscirà a scalzarlo, noi aspetteremo e vedremo. Il Cardini stratega militare ci indica un mondo senza guerra e senza difese in attesa che quell’Islam illuminato, frutto della sua accalorata immaginazione, prepari l’avvento di una nuova modernità europea.

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