Stati Uniti e Medio Oriente

Alcune nomine di Biden relative al Medio Oriente

A due mesi dall’insediamento della nuova amministrazione di Joe Biden, è presto per trarne un primo bilancio, tuttavia, alcune considerazioni sul suo operato sono già formulabili.

La prima considerazione è quella relativa al presidente stesso. E’ innegabile che Joe Biden sia una persona moderata e un politico di lungo corso, dotato di grande esperienza. E’ anche vero, come ha dichiarato Donald Trump in campagna elettorale, che della sua cinquantennale carriera politica nessuno si ricordi di una decisione o di discorso che abbia lasciato il segno. Forse l’unico episodio degno di nota, in merito alle relazioni con Israele, fu quello avvenuto nel giugno del 1982 con l’allora premier israeliano Menachem Begin. L’episodio in questione avvenne durante una sessione del Comitato per le relazioni estere del Senato, durante la quale il giovane senatore Biden – aveva allora 39 anni – minacciò Begin di tagliare a Israele gli aiuti americani (Israele era impegnata nella guerra in Libano e si trovava in una situazione molto delicata). Anche all’epoca il contenzioso riguardava la presenza degli ebrei in Giudea e Samaria. Secondo i testimoni presenti all’incontro, Biden puntò il dito conto Begin e urlando lo minacciò di togliere a Israele l’appoggio americano. Allorché Begin, con pacatezza, rispose “Sono un ebreo orgoglioso con 3.700 anni di storia civile. Nessuno è venuto in nostro aiuto quando stavamo morendo nelle camere a gas e nei forni. Nessuno è venuto in nostro aiuto quando stavamo cercando di creare il nostro paese. Abbiamo pagato per questo. Abbiamo lottato per questo. Siamo morti per questo. Resteremo fedeli ai nostri principi. Li difenderemo. E, se necessario, moriremo di nuovo per loro, con o senza il tuo aiuto.” Nessuna cronaca riporta la risposta di Biden, che probabilmente non fu nulla di memorabile. Come non sono state memorabili le sue posizioni durante gli otto anni di vicepresidenza durante la presidenza Obama. Posizioni sempre allineate a quelle del duo Obama-Clinton prima e Obama–Kerry dopo. Adesso come allora le sue posizioni sulla questione israelo-palestinese sembrano essere immutate.

Fin da prima che venisse eletto e ora che è diventato presidente, non si è smesso di interrogarsi se riuscirà a portare a termine il suo mandato o verrà sostituito dalla sua vice Kamala Harris, la quale, al momento, resta completamente sullo sfondo.

In attesa di capire quali saranno gli sviluppi alla Casa Bianca, in molti in Medio Oriente, si sono chiesti quale sarà la politica americana nella regione. Se sarà allineata a quella di Obama, del quale Biden era il vice, o  se avrà una sua linea ben precisa. L’unico dato certo è che sarà assai diversa da quella dell’amministrazione Trump. Proviamo a tracciare una possibile linea politica, relativa ad Israele, basandoci sulla scelta dei suoi collaboratori più importanti.

Come Segretario di Stato è stato nominato Antony Blinken. Questa nomina è il coronamento di una carriera di funzionario di stato e consulente  sia di Obama che dello stesso Biden. Tra le cariche assolte da Blinken va ricordato che, nel 2014, venne nominato vice consigliere per la Sicurezza Nazionale dall’allora presidente Obama. Nel ricoprire questa carica fu uno degli artefici dell’accordo sul nucleare con l’Iran (Joint Comprehensive Plan of Action).

Come responsabile della Sicurezza Nazionale è stato scelto Jake Sullivan. Sullivan fu uno degli artefici delle trattative segrete intavolate dall’amministrazione Obama – assieme a Wiliam Burns – con l’Iran, le quali, nel 2015, portarono alla firma del JCPA. Il suo ruolo fu decisivo per potere giungere all’accordo.

