Storia di Israele e dell’Ebraismo

Giorno della Memoria – Gitta Ryle ed il Giudizio Universale

Riceviamo e pubblichiamo da Francesca Tosca Robicci

Qualche tempo fa ho incontrato Janine ed Elliot a Roma, durante una delle loro visite in Europa. Con loro ed il comune amico professore Daniel Giles, originario di San Francisco, ho visitato l’ex ghetto ebraico della capitale, illustrandone storie gloriose e ricordi dolorosi. Dalla California la coppia si impegna da tempo a visitare i luoghi della Storia, ma soprattutto della loro storia. Sagaci, brillanti ed assai colti conoscitori del nostro mondo, delle arti e della scienza, mantengono con interesse e sensibilità un rapporto strettissimo con le loro radici che, per Janine, affondavano un tempo nel vecchio continente.
Lo splendore delle capitali europee ha conquistato altre volte Janine ed Elliot, ma la loro attenzione è rivolta alle tappe di quello che fu un viaggio straordinario, fatto di soste in città sperdute e dimenticate, un viaggio dove paura e speranza divennero i binari che accolsero la corsa di un vecchio treno, un viaggio che dall’Austria, attraverso la Germania e la Francia e l’oceano e il cielo, strappò alle fiamme dell’Europa in guerra e alla furia del nazismo la giovane madre di Janine, Gitta Ryle, nel 1939. E pure oggi, durante il Grand Tour di Janine ed Elliot, si doveva tornare al punto di partenza, al momento in cui il vincolo sociale e solidale tra gli uomini per un lungo buio momento si interruppe e la forza dell’uno sull’uno forgiò la tempra del secolo scorso.
Anche Gitta Ryle ne ha fatta di strada – sia letteralmente che figurativamente – da quando, bambina spaventata, venne strappata dalla propria casa di Vienna nel 1939. La madre di Janine, donna oggi
ottantaduenne che oggi abita a Santa Cruz, in California, venne spedita lontano dall’Europa dalla sua stessa madre, che volle proteggerla dal dilagare della furia di Hitler nel continente.
La storia di Gitta è tanto unica quanto drammatica, ed ogni volta che lei o, in questo caso la figlia, la racconta in un’aula scolastica, o al cospetto dei membri di qualche importante Club culturale, o semplicemente a me, impone il più completo e solenne silenzio. Nata a Vienna nel 1932, Gitta era Brigitta Spindel, una di due sorelle di una famiglia ebrea della media borghesia.
Durante la Notte dei Cristalli del 1938, quando in tutta l’Austria e la Germania ebbero luogo pogrom contro gli Ebrei, la madre di Gitta giurò che avrebbe fatto di tutto per salvare le due figlie. Disperata e coraggiosa, affidò Gitta e la sorella Renee all’Oeuvre de Secours aux Enfants, una organizzazione umanitaria francese che aiutava le famiglie accogliendo bambini ebrei come rifugiati.

