Interviste

La passione spenta dell’Europa: Intervista a Giulio Meotti

Oggi una delle poche voci davvero controcorrente nel panorama giornalistico italiano, Giulio Meotti, con i suoi articoli su Il Foglio, la sua collaborazione con il Gatestone Institute e i suoi libri, persevera nel battere il martello della realtà sull’incudine della nostra ignavia. Su Israele scrive da anni con circostanziata precisione per smentire puntualmente le menzogne su di esso che vengono costantemente propagate.  Lo abbiamo intervistato a seguito dell’uscita del suo ultimo libro “Il suicidio della cultura occidentale: Così l’Islam radicale sta vincendo” edito da Lindau.

Nel tuo ultimo libro l’Occidente, soprattutto l’Europa, è mostrata in tutta la sua strutturale incapacità di affrontare la sfida che rappresenta l’Islam radicale. Ne viene fuori il ritratto impietoso di un continente che ha completamente smarrito la propria ragione d’essere e soprattutto la propria capacità di affrontare la realtà. E’ così?

Siamo storditi. Siamo stanchi. Siamo indifferenti. Siamo degli esistenzialisti glamour. Andiamo avanti col pilota automatico della ricchezza diffusa, dei diritti che proliferano, di una uguaglianza coatta, della nuova religione del politicamente corretto, la chiesa dei meschini. Con la minaccia principale alla nostra cultura, l’Islam radicale, non sappiamo che farci. Forse neppure c’è più una cultura da difendere. Forse è agito solo uno spauracchio che, in verità, è un fantoccio già morto. Arnold Toynbee, nel secolo scorso, è stato irremovibile: “Le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio”.

Uno dei leitmotiv del tuo lavoro riguarda il tradimento, o forse sarebbe meglio dire il rinnegamento da parte dell’Europa delle proprie radici giudaico-cristiane. Quanto è determinate secondo te questo rinnegamento nell’averci reso più vulnerabili nei confronti dell’Islam militarizzato?

L’ottimista si illude che la nostra sopravvivenza sia sicura e non se ne cura. Il pessimista pensa che la un giorno non lontano saremo freddi come la luna. L’ipotesi più plausibile per me è che i nostri attuali stili di vita periranno, ma tutto il resto vivrà. Come al solito. La natura aborre i vuoti. Morta una religione ne subentra un’altra, cosi una cultura, una identità, una idea di mondo e della vita. L’ultimo che ci ha provato, Ratzinger, è stato seguito da un Papa che non parla mai di Europa, anzi quasi la consegna al suo destino. Se il cristianesimo europeo fosse ancora in buona salute oggi farebbe proseliti e avrebbe raggiunto con zelo missionario i milioni di musulmani emigrati in Europa occidentale dagli anni Settanta. Invece è l’Islam a convertire i cuori e le menti. Una sana laicità inoltre non può basarsi sul rinnegamento sistematico di un millennio cristiano, quello di Mauriac, di Adenauer, di Notre Dame, di Chaucer, di Dostoevskij, di Rembrandt, di Cervantes, di Michelangelo, di Bach. Guarda la Francia, questa distopia laica senza denti. Non addenta l’Islam radicale. Avignone non è più la città dei Papi, ma dei salafiti.

Leggendoti non ho potuto non pensare ad alcune pagine impressionanti per prescienza scritte da Hilaire Belloc nel 1938 a proposito dell’Islam, quando lamentando il venire meno del collante religioso in Europa, scriveva “Nell’Islam non c’è stata alcuna dissoluzione di dottrine ancestrali…L’intera forza spirituale dell’Islam è ancora presente…il frutto finale di questa tenacia può essere ritardato, ma dubito possa essere posposto permanentemente”. Cosa hai da dire in proposito?

Ha ragione Belloc, come Churchill, che scrisse pagine profetiche sull’Islam. L’Islam è giovane, sicuro di , ha una vocazione universale, si espande, converte, conquista, si afferma. Come l’islam ha ben compreso, per un Occidente indebolito, la concessione preventiva è l’opzione più semplice. Fare qualsiasi altra cosa, come combattere e credere, sarebbe chiedere troppo.

Tra le immagini che più mi hanno colpito durante la lettura e che si riagganciano al tema del tuo libro precedente, “La fine dell’Europa” c’è quella delle chiese vuote o riconvertite in moschee. Mi sembra la metafora più incisiva della situazione in cui ci troviamo oggi. Sei d’accordo?

Sì e forse le più tristi non sono neppure le chiese che diventano moschee, ma palestre, bar, centri benessere. Ne è piena l’Europa. A Mosul gli islamisti hanno sradicato i simboli cristiani, a Londra ci hanno pensato i multiculturalisti.