Come direttore della CIA, Biden ha nominato Wiliam Burns, uno degli artefici delle trattative che portarono alla firma del JCPA. Burns è un consulente di lunghissimo corso. Oltre che per l’amministrazione Obama, ha lavorato per le amministrazioni Clinton e Bush Jr.  Burns accusò Ehud Barak per il fallimento delle trattative di Camp David del 2000, cosa che fu smentita da tutti gli altri partecipanti agli incontri compreso il presidente Clinton. Con Bush Jr. prese la posizione a favore del riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese. Durante l’amministrazione Obama tentò in tutti i modi di bloccare lo sviluppo del sistema anti missili balistici Arrow in base al quale Israele si è potuto dotare di una protezione contro i missili a lunga gittata.

Come responsabile dell’USAID è stata nominata Samantha Power, già ambasciatrice ONU durante l’amministrazione Obama. Ruolo che le consentì di operare nel cantiere della Risoluzione 2334 del dicembre 2016, tra le più punitive mai emesse dall’ONU nei confronti di Israele.

Come vice Segretario di Stato, la scelta di Biden è caduta su Wendy Sherman, già capo negoziatore nei colloqui aperti sul nucleare con l’Iran e braccio destro di John Kerry.

Sono indicative anche le ultime scelte fatte da Biden relative a ruoli meno visibili ma altrettanto rilevanti. Tra di esse ne evidenzieremo almeno un paio. La prima riguarda la nomina di Maher Bitar come responsabile delle informazioni dell’intelligence e della Sicurezza Nazionale alle commissioni di Senato e Camera. Questo è un ruolo poco noto ma di estrema importanza, dato che consente l’accesso a tutte le informazioni di intelligence che sono raccolte dai vari organismi di sicurezza USA e dalle agenzie dei paesi alleati prima di essere consegnati al Senato e al Congresso. Maher Bitar (di origine palestinese) è da oltre un quindicennio, uno dei più grandi propugnatori del BDS nelle università americane e all’interno della compagine democratica. Nel suo curriculum può vantare una lunga esperienza come funzionario dell’UNRWA, in virtù del quale ha potuto accusare Israele con perseveranza.

Mentre era impegnato nell’attivismo anti-israeliano, era anche volontario per la campagna di Obama e lavorava per le Nazioni Unite. Ha iniziato a lavorare per l’Ufficio dell’Inviato Speciale per la Pace in Medio Oriente del Dipartimento di Stato come esterno mentre studiava per il suo dottorato di ricerca a Georgetown. Con questo curriculum la scelta di Biden non sembra casuale. Infine, con un curriculum molto simile a quello di Bitar, il presidente Biden ha scelto, Reema Dodin, come vice direttrice degli affari legislativi della Casa Bianca.

La lista sarebbe ancora lunga, ma le nomine elencate sono sufficientemente indicative di un preciso orientamento ideologico. Sembra evidente la continuità politica con le scelte dell’amministrazione Obama, ma vista la presenza di personaggi come Bitar, si può forse ipotizzare anche qualcosa di peggio. Infatti, ad appena 60 giorni dal suo insediamento la politica dell’amministrazione ha dato già i suoi frutti. Del caso delle immagini satellitari del reattore di Dimona, L’Informale ne ha già parlato (www.linformale.eu/alcune-considerazioni-sul-nucleare-iraniano/), qui si può citare un articolo del Wall Street Journal, nel quale si riportava la notizia – da fonti dell’amministrazione americana – che Israele, almeno dal 2019, stà conducendo una serie di sabotaggi su petroliere e navi container iraniane dirette in Siria con carichi illegali di armi e petrolio. Questa fuga di notizie non è certo un atto amichevole da parte di un alleato.

Di non secondaria importanza è la notizia, sempre di qualche giorno fa, riportata dalla sempre ben informata giornalista israeliana Caroline Glick, che l’amministrazione Biden avrebbe fatto pressioni sull’Indonesia per desistere dal firmare un accordo di pace con Israele in linea di continuità con gli Accordi di Abramo. E’ ben ricordare che l’Indonesia è il più popoloso Stato musulmano al mondo e questo ne fa un pease importante per la normalizzazione dei rapporti tra Israele e il mondo musulmano.

Se ciò che la Glick ha riportato, risponde al vero, si tratterebbe di un vero e proprio atto di contrasto, volto a sabotare uno dei principali traguardi raggiunti dall’amministrazione Trump in Medio Oriente.

 

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