Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Gideon Levy: L’allucinata penna di Haaretz

E’ l’odio che mi tiene sul flutto!

Louis Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta

A Torino, a partire dal gennaio del 1889, Friedrich Nietzsche inizia a scrivere una serie di epistole brevi indirizzate a vari interlocutori. I messaggi inviati sono siglati con nomi fantasiosi, Dioniso, Zagreo, L’Anticristo, Il Crocifisso. I messaggi certificano in modo inequivocabile il grave perturbamento psichico che affligge la mente del grande filosofo. Leggere gli scritti che Gideon Levy pubblica su Haaretz, tradotti in italiano con amorevole attenzione da L’Internazionale, suscita nel lettore accorto e dotato di ragionevolezza la netta impressione se non di trovarsi al cospetto di un caso clinico conclamato, quella di avere a che fare con chi si trova ormai fortemente disancorato dalla realtà a cui ha anteposto una proiezione allucinata abitata da furenti fantasmi.

Prenderemo in questa sede alcuni campioni di questa psicosi sottoponendoli alla nostra attenzione. L’articolo di Levy a cui faremo riferimento si intitola Israele vuole costruire un nuovo e folle muro. Trattasi di un pezzo da antologia in cui l’autore attribuisce emblematicamente l’aggettivo “folle” a ciò che avviene all’esterno della propria mente sconvolta.

Levy ci racconta di un progetto per lui aberrante, la costruzione della nuova barriera perimetrale di sicurezza che Israele sta edificando intorno a Gaza. Il progetto ha tra i suoi obbiettivi quello di introdursi a decine di metri sottoterra per neutralizzare in questo modo la minaccia dei tunnel che Hamas ha costruito e continua a costruire per introdurre gruppi di terroristi in Israele allo scopo di compiervi massacri. Una parte di questi tunnel venne distrutta dall’IDF nel 2014 durante l’Operazione Margine di Protezione, ma molti ve ne sono ancora e altri, nei tre anni trascorsi, sono stati costruiti. Che Israele voglia difendersi a Levy, non sta bene, è inconcepibile. Ascoltiamolo:

La storia è piena di sovrani megalomani che hanno costruito palazzi. Per adesso, la megalomania israeliana si limita ai muri. Barriere di separazione, recinzioni di filo spinato, recinzioni buone (quella al confine con il Libano) e cattive: il paese è tutto una recinzione. Basta dare ai responsabili della difesa una scusa e ci circonderanno di recinzioni costate miliardi. Per una cosa del genere i soldi si trovano sempre. Esiste la recinzione degli orrori al confine con l’Egitto, per tenere lontani i profughi africani, e la recinzione di separazione di fronte agli scalzi abitanti del campo profughi di Dheisheh in Cisgiordania. Ora tocca alla recinzione in filo spinato di Gaza per sostituire quella sotto la quale sono stati scavati i tunnel e impedire che ne vengano scavati altri. La prossima sarà una recinzione elettronica intorno alla città arabo-israeliana di Umm al Fahm, in risposta al terrorismo che prolifera da quelle parti”.

La “megalomania” di Israele inizia in realtà nel 2002, quando dopo due anni di continui attentati arabo-palestinesi nel contesto della cosiddetta Seconda Intifada (settembre 2000-febbraio 2005), il periodo di violenza terroristica più sanguinosa che Io stato ebraico abbia conosciuto, viene presa la decisione di costruire una barriera difensiva a salvaguardia della sicurezza interna. Perché è, come noto, segno di “megalomania” costruire barriere difensive per non farsi uccidere. La difesa è infatti sempre megalomane, fu così per i ponti levatoi, i fossati, le muraglie, i contrafforti, le recinzioni, che gli uomini hanno costruito per millenni per scoraggiare i nemici dagli attacchi e difendersi da essi. Il nemico dovrebbe invece avere accesso libero, ingresso garantito per potere uccidere e saccheggiare, portare a casa scalpi. Buttare giù muri e recinzioni invece di costruirli è il segno distintivo di un giusto approccio alla realtà. Lasciare entrare in libertà i profughi africani, gli abitanti “scalzi” (dettaglio dickensiano) di Dheisheh, per non parlare, naturalmente, dei terroristi di Hamas, è la profilassi che Levy indica e che Israele, sciaguratamente, non intende perseguire.

Procediamo.

