Interviste

Intervista a Robert Spencer: “Ci hanno convinto che criticare il terrorismo jihadista sia sbagliato”

Robert Spencer, il combattivo direttore-fondatore del sito Jihad Watch (L’osservatorio sul Jihad) e co-fondatore con Pamela Geller della SIOA (Stop Islamization of America), è un personaggio scomodo. Fa parte di quel gruppo di autori e studiosi occidentali i quali rifiutano la vulgata corrente dell’Islam come religione della pace e ne mostrano un volto assai meno confortante.

Autore di numerosi libri sull’argomento-in italiano è stato tradotto, “Guida politicamente scorretta all’Islam e alle Crociate”,-pochi sanno padroneggiare con altrettanta micidiale competenza (la sua conoscenza della letteratura religiosa islamica e della storia dell’Islam è formidabile) un dibattito sull’argomento. Ne sanno qualcosa i musulmani ortodossi che si sono confrontati con lui.

Naturalmente, Robert Spencer è considerato “islamofobo” come tutti coloro i quali, andando contro corrente, criticano l’Islam. Non a caso, insieme a David Horowitz ha scritto un opuscolo dal titolo emblematico: “Islamofobia, il reato totalitario del nuovo millennio”.

Mr. Spencer, oggi intorno all’Islam è stato creato un cordone sanitario. E’ l’unica religione mondiale che non si può criticare se no si viene immediatamente accusati di “islamofobia”. Come mai, secondo lei, si è creata questa situazione?
Gruppi filo-islamici di solito legati a Hamas e ai Fratelli Musulmani, insieme ai loro alleati di sinistra si sono uniti in uno sforzo comune per stigmatizzare qualsiasi critica nei confronti dell’Islam e la possibilità di discutere sulle radici del jihadismo nei testi e negli insegnamenti islamici. Di fatto sono riusciti a convincere la gente che sia in qualche modo moralmente sbagliato criticare il terrorismo jihadista e l’oppressione che consegue dalla sharia.

Non si può certo affermare che tutti i musulmani siano a favore del jihad. Eppure è anche l’unica religione che fa una grande fatica ad elaborare un discorso critico e di condanna esplicita della violenza che nasce al proprio interno. Perché?
La critica dell’Islam è proibita dalla legge islamica. Siccome i jihadisti usano i testi e gli insegnamenti dell’Islam per giustificare la violenza e l’oppressione e per reclutare musulmani pacifici, molti musulmani ritengono che persino criticare la violenza del jihad significhi criticare l’Islam medesimo e dunque si sottomettono all’interdizione nei confronti di questo tipo di critica.

In uno dei suoi libri, il grande islamologo tedesco del secolo scorso, Goldziher, ha scritto, “Maometto è il profeta della lotta e della guerra…Ciò che egli fece inizialmente nell’ambito arabo vale come testamento per i suoi seguaci: lotta contro gli infedeli, estensione non tanto della propria fede quanto della propria sfera di potere, che è la sfera di potere di Allah. I combattenti dell’Islam devono innanzitutto sottomettere più che convertire gli infedeli”. Quanto è vero oggi?
Lo è al 100%. L’esempio di Maometto resta quello principale per i musulmani in quanto nel Corano (33:21) il Profeta è ritenuto il modello supremo da emulare. Come ha scritto Goldziher il Corano ingiunge la sottomissione degli infedeli e l’estensione su di loro della sfera di potere dell’Islam, non la loro conversione.

Da diversi decenni assistiamo a un fenomeno singolare, l’adesione di molti intellettuali, prevalentemente di sinistra, sia in Europa che negli Stati Uniti a una ben precisa narrazione secondo la quale il terrorismo islamico non è veramente islamico ma è un prodotto di cause esterne e fondamentalmente dell’Occidente. Quali sono secondo lei i motivi di questo atteggiamento?
Questi intellettuali seguono le orme degli antenati che respingono e aborrono. Hanno adottato inconsciamente un paternalismo da “fardello dell’uomo bianco” nel ritenere che i musulmani non possano agire spontaneamente e in virtù delle loro credenze ma solo reagire alle depredazioni dell’Occidente. Secondo la loro supposizione inconscia solo gli occidentali non musulmani sono in grado di agire responsabilmente e razionalmente.

Recentemente Ayan Hirsi Alì ha proposto la seguente distinzione in ambito musulmano, tra i musulmani di Medina e quelli della Mecca. I primi, circa 48 milioni, sarebbero coloro i quali sono a favore dell’imposizione con la forza della sharia e a favore di un Islam immutato rispetto al VII secolo, i secondi, quelli che vivono in una tensione con la modernità e in uno stato di ‘dissonanza cognitiva”. E’ d’accordo?
No. Penso che ci siano molto più di 48 milioni di musulmani i quali sono a favore dell’imposizione della sharia e di una versione dell’Islam immutata dal VII secolo. Questo non significa, tuttavia, che siano disponibili o in grado di agire in base a queste convinzioni.

In un discorso che ha fatto scalpore all’università del Cairo di Al Azhar, il presidente egiziano Al Sisi davanti a una platea piena di autorità religiose ha affermato che la violenza islamica è legata alla religione. Come vede Al Sisi e ritiene che ciò che ha detto abbia importanza?
Le sue parole sono vere e necessarie. Ciò che colpisce, tuttavia è che nessuna autorità religiosa musulmana in Egitto o altrove abbia accolto la sua richiesta per una riforma e si sia messa a lavorare per raggiungere questo obbiettivo.

Nel suo libro “Jihad and Jew hatred”, Matthias Kuntzel ha scritto, “La divisione del mondo in una sfera islamica e una non-islamica spiega in parte l’odio che il musulmano ortodosso prova per Israele…Molti musulmani vedono la situazione in Palestina come una versione moderna dell’originario antagonismo tra Maometto e gli ebrei, con il risultato che considerano l’espulsione e l’uccisione degli ebrei del settimo secolo il modello per la politica corrente nei confronti di Israele”. Ritiene che abbia ragione?
Sì, del tutto. L’antagonismo di Maometto nei confronti degli ebrei per i musulmani è storia sacra e un paradigma per la loro interazione con loro e Israele.

Solo interpretando il Corano letteralmente è possibile giungere alla sua verità. Così affermano i rigoristi, i “puri” salafiti e wahabiti. Così afferma e mette in pratica l’ISIS. Il problema dell’Islam è fondamentalmente un problema di adesione alla lettera?
Sì. Qualsiasi riforma dell’Islam verso il pluralismo e una coesistenza pacifica ed egualitaria con gli infedeli dovrebbe incardinarsi su un esplicito rifiuto del letteralismo coranico.

Come ultima domanda veniamo agli Stati Uniti, il suo paese. Abbiamo visto come l’Amministrazione Obama abbia costantemente mitigato fino di evitare accuratamente di nominarlo ogni riferimento tra il terrorismo di matrice islamica e la sua origine religiosa. Sappiamo che gli Stati Uniti hanno un legame economico importante con l’Arabia Saudita, un regime si stretta osservanza wahabita. Cosa deve cambiare secondo lei nel rapporto tra Stati Uniti e mondo arabo-musulmano?
Le alleanze che promuovono le ideologie che danno vita al terrorismo jihadista vanno spezzate (come, ma non solo, quella con l’Arabia Saudita) e vanno formate nuove alleanze con quei paesi i quali, come gli Stati Uniti, si confrontano con la minaccia rappresentata dal jihad.

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