Storia di Israele e dell’Ebraismo

Alla riscoperta di Giovanni Palatucci: un libro per fare chiarezza

“Giovanni Palatucci, una vita da (ri)scoprire”. E’ il titolo del libro di Nazareno Giusti che riscopre la figura del funzionario al centro di gravi accuse nel 2013. Dopo essere stato dimenticato per 50 anni, per poi essere insignito della medaglia d’oro al merito civile per la Repubblica italiana e fregiato del titolo di Servo di Dio dalla Chiesa Cattolica, la sua figura è stata rimessa in discussione.
Palatucci ha davvero salvato più di 5.000 ebrei oppure è una bufala per restituire una sorta di verginità alla Stato italiano? E’ un Giusto tra le Nazioni oppure è stato un fiancheggiatore dei nazisti che accompagnava le vittime nei campi di concentramento?
La questione non è stata risolta in modo chiaro, proprio per questo Nazareno Giusti ha voluto indagare. Ha riscoperto testimonianze, riportato documenti. Un lavoro scrupoloso che premia la memoria di Giovanni Palatucci: ha davvero salvato gli ebrei.
Non a caso, il 12 settembre 1990 lo Yad Vashem gli ha riconosciuto il titolo di Giusto tra le Nazioni, mai messo in discussione.
Nazareno Giusti, in virtù del suo lavoro, ha ricevuto il premio “Paladino delle Memorie”, che gli è stato consegnato a Milano lo scorso 6 novembre. Il premio è istituito dall’associazione Voliere e dall’Associazione Nazionale Ufficiali in Congedo.
All’autore abbiamo chiesto di spiegarci il suo libro, da leggere per chi vuole riscoprire e documentarsi su una figura prima dimenticata e poi discussa. In entrambi i casi, ingiustamente. 

Nazareno Giusti, perché ha deciso di scrivere un libro su Palatucci?
Di libri sulla vita e l’opera di Palatucci ne esistono diversi e non era mia intenzione unirmi ad un elenco di testi validi ed esaustivi. Però, la cosa è nata gradualmente dal giugno 2013 quando sono uscite le accuse più eclatanti a Palatucci, fatte a New York e rimbalzate su tutti i maggiori quotidiani nazionali e internazionali.
Appena letti i titoli, lo confesso, pensai “vuoi vedere che tutto quello che ho letto e mi hanno raccontato sul poliziotto che salvò gli ebrei è falso, è tutta una montatura?”.
Quando però iniziai a leggere bene gli articoli mi resi subito conto, invece, che di accuse concrete e fondate c’erano poche. Ho iniziato così, per interesse di conoscenza e chiarezza personale, a fare ricerche e interviste che sono poi confluite nel libro che non vuol essere altro che uno strumento sia per chiarire certi punti sia per chi si vorrà avvicinare alla figura del funzionario irpino.

Il Suo lavoro è molto ben documentato, ma da quel che si legge la sensazione è anche che Lei abbia preso molto a cuore la vicenda di Palatucci. E’ un’impressione giusta?
Sì, certo la spinta è stata più che altro di cuore, emotiva anche perché mi dava fastidio che una persona morta in un campo di concentramento fosse stata infangata in maniera gratuita. Poi però le interviste, le ricerche, la documentazione sono state fatte nella maniera più oggettiva e super partes, nei miei limiti, possibile. Mi sono detto: ci sono queste accuse, rimettiamo tutto in dubbio. Azzeriamo tutto e ripartiamo. E alla fine ho riscoperto una figura di un grande italiano, con affascinanti aspetti inediti.

Tra tutte le testimonianze che ha raccolto, qual è quella che l’ha colpita di più?
Più che testimonianze, che avevano e hanno raccolto altri prima di me, ho raccolto interviste a persone che hanno studiato e conosciuto la figura di Palatucci. Tutte sono state interessanti proprio perché ogni intervistato mi ha offerto prospettive diverse: lo storico della Resistenza Rolando Balugani ha messo in luce il Palatucci partigiano, il funzionario Ennio Di Francesco l’intelligenza e la disubbidienza del poliziotto, il giornalista e biografo Angelo Picariello la rete dei suoi collaboratori, lo storico della Shoah Roberto Malini l’opera di salvataggio degli ebrei non italiani, per dirne solo alcuni. Poi, ci sono le testimonianze di chi è stato salvato da Palatucci e di chi ha lavorato con lui come il brigadiere Pietro Capuozzo, padre del noto giornalista Toni, che raccolse l’ultimo messaggio di Palatucci prima di esser deportato a Dachau.

