Editoriali

Solidarietà a Israele, fino a quando?

Per noi tutti che collaboriamo a questo sito, stare dalla parte di Israele è una cosa inevitabilmente scontata, come alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi, compiere i più consolidati gesti quotidiani, ed è, ovviamente, al di là di ogni retorica, essere dalla parte della civiltà e della democrazia.

In questi giorni assistiamo a una gara di solidarietà nei confronti di Israele: condanne unanimi per ciò che ha fatto Hamas, facciate di monumenti sui quali viene proiettata la bandiera israeliana o i suoi colori, fontane che si illuminano di azzurro, dichiarazioni di incondizionata vicinanza, salvo per coloro, e non sono pochi, i quali stanno dalla parte del terrore.

Li conosciamo bene, sono i medesimi che tifano per Putin, che odiano gli Stati Uniti e l’Occidente, e a Israele preferiscono Teheran e Hamas, sono coloro che, quando non manifestano spudoratamente queste preferenze, come i defunti Gianni Vattimo e Michela Murgia, coltivano l’equidistanza, condannano i carnefici islamici di Hamas, ma poi parlano di “occupazione” e della violenza dei “coloni”. Sono forse peggio dei dichiarati nemici della libertà e della democrazia, i “cui valori scartano ostentatamente per umiliarsi di fronte allo splendore di un’inequivocabile barbarie”, come scriveva Leszek Kolakowski, perché  nascondono ipocritamente la loro pregiudiziale anti israeliana, la loro profonda malafede, dietro la facciata di un presunto sguardo obbiettivo ed equilibrato.

Ma attenzione, presto, anche i solidali, e ci riferiamo non agli amici veri di Israele, ma alle Cancellerie europee e anche allo storicamente altalenante grande alleato di Israele, gli Stati Uniti, cominceranno a modificare la loro solidarietà, appena Israele risponderà con forza, e, come ci auguriamo, decida, una buona volta, di chiudere i conti con Hamas, conti che non si possono chiudere senza dare il via a un attacco di terra a Gaza.

Li aspettiamo al varco, perché sappiamo che non deluderanno le nostre aspettative. Dunque, prepariamoci presto a sentire evocare il fantomatico “principio di proporzionalità”, a rivolgere a Israele l’invito al “senso della misura”, a sentirlo accusato di uso eccessivo della forza.

Benjamin Netanyahu ha giustamente paragonato la ferocia di Hamas a quella dell’Isis. Sì, si tratta esattamente della stessa cosa. Si tratta di carnefici spietati nutriti dal fanatismo ideologico e religioso e per i quali gli ebrei sono demoni da distruggere.

Quello che Hamas ha perpetrato in Israele supera per estensione le azioni criminali dell’Isis ed è annoverabile unicamente per efferatezza e modalità di esecuzione, a quanto facevano i nazisti.

Israele ha il dovere di fare sì che questi criminali non possano più agire, così come fu necessario farlo, ottanta anni fa, per il mondo liberale e democratico con i carnefici di Hitler, e per farlo saranno necessarie, per parafrasare Winston Churchill, “sangue, fatica, lacrime e sudore”, fino a quando non verrà conseguita la vittoria.

Israele si prepari, come sempre quando lotta per la sua esistenza, alla solidarietà variabile.

 

 

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