Islam e Islamismo

Trump e Iran: rotta di collisione. L’accordo sul nucleare iraniano e i suoi dolori

Il grande trofeo della fallimentare politica estera di Barack Obama, era ed è il deal sul nucleare iraniano, conosciuto anche come JCPOA, ovvero The Join Comprehensive Plan of Action. Gli aedi delle magnifiche sorti e progressive incarnate dall’Amministrazione del presidente più soigné degli ultimi decenni, furono tutti unanimi nel sottolineare che l’accordo segnava uno dei maggiori traguardi raggiunti dalla diplomazia americana. Esso in effetti incarna plasticamente la convinzione obamiana che le canaglie vadano approcciate il più possibile con sorrisi e molte carote al posto dei bastoni, così si ammansiranno e si convinceranno della bontà di essere pragmatici accantonando programmi spericolati e destabilizzanti. Si è visto con la Corea del Nord. Ma, come sempre, l’ideologia è più forte della realtà, soprattutto per chi è convinto, come lo era Obama, che la storia si muova infallibilmente verso futuri democratici.

Di segno opposto è la strada che sembra seguire Donald Trump, il quale entro il 15 di ottobre farà sapere urbi et orbi qual è la sua decisione in merito a quello che ha già bollato più volte come uno dei peggiori accordi, se non il peggiore, della storia americana. E che si vada verso uno smantellamento dell’accordo sembra al momento l’ipotesi più probabile. Bisognerà vedere, a questo punto se Trump farà una dichiarazione netta che certificherà di fatto la morte dell’accordo, oppure passerà la patata bollente al Congresso il quale dovrà poi deliberare se imporre all’Iran nuove sanzioni, in attesa, nel frattempo, che l’Iran consideri il deal definitivamente morto, oppure sia disponibile a rivederne alcuni aspetti decisivi.

Dell’accordo sul nucleare iraniano si è parlato e straparlato senza sosta, si è detto e si dice da parte dei suoi sostenitori, che esso, rallentando di fatto l’accelerazione al nucleare garantirà stabilità regionale in Medioriente per un decennio, e che la teocrazia iraniana, gente in fondo pragmatica anche se animata da fantasie millenariste, finirà per convincersi che non ha senso montare testate nucleari sui propri missili. Per chi invece lo avversa, l’accordo rappresenta solo un modo di guadagnare tempo prima che si arrivi all’esito fatale, quando la Repubblica Islamica in sella dal 1979 diventerà a tutti gli effetti il più minaccioso e potente stato musulmano del pianeta. Provò Benjamin Netanyahu a fare presente la cosa, nel marzo del 2015 davanti alla platea dei senatori riuntiti ad ascoltarlo al Congresso degli Stati Uniti. Affermò che sconfiggere l’ISIS ma avviare l’Iran al nucleare avrebbe significato la vittoria di una battaglia ma la perdita della guerra.

Israele, sono anni che sottolinea come l’agente più destabilizzante e pericoloso per l’intero Medioriente sia proprio l’Iran il quale considera un proprio obbligo la distruzione dello stato ebraico (il piccolo Satana), reputato escrescenza cancerosa da estirpare. Nessuna possibilità di ascolto era concessa da Obama alle preoccupazioni israeliane. Dopotutto, se il futuro procede spedito verso il trionfo della democrazia come si può dare credito a chi non sa vedere nella storia la sua teleologia provvidenziale?

Il fatto che la IAEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, abbia dichiarato che l’Iran non è disponibile a ispezioni atte a determinare se esso sta perseguendo o meno un obbiettivo nucleare, dovrebbe suscitare forse qualche sospetto in seno a chi ci conforta sorridente che va tutto bene e andrà ancora meglio, come l’ineffabile Federica Mogherini, grande sponsor dell’accordo. Invece nulla. Né lei né gli altri firmatari internazionali, sono minimamente turbati dalla cosa, essendo troppo affaccendati nel contemplare il rischio, nel caso in cui gli USA si sfilassero dall’accordo, dell’evaporazione di commesse lucrosissime (e nel caso dell’Italia si parla di 30 miliardi di euro in ballo).

Ci è stato fatto credere che l’unica alternativa a questo accordo era la guerra all’Iran. Fu il mantra preferito di Obama e dei suoi spin doctors, l’alternativa binaria oltre la quale non c’era e non c’è ne era un’altra. Nulla di più falso, come Netanyahu ebbe a dire più volte. L’alternativa a un pessimo accordo non è la guerra ma un accordo migliore.

Ora è il turno di Trump di decidere, nonostante si cerchi di frenarlo. Non è un mistero che l’attuale Segretario alla Difesa, James Mattis, e con lui altri militari, sia contrario a una revisione dell’accordo, e insieme a loro il Segretario degli Esteri, Rex Tillerson. I conservatori dello status quo sono sempre a paventare rischi se si modificano gli assetti, ma Trump sembra orecchiare altre voci, soprattutto il suo convincimento ben radicato in campagna elettorale, che l’accordo, così com’è sia pieno di buchi dentro uno dei quali potrebbe cadere la sicurezza nazionale americana.

La Corea del Nord offre un precedente ragguardevole, soprattutto ora, con il rischio ancora alto di un conflitto nel Pacifico.

A breve sapremo se davvero la musica è cambiata.

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