Israele e Iran

Il fallimento iraniano e perché per Hamas non è una buona notizia

L’attacco iraniano di eri sera a Israele è, prima di tutto, un totale fallimento. Nessuno dei 99, tra droni missili balistici e missili da crociera ha centrato il bersaglio, l’unica vittima è una bambina musulmana di sette anni che è rimasta ferita. Il fallimento dell’attacco è merito del sistema di difesa israeliano e della cooperazione di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.

La “risposta” iraniana all’attacco israeliano al consolato iraniano di Damasco, la settimana scorsa dove ha perso la vita il generale Mohammad Reza Zahedi, uno dei comandanti anziani delle Guardie Rivoluzionarie e da considerarsi come facente parte della serie di omicidi mirati condotti da Israele dall’inizio della guerra contro Hamas, ha di colpo fatto uscire Israele dall’isolamento in cui il prolungamento della guerra a Gaza lo ha precipitato. Da parte dagli Stati Uniti, sempre più critici relativamente all’andamento della guerra, e a seguire da quella delle Cancellerie europee, l’attacco iraniano è stato apertamente criticato.

Fino a che punto l’attacco iraniano possa spostare l’attenzione dalla guerra a Gaza che, al momento risulta in fase di stallo, si vedrà a seguito di come reagirà Israele, ma intanto si possono fare alcune osservazioni preliminari.

L’Iran, abituato da decenni ad agire dietro copertura dei suoi delegati, siano essi Hezbollah, Hamas, gli Houti, quando si muove direttamente manifesta, come in questa occasione, la propria debolezza. I risultati concreti dell’attacco sono, infatti, la sua inefficacia, la sua ampia condanna e la conseguente solidarietà nei confronti di Israele da parte di paesi che ultimamente avevano preso le distanze.

Nessuno altro attore politico islamico se non Hamas ha lodato l’attacco, e questo la dice lunga su quale sia la simpatia che gode l’organizzazione terroristica in seno all’arcipelago sunnita, mostrando, se ce ne fosse bisogno, che la guerra di Israele a Gaza non è, come viene affermato in modo surreale, contro il “popolo palestinese” ma contro quella che è diventata una protesi dell’Iran.

In questi mesi, nessuna piazza araba si è scaldata a favore di Hamas o si scalderebbe a favore dell’Iran. Quelle che lo fanno sono le piazze occidentali dove chi urla “Palestina libera dal fiume al mare”, oltre a invocare lo sterminio di tutti gli ebrei israeliani, di cui il 7 ottobre è stato un atroce anticipo, di fatto sostiene il programma genocida di Teheran.

L’operazione militare israeliana a Gaza è sì una operazione contro Hamas, completamente avulsa da qualsiasi intenzione di punizione collettiva (una idiozia sesquipedale), ma è anche una operazione contro l’Iran e le sue mire regionali. Tutto ciò è assai chiaro all’Arabia Saudita, agli Emirati, all’Egitto e alla Giordania, paesi che non possono prendere una posizione favorevole a Israele, ma che saranno i primi a gioire dietro le quinte se Israele terminerà il governo di Hamas all’interno della Striscia.

Una volta eliminato Hamas, l’Iran avrà un puntello di meno su cui appoggiarsi in Medio Oriente, certo resta Hezbollah, ma la formazione sciita guidata da Nasrallah non può permettersi di condurre il Libano in una guerra che ne devasterebbe irrimediabilmente l’economia precaria, portandolo alla perdita del potere conquistato.

L’unico ostacolo alla conclusione della guerra a Gaza e all’eliminazione di Hamas sono gli Stati Uniti che ne rallentano l’esito per questioni di politica interna. Non è un ostacolo facile da superare.

 

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