Israele e Medio Oriente

Tremare davanti alla democrazia

Il 17 marzo 1999, Aryeh Deri fu dichiarato colpevole da un tribunale di Gerusalemme di cinque reati, tra cui, frode, corruzione e abuso di fiducia. Fu condannato a quattro anni di reclusione.

Giovane e carismatico politico immigrato da bambino in Israele dal Marocco, Deri era sefardita, ultra-ortodosso e determinato a guidare una rivoluzione politica. La  questione fondamentale per la quale si è battuto e che è diventata il suo cavallo di battaglia  era che gli ebrei di origine mediorientale e nordafricana potessero partecipare equamente alla formulazione della politica statale. Niente più status di cittadini di seconda classe. Niente più accondiscendenza da parte della forza religiosa dominante: gli ebrei ashkenaziti.

Il fatto che fosse un sefardita diplomatosi in una yeshivah – una scuola rabbinica – parte integrante del sistema educativo haredi era un’anomalia (poiché gli ebrei haredim sono di origine lituana). Il termine “haredi” (significa “colui che trema” davanti alla parola di Dio) è oggi più ampiamente utilizzato per descrivere gli israeliani ultra-ortodossi che condividono una speciale pedagogia e stile di vita. (Sono differenti dai chassidim, che incoraggiano uno spiritualismo e un misticismo più terreno nell’osservanza religiosa.)

Ogni aspetto della vita quotidiana degli haredim è fortemente regolato. I maschi e le femmine sono separati in ogni attività sin dalla tenera età. Ogni ragazzino, indipendentemente dalle sua capacità intellettuali, dovrebbe sedersi e imparare la Torah, spesso fino a dodici ore al giorno. L’attività fisica non è considerata né incoraggiata. E nemmeno i programmi di base statali come lo studio dell’inglese, della matematica e delle scienze, perché vengono ritenuti dannosi per il miglioramento dell’apprendimento della religione ebraica. Le ragazze sono considerate essere intellettualmente inferiori e altresì di condizione inferiore, pertanto, può andar bene per loro sprecare il tempo su argomenti mondani. E lo fanno.

Nella società haredi, si diploma circa il 50 per cento delle giovani donne, mentre solo il 14 per cento dei loro colleghi maschi si laurea. Questa disparità è motivo di orgoglio nella comunità haredi, in quanto conferisce agli uomini la libertà di dedicarsi a tempo pieno allo studio, con molti di loro che continuano a farlo fino a 30-40 anni. Se le donne haredim hanno spesso più di otto figli, il 75 per cento lavora fuori casa (rispetto al 50 per cento degli uomini) e fa praticamente tutto il necessario per mandare avanti una famiglia. Queste “superdonne” permettono ai loro coniugi di studiare la Torah a tempo pieno. Questo corso di studio implica anche che siano esentati automaticamente dal servizio di leva nell’IDF, le Forze di difesa israeliane.

Prima del 1948, la stragrande maggioranza degli immigrati nella Palestina sotto Mandato britannico (e nell’Impero ottomano prima della Prima guerra mondiale) provenivano dall’Europa orientale e alimentavano varianti delle ideologie di sinistra, collettiviste e secolariste. Le istituzioni create nell’era prestatale divennero le fondamenta dello Stato di Israele, riflettendo il pregiudizio secolare europeo dei primi coloni.

Nella regione, c’era sempre stata una piccola presenza ultra-ortodossa, antecedente al più moderno interesse volto a riunire gli esiliati ebrei che si erano dispersi due millenni prima. Il sogno sionista, intonato ogni anno al tavolo di Pesach per celebrare “il prossimo anno a Gerusalemme”, è stato alimentato dal sempre più feroce antisemitismo in Europa che culminò nella Shoah.

Dopo lo sterminio, tra i nuovi arrivati nella Palestina sotto Mandato britannico c’era un piccolo numero di ultra-ortodossi la cui popolazione antecedente alla guerra era stata particolarmente devastata. In Europa, haredim e chassidim tendevano a essere più poveri rispetto agli altri ebrei, meno integrati e indossavano abiti tradizionali, il che ne faceva i primi obiettivi  e facili bersagli per i nazisti e i loro collaboratori.

Anche i più induriti dei “nuovi ebrei” secolarizzati della Palestina furono commossi dalle vicende degli ultra-ortodossi e dalla loro devozione allo studio dell’ebraismo. Al leader fondatore di Israele, David Ben Gurion, sembrava giusto coltivare un  ristretto gruppo di studiosi della Torah per preservare e portare avanti la tradizione religiosa ebraica e, pragmaticamente, per evitare di esacerbare il conflitto intra-ebraico. Ben Gurion temeva che se non avesse presentato un fronte unito (almeno tra gli ebrei) al resto del mondo, il dissenso interno sarebbe stato usato come scusa per negare il sostegno internazionale al nascente Stato di Israele.

