Editoriali

Isis, Fn e questione islamica

Dopo la decennale tendenza dell’Occidente – o meglio, delle sue élite culturali – al senso di colpa storico e di matrice post-coloniale nei conforti del Terzo Mondo e dopo i più recenti e sempre più sofisticati meccanismi di rimozione dell’evidenza dei pericolo islamista, che vanno dall’assoluzione delle intenzioni (se una donna accetta di essere sottomessa significa che lo vuole, e quindi ha il diritto di esserlo) a quella dettata dalla presunzione della (semi)infermità mentale, secondo cui gli attentatori islamici avrebbero qualche turba in corso (diagnosi che sarebbe perfino legittima se non implicasse di contro la totale negazione del movente religioso e culturale), oggi siamo giunti, con l’attentato di Parigi di qualche giorno fa e l’imminenza delle elezioni presidenziali francesi, al capolavoro indiscusso in questa fase del rapporto tra Europa e Islam e, nello specifico, dell’atteggiamento europeo nei confronti dell’Islam.

La pericolosa e profondamente significativa vicinanza temporale tra l’attentato e le elezioni di oggi ha infatti messo in moto, oltre ai simbolismi e ai campanelli d’allarme legati alla sicurezza (soprattutto all’interno dei seggi), un nuovo ragionamento che definire sofisma non pare eccessivo.

Il ragionamento, individuabile in più nodi del sistema informativo e culturale – e per questo catalogabile come tendenza, ancorché non dominante – è grosso modo il seguente: l’Islam radicale fa il gioco di Marine Le Pen per il semplice fatto che una vittoria di Marine Le Pen fa il gioco dell’Islam radicale.

Una sorta di tacito patto, quindi, volendo forzare brutalmente l’interpretazione del ragionamento. Di certo emerge l’idea che gli attentati facciano comodo all’Isis come al FN. Ma il ragionamento risulta particolarmente debole non per quello che dice ma per quello che non dice sul versante delle premesse, quelle secondo cui la questione islamica europea si riduce all’Isis (o più in generale all’Islam radicale). Perché se esiste quella che per comodità si può chiamare la “questione islamista”, nel senso di Islam radicale, esiste, sopra di essa, una “questione islamica” generale, che dagli attentati – e dalla vittoria della Le Pen – non ha molto da guadagnare (si possono immaginare misure emergenziali, censimenti dettagliatissimi delle moschee, obbligo di trasparenza nei contenuti espressi dagli imam, controlli a tappeto nelle banlieue e nei quartieri centrali a fortissima maggioranza islamica, una stretta della libertà di espressione sui social, l’espulsione di un gran numero di sospetti di simpatie radicali, la chiusura dei confini e lo stop all’accoglienza).

Negare l’esistenza di una “questione islamica” che quella “islamista” comprende, significa non, come avverrebbe in campo avversario, far coincidere Islam e Isis, ma, cosa non meno grave, isolare artificialmente e pretestuosamente – e da qui il sofisma – una parte delle premesse, viziando così il tentativo di delineare un quadro se non completo, almeno onesto della situazione.

Dall’Islam nel suo complesso, infatti, e non solo dalla sua declinazione fondamentalista, traggono linfa vitale sia l’Isis che la Le Pen. Negare che il FN guadagni consensi – già ampiamente dimostrati – dalla stessa convivenza tra la cultura francese e quella islamica è illusorio e smentito dalla storia recente. Esattamente come credere che l’Isis non sia un fenomeno indipendente e tutto interno al mondo musulmano ma innescato dalla crescita delle destre xenofobe.

A conferma di questa necessità di rivedere le premesse c’è l’assunto che sta alla base del ragionamento di coloro che ritengono che Isis e FN siano due facce della stessa medaglia, quello secondo il quale uno dei vantaggi che l’Isis otterrebbe dall’alzare la tensione e dal creare in Europa un atteggiamento ostile nei confronti dei musulmani, incarnato ovviamente da Marine Le Pen, sarebbe quello della raccolta di proseliti tra le fila dei giovani di seconda e terza generazione. Cosa verissima, ma che conferma come la questione sia islamica e non, invece, islamista; che conferma come, agli occhi dell’Isis, il musulmano sia un combattente per il Califfato in potenza. Lo stesso concetto di radicalizzazione parla infatti di un passaggio di status, di una trasformazione dalla generica appartenenza musulmana a una sua declinazione radicale.

Il ragionamento poi risulta ulteriormente debole nella misura in cui il collegamento tra FN e Isis sembrerebbe implicare che in un’Europa in mano a destre liberali e a sinistre progressiste la radicalizzazione non avverrebbe. Cosa smentita dai fatti. Anzi, sembra più che il FN sia il prodotto dell’avanzata dell’Islam radicale che viceversa. Se poi si inquadra, come da tentativo di questo articolo, l’Islam radicale all’interno del vasto universo islamico europeo si capisce che la radicalizzazione è, come già sottolineato, un fatto interno all’Islam e, dal curriculum degli attentatori, che l’adesione ad un’interpretazione coranica integralista rischia di attecchire più su soggetti integrati e istruiti che su individui emarginati (un po’ come nel caso delle BR, spesso citate, in questa argomentazione, più o meno a proposito).

Leggere quindi i fenomeni FN e Isis non nel quadro della “questione islamista” ma in quello più ampio e complesso della “questione islamica” permetterebbe una consapevolezza maggiore degli stessi e di conseguenza un loro controllo più efficace.

Tuttavia è comprensibile che parlare di “questione islamica” in Europa, oggi, sia difficile, soprattutto per coloro che mai ammetterebbero che esiste un problema che va al di là degli attentati. La necessità di una riflessione seria, onesta e completa su questo fenomeno storico prima o poi si presenterà. E più tardi sarà, peggio sarà.

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