Prima si demonizza un obiettivo (i tunnel), poi si trova una soluzione megalomane. Ecco così materializzarsi un altro progetto sionista da 800 milioni di dollari che sarà costruito da lavoratori moldavi e da richiedenti asilo africani. Eccolo qui: un altro muro”.

Il delirio corrode i fatti, li rende monconi deformati, scarti di realtà sprezzata. I tunnel sarebbero “demonizzati”, in fondo servono solo ad introdurre in Israele uomini invasati di Corano e odio, pronti ad ammazzare il primo ebreo che capiti sottomano in quanto ebreo. I tunnel sono buoni, sono passaggi per le gite. Terribile è il “progetto sionista”, i sionisti (sostantivo infamante nella mente febbricitante dell’autore) sono come gli egiziani che sfruttavano la manodopera ebraica al tempo della cattività. Qui si userebbero “lavoratori moldavi” e “richiedenti asilo africani”. Non viene aggiunto che durante il lavoro vengono frustati e abbattuti a sangue freddo se non rendono il dovuto. Sarà per la prossima puntata.

I dettagli vanno dal fantastico al grottesco, come l’uso di bentonite, un’argilla che diventa viscosa a contatto con l’acqua. Oppure una rete di sicurezza “vedi e spara” che può uccidere con un semplice joystick, manovrato da coraggiose soldate che saranno elogiate dai mezzi d’informazione per ogni uccisione. O ancora enormi gabbie di ferro dotate di tubature impermeabili e sensori di segnalazione”.

La tecnologia più avanzata di cui Israele, all’avanguardia, usufruisce è intollerabile per Levy se usata a scopo deterrente. Che orrore avrebbe avuto se fosse stato presente quando apparve la prima catapulta, la prima baionetta, la prima granata, il primo aereo da combattimento! La rete di sicurezza “che può uccidere con un semplice joystick” sarebbe “grottesca”, “fantastica”, come sono fantastici e grotteschi forse i droni, i più sofisticati sistemi telecomandati, tutto l’apparato offensivo e difensivo che l’umanità ha sostituito a fionde e sassi. Bisogna disarmarsi invece a fronte di assassini che predicano il ritorno a un modello di società cristallizzato al VII secolo nelle sue regole ma fanno poi uso per uccidere dei mezzi che la modernità gli offre.

In Israele avvengono incidenti automobilistici. Provocano più morti di tutte le azioni terroristiche provenienti dalla Striscia di Gaza, ma nessuno ha pensato di spendere per le strade la stessa quantità di denaro spesa per il nuovo giocattolo dell’apparato militare”.

Si tratterà di non investire più nella difesa militare ma nel miglioramento delle strade. Tutto sommato sbagliò anche Reagan negli anni ’80 a dedicarsi all’implemento dello scudo spaziale contro l’Unione Sovietica, invece di preoccuparsi del numero di incidenti sulle autostrade americane, assai maggiore infondo rispetto ai morti americani procurati dai sovietici.

Ma arriviamo ai pezzi forti.

Gaza è una gabbia, le cui porte vengono chiuse oggi in maniera ancora più severa, con una decisione autoritaria, arrogante e unilaterale, come sono tutte le misure d’Israele nei confronti dei palestinesi: dalla costruzione di una barriera di separazione sul loro territorio agli insediamenti. Non è difficile immaginare i sentimenti degli abitanti nei confronti di questa nuova chiusura. Non è difficile neppure immaginare quale tipo di stato sia oggi Israele, uno stato che si circonda di muri fino alla follia”.

Il tocco è perentorio, incisivo, ultimativo. I palestinesi vittime chiusi nella gabbia di Gaza e gli israeliani oppressori che li vessano. E’ il l’antitesi demonizzante di sempre, quella usurata e collaudata. Levy ne è forse oggi, in Israele, il menestrello più stridulo e grottesco, il più allucinato. Israele che si circonda di muri, che follia! Lo fa per separare, per umiliare, in un paese dove vivono al suo interno più di un milione e cinquecentomila arabi. Chissà, forse si tratta di difendersi, di salvaguardarsi dalla violenza omicida terrorista che con la Prima e soprattutto la Seconda Intifada, ha portato via al paese 1600 vite tra civili e soldati. Ma questo per l’allucinata penna di Haaretz è solo un dettaglio irrilevante.

Come per le misure adottate in passato, anche questa non risolverà nulla. L’unico modo di affrontare la minaccia proveniente da Gaza è dare a Gaza la sua libertà. Non c’è mai stata e mai ci sarà un’altra soluzione. E quando questo muro sarà costruito, gli appaltatori s’arricchiranno e gli israeliani che vivono vicino al confine potranno festeggiare. Ma presto nel muro spunteranno alcune crepe e la gioia degli abitanti svanirà di nuovo”.

