Editoriali

Il Giorno della Memoria e la presenza di Israele

“L’insegnamento di questo passato ci interessa per l’avvenire, che è la sola cosa di cui ci preoccupiamo”.

Georges Bensoussan, L’Eredità di Auschwitz, Come ricordare?

Domani ricorre la Giornata della Memoria. Il sole nero della Shoah, per citare Jean Marie Lustinger, brilla di una luce inguardabile. Sull’indicibilità di questa catastrofe unica per particolarità, organizzazione, dimensione storica, simbolica, teologica, è stato riversato un fiume sterminato di parole. Domani l’indicibilità si trasformerà nella dicibilità dei ricordi dei pochi sopravvissuti ancora rimasti e in quella delle commemorazioni ufficiali, dei discorsi pubblici, dell’inevitabile retorica.

Il ricordo ha questa ambivalenza, mantiene vivo ciò che non è più, ma allo stesso tempo lo congela, e nel caso della Shoah lo musealizza, trasformandolo in un monumento gigantesco, in una entità ormai intangibile. All’indicibilità dell’orrore si somma il suo confinamento in uno spazio sempre più lontano, astratto.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale ci separano 74 anni. Non sono molti. Anzi, sono un battito di ciglia nell’ampia prospettiva dei tempi storici, delle epoche, delle ere, eppure tanti, un’intera vita individuale quasi. Il passato afferra i vivi e i morti. L’oblio non è altro che un affondamento nell’acqua della dimenticanza come sapevano i greci. Tuttavia, ricordare non può ridursi unicamente alla commemorazione, né all’afflizione ma a uno sguardo sul presente in vista del futuro, e questo sguardo non può non contemplare oggi il subdolo e allo stesso tempo ovvio riciclo dell’antisemitismo nella forma sdoganata dell’antisionismo militante. Chiaramente l’antisemitismo classico è sempre presente, soprattutto nella forma dell’ebreo visto come detentore di un potere occulto, perverso e pervasivo, ma a questo si è aggiunto ormai da cinquanta anni a questa parte la criminalizzazione dello Stato ebraico.

E’ ben nota l’obiezione degli odiatori di Israele: essere antisionisti non significa odiare gli ebrei, tant’è che vi sono ebrei antisionisti, significa semplicemente e innocentemente essere avversi alle politiche dello Stato ebraico. Obiezione assai fragile e profondamente disonesta. Fare di Israele un’entità criminale accusandolo di praticare genocidi, segregazionismi, violenze, ecc. non è altro che una trasposizione delle stesse accuse mosse per secoli agli ebrei in quanto ebrei, attraverso i libelli del sangue medioevali che li accusavano di avvelenamenti, stregonerie, sacrifici umani. Essere antisionisti significa affermare che Israele, nato dal sionismo, non avrebbe dovuto esistere. Criticare le politiche di uno stato è un conto, affermare che questo stato non ha legittimità di esistere, unico stato al mondo che viene accusato di questo, è ben diverso. E’ esattamente la stessa cosa che affermare che gli ebrei in quanto popolo non hanno diritto di esistere, ciò che affermava Adolf Hitler.

Lo sguardo sul passato, sulla catastrofe, non può dunque essere disgiunto da ciò che oggi è la maggiore affermazione dell’ebraismo a livello collettivo e mondiale, lo Stato ebraico, e su come questo stato, con i suoi difetti inevitabili, come quelli di ogni altro stato, di ogni aggregato umano, sia al centro di un’opera pervasiva di delegittimazione demonizzante che non ha confronto.

Così avviene che mentre si compiangono istituzionalmente i morti ebrei del passato, e li compiange quell’Europa che così poco ha fatto per impedire e arginare la catastrofe che li ha travolti, quando si tratta invece di ebrei israeliani assassinati da chi è stato istruito fin da bambino all’interno delle comunità islamiche a sentirsi dire che essi sono usurpatori o veri e propri demoni, si preferisce passare a un registro assai diverso, quando non del tutto giustificatorio, assai accomodante.

Oggi, buona parte della violenza che in Occidente si manifesta contro i cittadini ebrei è legata a Israele, manifestando un cortocircuito in cui l’ebreo e l’israeliano non sono altro che il retto e il verso della medesima medaglia.

Una cosa va detta senza tentennamenti. Se Israele fosse stato incapace di difendersi come furono incapaci di difendersi gli ebrei europei durante la seconda guerra mondiale, sarebbe già stato distrutto, nel 1948 e poi nel 1967 e ancora nel 1973. La Shoah europea sarebbe proseguita in Medioriente per mano araba. Questo va tenuto fermamente a mente. Le forze distruttive che 74 anni fa si sono esercitate in Europa per cancellare dalla faccia della terra il popolo ebraico, sono quelle che, in un’altra forma, hanno cercato di cancellarlo in Medioriente e vorrebbero cancellarlo ancora oggi se ne avessero i mezzi.

Non è un caso se durante gli scontri che si sono verificati tra il confine di Israele e Gaza a partire dal marzo dell’anno appena trascorso, dalla parte di Gaza, controllata da Hamas, costola palestinese di quei Fratelli Musulmani promotori del jihadismo moderno e solerti distributori del Mein Kampf  in versione araba durante la “Conferenza Parlamentare per gli arabi e i paesi musulmani” del 1938, sia stata vista garrire una bandiera palestinese con la svastica e siano stati lanciati su Israele aquiloni incendiari con lo stesso emblema.

Matthias Kuntzel, nel suo saggio, Il Jihad e l’odio contro gli ebrei di prossima pubblicazione presso la Salomone Belforte Edizioni, ha mostrato in modo incontrovertibile come l’Islam radicalizzato abbia ereditato dal nazismo non solo i suoi tropi propagandistici ma anche l’intento eliminazionista verso gli ebrei che lo animava. Hassan Nassrallah, segretario di Hezbollah, ancora nel 2002 poteva dichiaraere impunenente  al Daily Star di Beirut, “Se gli ebrei si radunassero in Israele, ci risparmierebbero la fatica di cercarli in giro per il mondo”.

Senza uno sguardo proiettato sul futuro e sulla presenza di Israele, il Giorno della Memoria diventa solo uno sterile compianto davanti a una tomba per sempre sigillata.

 

 

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