Antisemitismo, Antisionismo e Debunking

Ottanta anni dopo, l’eco di Wannsee non è ancora spento

Ottanta anni fa, a Wannsee, l’élite nazista emise una condanna a morte contro milioni di ebrei europei. Là, misero in moto il processo che avrebbe portato al più brutale omicidio di massa nella storia dell’umanità.

Non accadde in qualche luogo remoto, ma in una delle società più avanzate, dal punto di vista culturale, tecnologico e scientifico del mondo. Eppure il nostro ricordo attuale della Conferenza di Wannsee perderebbe molto del suo valore se non servisse anche ad acuire la nostra attenzione riguardo alle minacce contemporanee nei confronti degli ebrei.

È cosa ben nota che il protocollo della Conferenza di Wannsee parli di 11 milioni di ebrei in Europa che dovevano essere uccisi. Meno noti sono i piani per l’omicidio degli ebrei fuori dall’Europa. Poche settimane prima della conferenza di Wannsee, Hitler, in un incontro faccia a faccia, aveva espresso ad Amin el-Husseini, il Mufti di Gerusalemme, il proprio desiderio di cogliere la prima occasione per  eliminare i 700.000 ebrei che vivevano in Nord Africa e in  Medio Oriente.

Durante questo incontro, venne rivolta particolare attenzione alla distruzione del sionismo e all’annientamento degli ebrei in Palestina. Alla fine, gli alleati si dimostrarono in grado di sconfiggere i nazisti. Tuttavia, l’idea di contrastare  ad ogni costo uno Stato ebraico sopravvisse e trovò domicilio in Egitto, dove, dopo il 1945, i Fratelli Musulmani diedero vita al più grande movimento antisemita del mondo. La Fratellanza difese l’alleanza tra el-Husseini e Hitler, dichiarando nel 1946 che: “Questo eroe [el-Husseini] ha combattuto il sionismo con l’aiuto di Hitler e della Germania. La Germania e Hitler se ne sono andati, ma Amin el-Husseini continuerà la lotta”.

Il Mufti, di fatto, continuò attivamente la lotta nazista, svolgendo un ruolo cruciale nell’ispirare lo sforzo degli eserciti di diversi stati arabi per soffocare il nascente Stato ebraico di Israele nel 1948. Amin el-Husseini incarna il legame tra la grande guerra nazista contro gli ebrei e la successiva piccola guerra degli arabi contro Israele – un legame che è descritto in dettaglio nel mio ultimo libro.

Come sappiamo, anche gli arabi fallirono nella loro impresa di sconfiggere Israele. Tuttavia, l’idea di abolire lo Stato ebraico sopravvisse. La Fratellanza Musulmana passò il testimone a un religioso iraniano di nome Ruhollah Musavi, che sarebbe poi diventato famoso con il nome di Ruhollah Khomeini. Dalla rivoluzione guidata da Khomeini nel 1979, Teheran ha perseguito l’obiettivo di distruggere il sionismo con la forza.

Concentrandosi su Israele, questo regime persegue oggi il progetto iniziato da Hitler e dal Mufti. I missili iraniani in grado di colpire Israele portano lo scritta “Israele deve essere cancellato dalla faccia della terra”. Le Guardie Rivoluzionarie si vantano che “raderanno al suolo il regime sionista in meno di otto minuti”. Un documentario televisivo iraniano “7 Minutes to Tel Aviv” mostra filmati di attacchi simulati contro obiettivi chiave in Israele, tra cui il reattore nucleare di Dimona, la Knesset, i centri culturali, commerciali e di affari di Tel Aviv. La Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha affermato che entro il 2040, al più tardi, Israele non esisterà più. A  Teheran un orologio segna il numero dei giorni che mancano prima  della fine stabilita di Israele .

Khamenei ha persino riutilizzato una espressione desunta dal Protocollo della Conferenza di Wannsee: soluzione finale. Tutti sanno cosa implica questa espressione. Khamenei, invece, è il primo leader mondiale ad usarla in una accezione positiva.

Sulla sua homepage ha pubblicizzato in diverse lingue una immagine con la scritta “La Palestina sarà libera. La soluzione finale: Resistenza fino al referendum”. Per Hitler la “soluzione finale della questione ebraica” consisteva nell’annientamento degli ebrei. Per Khamenei, la “soluzione finale” della questione israeliana consiste nell’ annientamento di Israele.

La maggioranza della popolazione iraniana rigetta l’odio del regime nei confronti di Israele, che è indissolubilmente legato a una visione del mondo antisemita, incluse la negazione dell’Olocausto e le fantasie cospirazioniste.

Il regime iraniano utilizza i termini “sionista” e “sionismo internazionale” esattamente nello stesso modo in cui Hitler utilizzava i termini “Jude” e “Weltjudentum” – come espressioni per l’incarnazione del male. In entrambi i casi ne consegue una parentesi distopica: proprio come la “pace tedesca” di Hitler richiedeva lo sterminio degli ebrei, così la “pace islamica” propugnata dalla leadership iraniana dipende dall’eliminazione di Israele. A questo punto viene in mente un’osservazione di Elie Wiesel: Quando qualcuno dice che vuole ucciderti, credigli.

La comunità internazionale, tuttavia, non vuole riconoscere questa ambizione omicida. Si rifiuta persino di chiamare con il suo nome l’antisemitismo del regime iraniano. Le parole, invece, contano. Modellano il nostro modo di pensare e determinano le nostre azioni. Il termine “antisemita” ha una dimensione storica. Parlare di antisemitismo significa ricordare la conferenza di Wannsee e quindi i pericoli associati a questa mostruosa irrazionalità. Significa mobilitare non solo la nostra conoscenza storica, ma anche la nostra continua responsabilità storica.

Sono passati ottant’anni dalla Conferenza di Wannsee. L’eco di Wannsee, tuttavia, esiste ancora, insieme alla volontà di propagarsi e preparare un nuovo genocidio. Oggi il nostro compito urgente è prevenirlo.

Traduzione di Niram Ferretti

 

https://blogs.timesofisrael.com/80-years-later-the-echo-of-wannsee-still-exists/

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