Islam e Islamismo

Il teatro di Abu Mazen: All’ONU in scena le solite menzogne

Ascoltare il vecchio leader abusivo dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen, parlare alle Nazioni Unite è stato come assistere alla replica di una vecchia pièce teatrale. Parole ricoperte di polvere, usurate, totalmente prive di mordente. I consueti feticci lessicali coniati con il supporto di Mosca alla fine degli anni ’60 e implementati durante gli anni ’70 e poi in seguito ripetuti senza sosta, “occupazione coloniale”, “apartheid”, giungono dal passato come una moneta ormai ampiamente fuori corso. Ma Abu prosegue imperterrito a raccontare la sua fabula dell’Israele espropriante e cattivo che tanto credito ha ottenuto in giro per il globo.
“Può il mondo accettare un regime di apartheid nel 21 secolo?” ha chiesto, riferendosi a un paese dove il 21% della popolazione è composto da arabi israeliani i quali godono degli stessi diritti e delle stesse libertà di chi arabo non è. Si tratta di riproporre la solita menzogna secondo cui, in Giudea e Samaria (Cisgiordania, West Bank) dove, in virtù degli Accordi di Oslo del 1993, il territorio è stato suddiviso in tre aree, (una a giurisdizione interamente palestinese, l’altra a giurisdizione mista e la terza israeliana), verrebbe praticata la segregazione. Nessuna menzione viene fatta al trattamento dei palestinesi in Libano, Siria e Giordania, dove le minoranze arabe-palestinesi vengono private dei loro diritti fondamentali. Anche questa, come il repertorio truffaldino del biscazziere di Ramallah, è una vecchia storia. Nessuno più degli stati arabi circostanti ha umiliato e vessato i “fratelli” palestinesi. Ma questo Abu Mazen non lo può dire essendo costretto a ripetere le medesime menzogne sulla quale ha consolidato la sua lunga e lucrosissima carriera.
“La soluzione dei due stati è in pericolo”, ha aggiunto con la sua abituale sfrontatezza. “Come palestinesi non possiamo restare fermi difronte a questa minaccia”. Viene naturalmente omesso che se gli arabi avessero accettato la spartizione che venne loro proposta dalla Commisione Peel nel lontano 1937 (circa il 70% dei territori della Palestina Mandataria in assoluto sprezzo di quanto era stato proposto precedentemente dalla Gran Bretagna agli ebrei) e nel 1947 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, uno stato palestinese esisterebbe già da allora. Come esisterebbe già se Arafat, nel 2000, avesse accettato la proposta di Ehud Barak di uno stato comprendente la Striscia di Gaza, il grosso della Cisgiordania e la capitale a Gerusalemme Est. Per non parlare, naturalmente, della proposta ancora più generosa fatta ad Abu Mazen stesso, nel 2008 da Ehud Olmert e mai presa in considerazione.
La finzione dei due stati dura ormai da venticinque anni ma continua a funzionare e a generare un grande business. Come potrebbe Abu Mazen sopravvivere a Ramallah senza i copiosi aiuti americani e della comunità internazionale fornitogli generosamente per accreditarlo come nation builder di una nazione che non ha mai voluto venisse in essere? Uno stato palestinese sarebbe infatti la prova del nove. Cadrebbero tutti gli alibi e dovrebbe cessare di colpo il chiagni e fotti palestinese di cui Abu Mazen è esperto tra gli esperti. L’Autorità Palestinese dovrebbe mostrare al mondo di essere in grado di tenere in piedi uno stato proprio in una regione come il Medioriente dove gli arabi hanno saputo edificare con l’eccezione degli emirati, solo stati falliti. Conviene dunque proseguire nella messinscena. Il pubblico occidentale, diversamente da quello arabo, sembra essersi non ancora stancato.

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