Editoriali

Gli avvoltoi iraniani sul cadavere siriano

L’incontro a Sochi, sul Mar Nero, tra Benyamin Netanyahu e Vladimir Putin, avvenuto il 23 di agosto, è forse a tutt’oggi il più rilevante nella serie avuta tra i due leader, e lo è per la chiarezza senza tentennamenti con cui il primo ministro israeliano ha dichiarato che Israele non permetterà un consolidamento della sfera di potere iraniano in Siria ai confini col Golan.

La posta in gioco è alta.

L’Iran, il principale sponsor del regime di Bashar Assad ha l’intenzione di creare un corridoio strategico a est dei suoi confini attraverso l’Iraq fino al Mediterraneo grazie al progressivo sfaldarsi delle forze sunnite anti-Assad, tra cui l’ISIS. Il corridoio permetterebbe a Teheran il passaggio senza ostacoli dei propri miliziani tra l’Iraq, la Siria e il Libano e un suo indiscutibile rafforzamento regionale in perfetta consonanza con le proprie mire espansionistiche.

La rappresentazione dei combattenti dell’ISIS come il principale nemico da sconfiggere in Siria, dove il gruppo integralista sunnita è solo una delle diverse sigle operanti sul campo in opposizione all’alleanza siriana-iraniana-russa corredata dalla ben meno incisiva partecipazione americana, è stata fin dall’inizio una gigantesca foglia di fico usata per celare un nemico assai più temibile, quello iraniano.

L’obbiettivo della sconfitta dell’ISIS e delle forze ribelli antigovernative, dal momento in cui la Russia è entrata in campo nel 2015, in virtù dell’incompetenza gestionale della crisi siriana da parte dell’Amministrazione Obama, ha avuto come scopo l’accrescimento dell’Iran in Siria, ritagliando per la Russia un ruolo di primo piano. Non è un mistero per nessuno che lo sbocco sul Mediterraneo rappresentato dal porto di Tartus è di decisiva importanza per il posizionamento regionale russo.

Malgrado l’avvertimento di Netanyahu, l’appoggio russo alle mire iraniane è plasticamente evidenziato da ciò che sta accadendo nella città di Al Quneitra a pochi chilometri dai confini del Golan. Qui le forze russe hanno installato un “centro amministrativo” composto dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane e da componenti di Hezbollah, nei pressi della cittadina dove, per quattro anni, Israele ha dato il proprio sostegno medico e logistico a varie fazioni ribelli allo scopo di creare una propria zona cuscinetto. Ora, questa zona cuscinetto non è più nella disponibilità di Israele avendo i russi comunicato alle forze ribelli di essere loro a tutela dell’area.

L’esautorazione delle forze ribelli appoggiate da Israele al fine della propria sicurezza apre dunque uno scenario nuovo e imprevedibile che mette Israele nella posizione, ai confini del Golan, di dipendere per i propri interessi, da una assai ambigua salvaguardia russa. In questo senso, anche gli Stati Uniti che hanno concordato ad Amburgo una tregua con la Russia, fortemente criticata da Israele, si trovano a dovere fronteggiare l’eventualità di un Iran allargato in Siria. Ciò significa un aperto contrasto con la posizione ufficiale dell’Amministrazione Trump sull’Iran, proclamato come il maggiore fattore destabilizzante regionale, posizione condivisa da anni da Israele e ultimamente, sempre con più risolutezza, dagli gli stati sunniti circostanti.

Non è difficile prevedere che qualora vi sia un appoggio russo al corridoio strategico iraniano ciò creerà un contrasto inevitabile con lo stato ebraico e con il suo principale alleato, gli Stati Uniti.

L’ISIS in rotta sul teatro di guerra siriano è sicuramente una buona notizia, ma non lo è di certo la prospettiva del calare degli avvoltoi di Teheran sulle spoglie di quella che una volta fu la Siria.

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