Storia di Israele e dell’Ebraismo

Se l’amore durasse

L’Italia ha avuto grandi scrittori di origine ebraica, giustamente celebrati per le loro qualità umane e artistiche, ma la sua memoria letteraria ha colpevolmente smarrito Sion Segre Amar.

Restauratore dell’ebraismo italiano dopo la Shoah, militante del movimento antifascista di Giustizia e Libertà, amico intimo di Leone Ginzburg, Segre Amar è stato anche un eccellente scrittore, come dimostrano le sue Cento storie di amore impossibile (Garzanti, 1983), che nulla hanno da invidiare alla letteratura del Novecento finita nei testi di scuola. Nei suoi racconti, ironici e maliziosi, dolorosi e sinceri, l’autore rivaleggia con Primo Levi per finezza riflessiva e con Philip Roth per inquietudini amorose.  

Tutte le storie, separate tra loro ma legate da imponderabile necessità, come fasi diverse di un unico sviluppo, si dipanano in una cornice unica: la Torino degli anni Venti e Trenta, che Sion Segre evoca con l’intelligenza e la sensibilità di chi l’ha vissuta. Figlio di una famiglia borghese laica e assimilata, ma intensamente ebraica, con un padre baffuto che non manda i figli al Talmud Torah, la scuola israelitica, e ama ricordare loro «che è meglio che ci mescoliamo con i goym, anche se non dobbiamo mai dimenticare che siamo ebrei, e non dobbiamo mai nasconderlo, e se qualcuno ci dice “ebreo” per disprezzo, dobbiamo dargli uno schiaffo».  

Ecco, allora, comparire tra le pagine la catenina d’oro dello Shaddai, oggetto di curiose prove infantili, il tempio affollato per Sukkot e Rosh Hashanà, una voce da tenore che intona Hatikvà, facendo commuovere il giovane Sion: «mi sono sentito venire la commozione allo stomaco e le lacrime agli occhi, ma per fortuna nessuno se ne è accorto». I racconti, siano essi ricordi d’infanzia o intrecci narrativi attorno a figure reali, fanno rivivere la sintesi ebraico-piemontese, fatta di pudori giolittiani e di quel «decoro» sabaudo così simile alla decency inglese. Le storie sono ravvivate da espressioni giudaiche mescolate al dialetto. A Torino si dice «andoma a scòla» in luogo di «andiamo al Tempio»; mentre i fatti strani fanno esclamare, con stupore venato di scetticismo, «robe dl’aotr olam». Il simbolo di questa città ebraica è una disordinata vetrina di via Roma, dove sono esposte «le stelle di Davide mescolate alle madonne, le mezuzot alternate ai cuori di corallo».  

Sion Segre Amar possiede la benedizione dell’ironia. Come pochi è capace di porre una corretta distanza tra sé stesso e i fatti della vita, di ridere amaramente anche degli eventi tragici: «Siamo nel ’39. Sono già sposato; ho una bimba anch’io. Non abbiamo voluto creare problemi, e l’abbiamo chiamata Margherita, come mia Mamma. Vado al Municipio, all’Ufficio Razza, per i documenti del passaporto. Non mi chiedono neanche se sono ariano. Basta il nome […] Segre Amar Sion, di razza ebraica. Bollato per l’eternità. Dal cognome, dal nome, dalla primogenitura. Neppure bisogna chiedermi se uno almeno dei quattro nonni fosse ebreo, secondo le leggi di Norimberga».  

È con questa affilata ironia che Sion affronta il tema centrale del libro, ovvero l’amore, il più nobile dei sentimenti umani. Sono amori infelici e impossibili, mille volte ripensati e trasfigurati nella memoria, rimestati alla luce di ciò che sarebbe venuto e di ciò che sarebbe potuto essere. Ha un cuore intelligente, l’autore, come quello di Salomone. Con le donne è turbato e impacciato, di quelli che «basta che dica una cosa un po’ diversa dal solito, tutti mi rimbeccano: non so come ci si comporta; non ho imparato a vivere», ma il tempo ha distillato l’inadeguatezza in pagine di calda sensibilità maschile: «Perché non bastano i lunghi baci, intensi, insaziati, insaziabili, a far degli amanti […] Non è così per te. Tu lo sapevi cosa è: essere amanti. Anche se il tuo sguardo era puro e limpido, il tuo corpo maturo sotto la pelle ancora bambina […] le tue mani si lasciavano cercare dalle mie, si abbandonavano con dolcezza. Non mi cercavano, le tue».  

L’amore e il desiderio incrinano la spensieratezza del vivere, proprio come la politica, alla quale Sion Segre Amar dedica pagine convulse, gonfie di rimpianto e di dolore. Un velo di tristezza ricopre il nome di Leone Ginzburg, con il quale l’autore ha condiviso i banchi di scuola e un cella a Regina Coeli. Durante la prigionia discutono di politica, leggono montagne di libri e fanno ballare un tavolino, dato che «Leone è un poco medium».  

Tra gli innumerevoli demeriti del nazismo e delle leggi razziali, c’è l’aver reso impossibile raccontare la vita degli ebrei senza evocare l’ombra della Shoah. Leggere i racconti di questa giovinezza ebraica in Piemonte, non può non spingere il lettore a chiedersi quale sarebbe stato il destino di quel mondo se non ci fosse stato l’Olocausto. Questo è l’enigma taciuto che attraversa tutto il testo. È la stessa domanda che ci si pone alla fine di una relazione: e se l’amore fosse durato? Ma come recita un verso scritto da Dinin, un cugino dell’autore che però si fa chiamare Pitigrilli, «Il mondo è dissonanza di destini». 

 

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