Le due bambine furono spedite in Francia, dove vissero in paesini sperduti presso famiglie ed istituti sempre diversi.
“Mia sorella ed io venimmo accettate dall’organizzazione. Nel marzo del 1939 fummo separate da nostra madre e messe su un treno per la Francia con una piccola valigia. Non vedemmo mai più le nostre cose. Avevo quasi 7 anni”. E fu solo dopo sette anni che poterono finalmente riunirsi alla madre. Il padre era morto ad Auschwitz, dopo aver lasciato la famiglia per raggiungere il Belgio quando
Hitler prese possesso dell’Austria nel 1939. Nelle sue speranze c’era l’opportunità di stabilirsi là e di accogliere di li a poco l’intera famiglia. Non si rividero mai.
Le due bambine avevano allora età diverse ed è toccante sentire oggi come i racconti di Renee, la più grande, si basino soprattutto su date ed eventi, mentre quelli di Gitta sono carichi di emozioni, sensazioni, speranze, paure.
In fondo era Renee ad avere la responsabilità non scritta sulla sorella più piccola, e forse in lei la lucidità e lo spirito pratico si fecero strada presto, a dispetto della tenerissima età, informando tutta quell’esperienza di un doppio carico emotivo.
La piccola Gitta ricordava i rumori, le voci, le spinte, le carezze, le luci, il buio, non i numeri o i giorni del calendario. Gitta, che oggi incontra regolarmente gli studenti nelle scuole, afferma di volere che essi stabiliscano una connessione personale con qualcuno che è sopravvissuto alla Shoah: “Dico loro che la Seconda Guerra Mondiale c’è stata, ed è loro compito ricordare di avermi incontrato”.
La storia di Gitta è una storia di continui sradicamenti e spostamenti verso nuovi nascondigli in Francia. Gitta, il cui padre morì in uno dei campi di concentramento, si riunì alla madre e alla sorella solo dopo la guerra. Inizialmente, la comunicazione tra loro era difficile, dal momento che Gitta aveva dimenticato il Tedesco madrelingua ed aveva quasi da subito parlato solo in francese. Le tre donne si sono infine trasferite negli Stati Uniti, dove vivevano già alcuni parenti, per iniziare una nuova vita.
In California, Gitta ha incontrato quello che sarebbe diventato il marito, Bob, con il quale ha avuto tre figli. Io ho conosciuto Janine.
Nel 1993, alla morte del marito, Gitta ha iniziato ad impegnarsi per far conoscere agli altri la propria esperienza. Sebbene fisicamente sana, Gitta afferma di essere stata per decenni piena del solo odio verso la propria esperienza e verso l’inumanità dimostrata dall’Uomo verso il genere umano. “Il traguardo di Hitler era di conquistare l’Europa ed eliminare tutti gli Ebrei”, afferma, aggiungendo che era troppo piccola all’inizio per capire ciò che stava accadendo intorno a lei: “Ero una bambina piccola ed arrabbiata, quello che sapevo era solo che ero  stata abbandonata da mia madre”.


Solo in età adulta ha deciso di affrontare un percorso di psicoterapia per potersi liberare di tutta quella rabbia, e solo allora ha potuto comprendere appieno il doloroso e smisurato gesto d’amore della madre. Il percorso verso il perdono è stato lento, ma Gitta non voleva trattenere tutto quel grumo oscuro di male, ed ha a poco a poco imparato a lasciare andare la rabbia, e a lasciare andare le persone che avevano commesso quelle azioni atroci. È stata la sua salvezza lasciarli nell’oscurità in cui avevano vissuto. Janine, che ha ricevuto la lezione più grande da questa madre straordinaria, ha usato con me queste parole: “Mia madre ha imparato il perdono. Senza questo, in cuor suo i colpevoli avrebbero vinto.
Un giorno mi ha detto: deve esserci un motivo per cui io sopravvissuta, ed è mio dovere scoprirlo. Se mi fermassi un questa palude di odio non potrei mai sapere quale è questo motivo, e tanto sarebbe valso morire in Europa con la guerra”.
Passatemi il divagare un po’ forzato, ma come storica dell’Arte, finisco spesso a pensare che il valore di opere come, ad esempio, il Giudizio Universale di Michelangelo è stabilito dal fatto che esse rappresentino, semplicemente, la sintesi dell’Umanità intera. Ognuno di noi, in ogni tempo, è, è stato e sarà uno dei personaggi rappresentati dell’affresco. Noi siamo i dannati, siamo i salvati, abbiamo paura, abbiamo speranza, abbiamo fede, l’abbiamo persa o non l’abbiamo conosciuta mai. Quello che penso io non importa, ma ascoltare la storia di Gitta dalle parole di Janine, seduti ad un caffè del Ghetto, ha avuto il sapore di una rivelazione e di un dono.


E’ stato come ritrovare nel profondo di sé – anche di me, sì – una storia senza tempo, perché vive nel passato ma esiste nel presente e ci minaccia dal futuro. Non si tratta di ricordare perché, retoricamente, la Storia si ripeta o non si ripeta – perché la Storia, basta affacciarsi più in là, si sta già ripetendo da qualche parte. Si tratta però per noi di riflettere sulla libertà (di arbitrio) che ci è stata donata. I protagonisti di questo dramma, la Shoah, siamo ancora noi stessi: noi siamo i buoni, siamo i cattivi, siamo le vittime, siamo i carnefici, siamo i testimoni e siamo gli omertosi, siamo i salvatori e siamo i delatori. L’enorme tragedia della Shoah, con tutti i suoi personaggi terribili, vive nelle viscere di ognuno di noi allo stesso modo in cui ognuno di noi trova il proprio posto nel Giudizio di Michelangelo.
Fuor di metafora, fuor di religione e fuor di politica, siamo chiamati, sempre ed ora, semplicemente, a compiere la nostra scelta.

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