Dare a Gaza la sua “libertà”. Singolare che Levy non nomini Hamas, che dal 2007, in virtù di un golpe contro Fatah, durante il quale gli esponenti del clan avverso venivano freddati a colpi di arma da fuoco o gettati giù dai tetti, si è insediato a Gaza costruendo una dittatura ferrea di stampo islamico imposta e perpetrata come tutte le dittature, con la violenza, il terrore, la delazione. Ma tutto sommato, il giornalista (chiamiamolo così) ha ragione. Bisogna liberare Gaza e i suoi abitanti dal clan integralista musulmano che li opprime ferreamente da un decennio, ma non è opera che tocchi a Israele questa. Israele si limita a perimetrarla, in cielo, in terra e lungo la costa perché sa che è governata da assassini antisemiti. No, il problema, per questo megafono della più virulenta propaganda anti-israeliana sono gli “appaltatori che si arricchiranno”.

Che miserevole collasso per chi, diversamente da Nietzsche, non ha neanche la risorsa di un cavallo da abbracciare.

5 Commenti

5 Comments

  1. Avatar

    Peter

    25 Agosto 2017 a 20:48

    Da israeliano che ci abita in Israele, che ha combatuto le guerre inclusa quella dei sei giorni, il discorso di Levi ,contiene molte veritá. Non sono allarmato per niente. La nostra generazione e partita per difendere il paese dalla agressione egizziana nel 67 e non per costruire delle coloni sulle terre rubate ai palestinesi. Io mi sento fregato dai governi che per decenni non hanno fato niente per risolvere i problemi creati dalla guerra . Al contrario ,hanno insabbiato ogni prova di muoversi nella strada di soluzione. Hanno peró sempre trovato e speso delle somme enormi per l’insediamenti e tutto quello che essi hanno provocato.

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      Riccardo Ghezzi

      25 Agosto 2017 a 21:54

      Scusa ma quando parli di “terre rubate ai palestinesi” a cosa ti riferisci? Non ti fidi della Corte Suprema israeliana?

    • Niram Ferretti

      Niram Ferretti

      26 Agosto 2017 a 8:42

      Essendo l’affermazione, “il discorso di Levy contiene molte verità” priva di specificazione su quali esse siano, restiamo in attesa di conoscerle. Ci sembra invece che ciò che egli scrive in questo articolo e altrove, contenga deformazioni e falsità così grossolane da essere smascherabili da uno studente di liceo. Senza bisogno né di essere israeliani, né di avere combattuto nella Guerra dei Sei giorni. Due fatti che di per sè, purtroppo, non sono sufficienti ad attestare una conoscenza approfondita del conflitto arabo-israliano e della verità dei fatti.

      Parlare di governi che “insabbiano” e di “terre rubate ai palestinesi” è suggestivo, ma poi bisogna portare buoni argomenti a sostegno di ciò che si afferma se no si resta nello stesso ambito in cui si trova Levy, quello della propaganda.

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    roberto fiaschi

    26 Agosto 2017 a 13:41

    Peter: “La nostra generazione e partita per difendere il paese dalla agressione egizziana nel 67 e non per costruire delle coloni sulle terre rubate ai palestinesi”… PETER, ma quelle terre non appartenevano in realtà ALLA Giordania?

    Grandissimi NIRAM e RICCARDO, grazie…

    roberto fiaschi

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    blogdibarbara

    27 Agosto 2017 a 5:33

    Certo che per affermare che una roba che si chiama Giudea sia “terra rubata ai palestinesi” ce ne vuole tanta di fantasia, ma tanta proprio.
    PS: chiunque può dichiararsi “israeliano che ci abita in Israele”, senza offesa, eh! Poi uno che afferma che “ha combattuto le guerre” magari potrebbe dire quali, giusto così tanto per.
    PPS: difendersi dall’aggressione egiziana? E la Siria? E la Giordania? Uno combatte una guerra e non sa neanche contro chi l’ha combattuta?
    Sa cos’è caro Peter? Che sono quasi vent’anni che combatto per l’informazione su Israele, e i giochetti sporchi li conosco tutti, per via di quei famosi diavoli imbecilli che non hanno ancora imparato a fare i coperchi. A proposito, caro Peter: nome davvero interessante per un ebreo israeliano.

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