Editoriali

Vogliono chiamarla Gerusalemme Est

Quando ancora Berlino era divisa in est e ovest e la Stasi fucilava in un istante qualunque anima della DDR che avesse solo sognato di scavalcare il muro e passare dall’altra parte, in cerca di un’esistenza, di un respiro, di una minima possibilità di fiatare di voler essere viva e libera, il signor Nemer Hammad, rappresentante dell’Olp in Italia e autore di un libercolo intitolato “Il sionismo come ideologia razzista”, approdava proprio a Berlino Est a veder trionfare  la sua tesi tanto insignificante quanto nefasta tra le mummie terrifiche  e paranoiche del regime di Erich Konecker, che per la verità ricevevano anche le gradite visite di tanti altri volenterosi servi  e imbonitori.
In quel regno della morte e del terrore, della delazione continua, della malignità reciproca,  dell’alcolismo permanente  come paradiso artificiale e del suicidio come ultima oscura spiaggia, giungeva dunque l’ambasciatore  del regno della menzogna dove non ci si rassegnava a smettere di predicare, con la maschera della laicità stampata in faccia e la vampa islamica negli animi, che i sionisti dovessero essere buttati a mare o, al limite, trafitti dalla “punta delle baionette  infilzata sin dentro il ventre delle ebree incinte”. Così ringhiava sputacchiando il rais di quel regno,  il mitomane in divisa, il delinquente internazionale  Yasser Arafat.

A Berlino Est questi progetti erano musica per le orecchie anche per gerarchi e manovali nazisti, che nella DDR si erano facilmente votati al Moloch rosso. Dall’altra parte, del resto, a Berlino Ovest, c’erano i politici della Ostpolitk. C’era Willy Brandt che contro il nazismo aveva combattuto, che a Varsavia si inginocchiò davanti al monumento in memoria della distruzione del ghetto e della  presenza ebraica. E c’era la  Raf, la Rote Armee Fraktion. La banda Baader Mehinof capaggiata dall’ex “bambola di lusso” Ulrike, che voleva smettere i panni di altoborghese, indossare quelli fittizi del proletariato, e che per questo riteneva fondamentale uccidere, assassinare. C’erano i suoi compagni di rapine, sequestri, minacce, omicidi,  attentati terroristici, dirottamenti; di quel delirio sciagurato, disonesto: il piccolo criminale  Andreas Baader, Gudrun Eslin, discendente di Hegel, il  filosofo della totalità, che disprezzava lo shabbat, ne ignorava il senso e definiva schiavi gli ebrei che lo osservano proprio per essere liberi; Horst Mahler, nipote del comandante delle SA Reinhnold Nixdorf, figlio di un orgoglioso dignitario nazionalsocialista che si suicidò dopo la guerra hitleriana, iscritto alla Lega tedesca degli studenti socialisti, volontario in un campo palestinese in Giordania dove si era recato per apprendere e perfezionare la tecnica di soppressione degli agenti del sionismo – fossero economisti, politici, magistrati, poliziotti, addetti alla dogana o soldati americani – tutti espressione dell’imperialismo, non meritevoli di  quella compassione e umanità la cui causa Mahler patrocinò come avvocato difensore nel processo alla tedesca Thyssen Bank e al broker Karl- Heinz Wemhof, vincendo di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo.



Nella terza età Mahler è ritornato alle origini familiari, dopotutto mai veramente affogate nel sangue della palingenesi rivoluzionaria, iscrivendosi alla NPD, il partito nazionaldemocratico di Germania, uscendone poi, perché persino il partito neonazista non è in grado, secondo lui, di affrancarsi dal debito con i giudei e di ergersi forte e fiero “nella sua identità nazionale”. Per questo andava fondata la “Lega per la riabilitazione dei perseguitati a causa della contestazione dell’Olocausto”, assieme al fior fiore dei negazionisti della Shoah. Così si ritorna a casa, e la via è quella dell’antisionismo. Dei campi del terrore palestinese. Del suggerimento di Goebbels che “quando si tratta di ebrei, persino gli operai sono rossi fuori e neri dentro”.  Di Ulrike Mehinof, la brillante giornalista altolocata dal furore distruttivo, che Heinrich Böll elogiava, cui sono state dedicate canzoni, odi, filmografie. E  un monologo  celebrativo di Dario Fo non poteva mancare, per colei che insieme a Mahler, insieme ai fascisti di Ordine Nuovo, veniva addestrata alle armi nei campi palestinesi di Al Fatah, e là iniziava a stilare la sua sinistra promessa: “Wirft Man einen Stein, so ist das ein strafbare Handlung. Werden tausend Steine geworfen, ist das ein politsche Aktion”. Se uno lancia una pietra, il fatto costituisce reato. Se sono mille pietre a essere lanciate, questa diventa un’azione politica”.