L’Europa non fa più figli mentre nei paesi musulmani il tasso di fertilità è assai alto. Una società che non fa figli non crede nel futuro. Il calo demografico europeo a cui tu accenni a più riprese non è anche un segno della nostra mancanza di speranza, del nostro delegare ad altri la fisionomia dell’avvenire?

 “La caduta del tasso di natalità potrebbe significare la fine dell’Occidente”, ha detto Lord Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito per ventidue anni. La denatalità è un tabù. Guai a parlarne. Ti danno del pazzo o del provocatore. Ma cosa vuoi? Il crollo ci sarà fra 30/40 anni. E riguarderà i nostri figli, che neppure avremo. Abbiamo contratto una malattia che non ha medicina. È l’obsolescenza. Nella banlieue parigina di Montfermeil, popolata in gran parte da immigrati nordafricani, i bambini delle case popolari chiamano il quartiere con le case monofamiliari “la ville desvieux”, la città dei vecchi.

Da molti anni sei impegnato su Il Foglio e non solo, nella difesa strenua di Israele a cui hai dedicato libri e una infinità di articoli. In questa tua ultima fatica hai scritto, “La demonizzazione di Israele, che domina suoi nostri quotidiani, nelle nostre televisioni, nei nostri libri, sulle labbra della nostra opinione pubblica, è l’emblema di un Occidente che ripudia verità e libertà”. Fino a che punto questa demonizzazione è parte del processo suicidario occidentale di cui parli?

Il suicidio culturale occidentale ha nell’abiura di Israele uno dei suoi pilastri. Non sopportiamo più questo piccolo stato rigoglioso, forte, sicuro di , dalla fortissima identità, che va in guerra, che si difende, pieno di bambini, un paese di immigrazione, di genio. L’Occidente è l’opposto, in declino, pacifista, post-identitario, arreso, pieno di teste grigie, di emigrazione.

Sempre a proposito di Israele abbiamo visto ultimamente, dopo la decisione di Donald Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, una netta divisione tra due blocchi occidentali, da una parte l’Europa, su posizioni filoarabe, dall’altra gli Stati Uniti e Israele uniti sul medesimo fronte. Che riflessioni ti suggerisce questa immagine?

Quando Mike Pence era a Gerusalemme, Abu Mazen era da Federica Mogherini. L’Europa ha scelto il ripudio filoarabo, è forte con Israele e debole, debolissima coi suoi nemici: Iran, islamisti sunniti, Turchi. È come un bullo, forte coi debole e debole coi forti. Perché qui è Israele il debole, l’aggredito perenne, il capro espiatorio. Ora lsraele si deve difendere da pezzi importanti dell’Europa occidentale, dalla Svezia al Belgio, questi stati semislamizzati.

Il tuo libro non offre soluzioni. E’ implicito che se non ci sarà una presa di coscienza sostanziale della situazione, di arginamento dell’immigrazione musulmana, soprattutto quella clandestina, se non si chiamerà chiaramente per nome il nemico che trae la propria ragione d’essere in una interpretazione tradizionalista e radicalizzata dell’Islam e non lo si combatterà con risolutezza, l’Europa sarà destinata alla dhimmitudine. E così?

La soluzione non è politica, ma culturale. Solženicyn disse che la Prima guerra mondiale aveva ucciso qualcosa nello spirito europeo. E se avesse avuto ragione? Duecentotrenta anni fa Edward Gibbon intuì che un ennui metropolitano, un declino militare inesorabile, un declino economico ciclico, un sottile ma inequivocabile declino culturale, ma soprattutto un calo demografico drammatico, avrebbe portato al crollo dell’Impero di Roma. Ci risiamo? L’Europa è relativamente prospera, e questa ricchezza rende difficile comprendere la mentalità di coloro che sentono di avere tutto da guadagnare e niente da perdere, i fanatici di Allah.

A lettura ultimata l’impressione che si riceve e che tu creda molto poco che le cose possano cambiare. Che futuro immagini per i tuoi figli?

Entro la metà di questo secolo, la popolazione di origine islamica di tutti i grandi paesi europei rappresenterà una quota compresa tra il 20 e il 30 per cento di quella totale e molte città saranno a maggioranza islamiche, da Bruxelles a Malmo o Marsiglia e Rotterdam. “E i vigneti della Guascogna divennero possessi del sovrano di Damasco, e di Samarcanda, e il mezzodì della Francia, dalla foce della Garonna sino a quella del Rodano, accettò i costumi e la religione dell’Arabia” scrisse Edward Gibbon nel Declino e caduta dell’Impero Romano. Ci risiamoVivremo una lunga erosione delle libertà. Resta da capire se sarà violenta o languida. Ma il verdetto è quello, salvo sorprese. Sic transit gloria mundi.

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