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Arabia Saudita: donne al voto per la prima volta

Non è facile fare campagna elettorale se non puoi appendere manifesti con la tua foto, tenere comizi, men che meno partecipare ai dibattiti in tv. Eppure è quello che hanno fatto le 978 candidate alle municipali del 12 dicembre in Arabia Saudita, le prime a cui sono ammesse – con diritto di elettorato attivo e passivo – anche le donne.

La data è di quelle che resteranno nella storia del Paese, il secondo Stato arabo al mondo per grandezza, con una popolazione 21 milioni di persone, ma anche uno di quelli in cui le leggi ispirate alla sharia d’interpretazione salafita sono applicate con maggior rigore. In Arabia Saudita vige una monarchia assoluta che non permette nemmeno l’esistenza di partiti politici.

È stato proprio re Abdullah, fratellastro dell’attuale monarca Salman, a stabilire per decreto nel 2011 che anche le donne potessero partecipare alle elezioni, nonché che dovessero rappresentare il 20% dei consiglieri del Majlis al-Shura, un’assemblea composta da 150 membri di nomina regia, con poteri consultivi ma senza diritto di approvare le leggi né di impedirle.

Oggi si vota invece per eleggere due terzi dei seggi in 284 consigli comunali (è il governo che assegna il terzo restante). Il rapporto fra candidati di sesso maschile e femminile è di circa 6 a 1, ma la sproporzione di genere è la minore delle difficoltà. Nell’unico Paese al mondo in cui le donne non possono nemmeno guidare l’auto, le candidate hanno dovuto sottostare a regole severissime e molto penalizzanti, fra cui il divieto di partecipare a qualsiasi manifestazione, dibattito o comizio in presenza di uomini, l’obbligo di parlare in pubblico esclusivamente tramite un portavoce maschio e di creare sezioni separate per uomini e donne nelle sedi elettorali.

Le stesse elezioni municipali esistono da appena una decina d’anni e i consigli che ne risultano hanno comunque poteri molto limitati, come l’approvazione del bilancio cittadino e la gestione di rifiuti, parchi e strade, limitandosi di fatto a fare da ponte fra le comunità cittadine e Riad. Le consultazioni del 2005 e del 2011 hanno segnato il trionfo del potentissimo clero conservatore, i cui candidati hanno avuto quasi ovunque la meglio su quelli più legati alla famiglia reale.

“È difficile. Le donne hanno vissuto segregate per anni – ha spiegato al Guardian Rasha Hefzi, una delle donne che corrono a Gedda, una delle città più progressiste del Paese -. Gli uomini invece hanno la loro rete di contatti, si conoscono fra di loro. Convincerli a votare per noi è una sfida”. Eppure le candidate non hanno mollato e hanno puntato soprattutto sui social network per aggirare le limitazioni imposte al loro sesso e raggiungere il maggior numero possibile di potenziali elettori ed elettrici.

Anche per queste ultime, in ogni caso, il primo approccio con le urne si è rivelato tutt’altro che agevole. Oltre alla mancanza di una cultura democratica del voto, hanno pesato, ancora una volta, le restrizioni giuridiche. Per iscriversi alle liste elettorali serve un documento d’identità, che non tutte le saudite hanno, e in ogni spostamento – per andare a richiedere i documenti, farsi registrare o andare ai seggi – c’è bisogno di un accompagnatore maschio.

La conseguenza è che poco più di 130 mila donne si sono iscritte alle liste elettorali contro il milione e 355 mila loro concittadini maschi che l’hanno fatto. Il risultato del voto dirà se il suffragio femminile riuscirà a smuovere gli equilibri politici e sociali del Paese, ma l’esistenza stessa di questo piccolo esercito di elettrici è già in sé una piccola rivoluzione.

Fonte: Tgcom24

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