Le pietre, già. Il bambino palestinese nuovo David. Il soldato israeliano nuovo Golia. E quel proclama freddo, infastidito della Mehinof, della figlia della classe nazista tedesca che lei assicurava di odiare, di voler nientificare per mimetizzare invece in sé stessa la lugubre voce di famiglia che risaliva: “Gli ebrei gassati ad Auschwitz  furono gassati esattamente per quello che erano, ricchi ebrei”.

In quella Germania, in quella Berlino Est e Ovest, in questa Europa, s’incontrano nel tempo gli stessi proclami, le stesse viltà, lo stesso senso di stravolgimento della storia e la medesima copertura della propria cattiva coscienza. Il posto  miserabile di Horst Mahler e di Ulrike Mehinof è rimasto a Francesco Giordano, Brigata XXVIII Marzo, assassino  di un altro agente del sionismo, il maestro di giornalismo e di umanità Walter Tobagi. Le prefiche laiciste della causa palestinese accorrono a Milano in una piazza dove le erinni della jihad ammoniscono  gli ebrei, i sionisti, di andare a “divertirsi altrove e di lasciare in pace chi vuole pregare a Gerusalemme”.

La Gerusalemme antica che la Legione araba, prima della Liberazione per mano ebraica, aveva trasformato in una latrina all’aperto. L’assassino di Walter Tobagi, dell’uomo buono che delle Brigate Rosse diceva “non sono samurai invincibili, uccidono per sentirsi vivi, poiché sono morti dentro”, uscito dal carcere ha ripreso le redini dell’antisionismo con cui cerca di camuffare l’odio di sempre, l’odio per gli ebrei. E già Giordano si sforza di non pensare che Auschwitz non sia mai esistito; che poi, se v’è stato, se Auschwitz è stato, abbiamo visto di che cosa sono capaci gli ebrei! Il vero genocidio è quello che commettono loro da settant’anni. Palestina libera! Palestina rossa. Gerusalemme Judenrein. Judenfrei. Al massimo dhimmi.  Almeno per ora diciamo Gerusalemme Est. Berlino Est. Un regno di ombre ossessionate e di morte, senza libertà, senza dignità. Senza Verità. E come corrono sul podio della falsa pace i codardi fedeli della Ostpolitik dei giorni nostri, di un artefatto status quo invocato in Vaticano, difeso e riproposto agli ebrei, ai sionisti, dalla ex sorridente  e innamorata picciotta di Abu Ammar divenuta Alto Commissario per la politica estera della Ue, da una pletora di bugiardi sottomessi al ricatto e alla cambiale della loro stessa ideologia. Come corrono! Come invece il vento trasporta tra le pietre bianche, tra le mura di Gerusalemme e da là nel mondo intero, il ruach, lo spirito di  una storia vera che Itzchaq Rabin volle  rimemorare persino a Washington, lui, il figlio di  quella Rosa Cohen che piantava alberi nella terra d’Israele: “Siamo venuti qui da Yerushalayim, dall’eterna e indivisibile capitale del popolo ebraico”.



Come si muovono  lievemente nella notte, al pari dei fiori di buganvillea, a Gerusalemme e nel mondo, al contrario della violenza dei distruttori e dell’assenso dei loro adulatori, i versi di Yehuda Amichai per la città  della  vera pace, dello shalom, che è la completezza e il coraggio, l’interezza del cuore, della lezione della storia: – Gerusalemme, Gerusalemme, porto sulle rive dell’eternità.

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