Senza voler rivelare il finale del Suo libro, ad oggi l’Ucei non ha preso alcuna decisione ufficiale su Palatucci. Secondo Lei, perché?
Il titolo viene dato da Yad Vashem che, almeno a quello che so io, non ha aperto commissioni per rivederne la figura e quindi mantiene il titolo che è frutto di più di venticinque anni di ricerche molto precise e accurate. L’Ucei, invece, giustamente ha istituito un’autorevole commissione che però non ha dato risultati ufficiali riguardo le accuse di Palatucci. La commissione ha rimandato per ben tre volte il risultato, basta vedere in rete, che non è mai arrivato. E dopo molti mesi di lavoro l’esperienza della commissione si è chiusa senza la produzione di una relazione finale.

Perché una persona da Giusto tra le Nazioni diventa un fanatico collaboratore dei nazisti? Come si può spiegare un’anomalia quasi isterica come quella che ha caratterizzato la ricostruzione postuma delle azioni di Palatucci?
Il discorso è complesso. Come ho detto il titolo di Giusto non viene dato così, dalla mattina alla sera ma alla fine di una attenta e scrupolosa e lunga, per Palatucci, ripeto, più di vent’anni, ricerca. E già questo dovrebbe far riflettere. Prendiamo e analizziamo alcune “accuse”, che sono state semplificate poi dai giornali. Lei capisce bene che se io scrivo “Palatucci collaboratore dei nazisti” da un punto di vista mediatico la notizia ha un grande impatto. Ma se vediamo bene, che Palatucci era stato “collaboratore dei nazisti” già lo sapevamo. Palatucci era un funzionario dello stato fascista, anche se le sue idee non coincidevano con quell’ideologia, prova ne sono vari scritti e la sua partecipazione alla Resistenza, è un dato oggettivo ma questo non vuol dire che sia stato un carnefice, anzi, come ha fatto notare il sempre illuminante Wolf Murmelstein proprio e solo in virtù del suo incarico poté fare “Quel po’ di bene”, come scriveva in una lettera ai famigliari. E questa attività di salvataggio doveva essere per forza segreta, non si potevano lasciare tracce come vorrebbero certi storici. Ci sono però le testimonianze dei salvati che lo ricordarono a pochi anni dalla fine della guerra quando invece lo Stato italiano se ne dimenticò per oltre cinquant’anni. Quindi si smonta da sé anche l’accusa che la storia di Palatucci sia stata costruita a tavolino.

Secondo Lei, come si concluderà il dibattito su Palatucci?
Una parte del dibattito si è già conclusa: con il nulla. I risultati e i documenti annunciati contro Palatucci nel 2013 a oltre due anni e mezzo di distanza non sono ancora usciti. Insomma, tanto rumore per nulla. Ma, provvidenzialmente, per chi crede, la storia delle accuse è servita per riscoprire la figura del poliziotto su cui, come è ovvio, non si sa tutto ma sul quale ci sono dei punti fissi irremovibili che non possono essere messi in dubbio.

Ci sono altre storie, italiane e non, di questo tipo che l’hanno colpita e su cui ha intenzione di soffermarsi?
Durante questo lavoro mi sono imbattuto nelle storie sconosciute di tanti uomini dello stato che hanno contribuito a salvare molti perseguitati. Se riuscirò, spero di riportare alla luce le vite di questi uomini che hanno disubbidito alle leggi umane per obbedire alle leggi del cuore.

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GIOVANNI PALATUCCI
Una vita da (ri)scoprire
Di: Nazareno Giusti
Edizioni. Tra le righe libri

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