Israele e Medio Oriente

I limiti della difesa di Israele sui social network: caccia alle streghe e squadrismo digitale

Riceviamo da Giorgio Berruto, vicepresidente UGEI (Unione Giovani Ebrei Italiani) e responsabile giornale Hatikwà e relativo sito, e volentieri pubblichiamo

Sono convinto che informare in modo equo sulla variegata e ricca realtà di Israele sia una delle sfide che oggi devono trovare pronti coloro che hanno a cuore il ripristino dell’obiettività e la pace in Medio Oriente. Sono ben note, infatti, le dimensioni della distorsione mediatica che di Israele offre un’immagine impoverita e spesso faziosa: non mi riferisco soltanto ai casi estremi, che pure non mancano, ma anche e soprattutto al doppio standard di giudizio che quotidianamente, su molti media più o meno insospettabili, viene riservato allo Stato ebraico.

Credo che questa necessaria informazione su Israele debba essere utile a migliorare il posizionamento globale di Israele in termini di immagine. Mi accorgo però frequentando gli ambienti social, a partire da Facebook, che spesso non è così. In questi spazi intensamente tribalizzati, in cui i simili tendono sempre più a stare con i simili, esiste un fenomeno in crescita che porta allo scatenamento di autentiche cacce alle streghe virtuali in nome della difesa di Israele. Capita di vedere sul web persone che hanno a cuore Israele, e che in alcuni casi si spendono in prima persona per contrastare la vulgata antisraeliana dominante o che addirittura in Israele vivono, venire accusate di essere “traditori” o “odiatori di se stessi” se ebrei, mentre se non sono ebrei scatta in automatico l’imputazione di antisemitismo. Questo avviene quando gli accusati hanno opinioni diverse dal branco degli accusatori, naturalmente. Nella grande maggioranza dei casi la violenza verbale e l’attitudine a colpire e isolare persone che hanno la “colpa” di scrivere e discutere di Israele – perché di questo stiamo parlando – da una prospettiva diversa è l’atteggiamento di persone con idee che si avvicinano alla destra estrema europea, e che si fanno sistematicamente corifei della destra israeliana. Questa sovrapposizione non è inevitabile e infatti non avviene sempre, ma si presenta indubbiamente in un numero significativo e molto più che proporzionale di casi.

Sostenere che il servizio che queste persone, non di rado in buona fede, offrono all’immagine di Israele sia controproducente è scontato. Che l’Israele che dipingono sia molto diversa da quella reale, dove non manca mai la possibilità di confronto anche tra opinioni contrapposte, è sacrosanto. Ci sono perfino quelli che giungono alle giuste conclusioni – il sostegno di Israele – passando da pessimi argomenti – l’idea che sia uno stato militarizzato, di discriminazione su base etnica o addirittura fascista –.




Vorrei aggiungere un ultimo elemento. Che le crociate di questi “difensori di Israele” siano controproducenti per lo Stato ebraico mi sembra un dato di fatto. Mi ricordano quei soldati che avanzano pieni di coraggio, ma non si rendono conto di sparare dalla parte sbagliata e di fare così il gioco degli avversari. L’alternativa è ancora più spiacevole, ed è che l’obiettivo di costoro non sia la difesa dell’immagine di Israele e il ristabilimento di quella complessità che all’informazione mainstream spesso manca, ma auto-investirsi propugnatori dell’unica immacolata verità su Israele. E’ duro da digerire, quando si vorrebbe condividere una battaglia già abbastanza difficile, ma confesso che talvolta mi viene da pensare che non sia un’ipotesi di mera fantasia. Comunque la si pensi, credo sia chiaro a tutti che strillare le proprie convinzioni, giuste o sbagliate che siano, non serva a far cambiare idea alle persone. Ospite di un un recente convegno a Torino di cui L’Informale ha reso conto, David Meghnagi ha chiuso il proprio intervento affermando: “Continueremo la nostra lotta per trasformare il nostro nemico in amico”. Ha pienamente ragione, ma per farlo davvero bisogna cambiare qualcosa. Scegliere di discutere invece di dare la caccia ai “traditori” potrebbe essere un buon inizio.

Giorgio Berruto


Caro Giorgio,
innanzitutto grazie per il tuo contributo. 
In effetti la caccia alle streghe e il clima di reciproca sfiducia costituiscono un grave problema dal quale L’Informale ha sempre cercato di mantenersi distante, ospitando il più possibile interventi di autori a prescindere dal loro credo politico.
Dico questo perché mi sono reso conto che la situazione di cui parli è causata perlopiù da una divisione tra diversi schieramenti politici, come da logica del muro contro muro che ha influenzato il sistema bipolare (in tutti i sensi) italiano negli ultimi vent’anni. Un bipolarismo da trincea che nel frattempo è diventato tripolarismo, ma “sionisti” tra elettori e simpatizzanti del Movimento 5 Stelle si fa fatica a trovarne. 
Resta quindi l’eterna lotta tra centro-destra e centro-sinistra, la quale, tra chi ha a cuore le sorti e la difesa delle ragioni di Israele, si traduce in una stucchevole polemica intorno allo stato ebraico: da una parte le accuse di “tradimento”, dall’altra di “dare un’immagine distorta di Israele”.
Chi ha ragione? Tutti e nessuno. Esiste, a destra, chi simpatizza per Israele esclusivamente in chiave militarista e anti-araba, come da te scritto. Ma esiste anche, a sinistra, chi pone la politica italiana al di sopra di tutto ed enfatizza meriti del proprio schieramento politico e demeriti degli avversari su ogni questione che riguardi il Medio Oriente.
Entrambi hanno torto.
In questi giorni, le eccessive polemiche di una parte del mondo ebraico e filo-israeliano italiano contro Trump hanno rasentato lo sciacallaggio. Contestare una decisione come quella di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, peraltro ben accolta anche dalla sinistra israeliana, significa semplicemente porre la politica italiana e il tifo per la sinistra, con i logici deragliamenti anti-trumpiani, al di sopra degli interessi di Israele. 
Ingiusto, quindi, porre l’indice quasi esclusivamente contro le “persone con idee che si avvicinano alla destra estrema europea, e che si fanno sistematicamente corifei della destra israeliana” (cito testualmente da te), prima di tutto perché il concetto di “destra estrema” è ormai sempre più opinabile e soggettivo, in secondo luogo perché gli atteggiamenti profondamente errati di cui tu dai preziosamente conto nel tuo intervento appartengono ad entrambi gli schieramenti che si credono in trincea.
In questi giorni abbiamo avuto ampie dimostrazioni di caccia alle streghe contro Trump, i trumpiani o presunti tali, Salvini, i salviniani o presunti tali, nonostante ci fossero ben pochi elementi per attaccare Salvini (che si è espresso in difesa di Trump e con parole al miele per Israele) e tanti per criticare l’inconsistenza del governo in carica, che dopo aver fatto un nuovo passo indietro sulle risoluzioni anti-Israele dell’Onu si è accodato alla pavidità europea. 




Ti ricordo, altresì, che allo stesso convegno torinese da te citato, oltre al memorabile intervento di David Meghnagi c’è stato anche quello di Bat Ye’or, che da taluni verrebbe considerata “islamofoba” e “estremista di destra”. 
Inutile cercare i veri amici di Israele tra il centrodestra e il centrosinistra. Ognuno resterà con le proprie idee e convinzioni. Evitare l’eccessivo tifo politico potrebbe essere l’unica soluzione.
Lieto del confronto e sempre disponibile.

Riccardo Ghezzi

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