Quando il leader della piccola comunità haredi, Rabbi Avrohom Yeshaya Karelitz (noto con lo pseudonimo di “Chazan Ish”), presentò una sorprendente richiesta, Ben Gurion inavvertitamente gettò le basi di quella che oggi è diventata in Israele la questione più controversa e spinosa.

Ben Gurion decise di esentare dal servizio militare gli studenti delle yeshivot immersi a tempo pieno nello studio della Torah, in cambio dell’impegno da parte di Chazan Ish di sostenere lo Stato – o meglio di non opporsi pubblicamente. (La sua creazione fu osteggiata da altri ebrei ortodossi, i quali ritenevano che lo Stato non dovesse nascere fino all’arrivo del Messia e che qualsiasi Stato ebraico avrebbe dovuto essere governato conformemente alle disposizioni della Torah.) All’epoca, c’erano solo 400 studenti che studiavano professionalmente la Torah. Ben Gurion, tra gli altri, era certo che dopo alcuni anni di vita pienamente emancipata nello Stato moderno, questi giovani uomini si sarebbero liberati della cultura vincolante del loro vecchio paese, avrebbero indossato sandali e pantaloncini, preso una zappa e partecipato appieno allo stato rinato.

L’esenzione che Ben Gurion accordò ai 400 giovani nel 1948 doveva pertanto essere intesa come una misura temporanea. Ma ora, sette decenni dopo, ci sono più di 130 mila uomini che studiano professionalmente la Torah – un risultato che nessuno nei prima anni aveva previsto.

Come ha scritto di recente Asaf Malchi, un ricercatore del programma ultra-ortodosso presso l’Israel Democracy Institute: “Dopo circa un decennio [dal 1948], lo stesso Ben Gurion iniziò a esprimere dubbi sull’esenzione, e sulla mancanza di equità in merito a un accordo che operava una differenza tra gli studenti delle yeshivot ‘che si sacrificano per lo studio della Torah’ e altri giovani ebrei che sacrificano letteralmente la loro vita in difesa dello Stato”.

Tuttavia, l’intesa è prevalsa (più o meno) fino al 1977, quando il neo governo eletto guidato da Menachem Begin cancellò il sistema delle quote ed estese l’esenzione dal servizio militare a un’ampia classe di individui, sul presupposto che, come talvolta si dice, “lo studio della Torah è la loro occupazione”. I fondi necessari per sostenere un sistema di istruzione parallelo in rapida crescita sono aumentati nel corso dei decenni.

Agli studenti delle yeshivot era inoltre proibito lavorare dalla legge, onorando in tal modo la Torah e consentendo loro di dedicarsi al suo studio a tempo pieno. Oltre a radicare la povertà e ad isolare la comunità haredi, questa generosità nazionale ha anche provocato il risentimento in ebollizione di una maggioranza di israeliani, i cui figli hanno continuato a prestare il servizio militare.

Quando Deri fu condannato nel 1999, il rabbino Ovadia Yosef, il leader spirituale della comunità sefardita in Israele, dichiarò: “È innocente”. Nel fare ciò, Rav Yosef minò l’autorità e il rispetto del sistema giudiziario, esprimendo a voce alta ciò che molti nella sua comunità credevano fosse vero: che gli europei elitari, laici e ortodossi “li” rifiutavano e deridevano a causa delle loro origini intellettuali primitive e inferiori.

Il procedimento giudiziario contro Deri fu iniquo. Non fece altro che perpetuare la discriminazione ashkenazita contro gli ebrei sefarditi. Il sistema, egli fece notare, fu manovrato.

Rav Yosef, leader riverito, fondò il partito politico Shas nel 1984, con il mandato di sfidare le politiche e gli atteggiamenti che istituzionalizzarono l’inferiorità sefardita ed emarginavano la sua influenza e il  suo potenziale effetto sull’intera società. La sua visione, unita all’efficacia politica di Deri, rivoluzionò la politica israeliana.

C’è più di un fondo di verità nei risentimenti della popolazione non ashkenazita di Israele, che oggi costituisce la maggioranza della popolazione ebraica nel paese. La maggior parte delle prime ondate migratorie nel territorio che è oggi l’Israele moderno arrivarono a partire dal 1880 da Russia, Polonia e da altri paesi dell’Europa centrale e orientale. Erano motivate a sfuggire alla miseria, all’oppressione e ai pogrom micidiali. Stavano inoltre disperatamente cercando di scrollarsi di dosso il giogo della conformità imposto dall’osservanza religiosa. In Europa, anche gli ebrei “assimilati” erano denigrati e considerati “diversi”, il che indusse Theodor Herzl, lo studioso viennese patrizio e il leader filosofico del sionismo moderno, a concludere che solo in uno Stato ebraico gli ebrei potevano essere “normali”. Avrebbero smesso di essere “l’altro”.

Ciò che Herzl chiaramente non contemplò era un afflusso di ebrei sefarditi e mizrahim provenienti dal Nord Africa, dalla Turchia e dal Medio Oriente, che arrivarono dagli anni Trenta agli anni Cinquanta. Complessivamente, erano meno istruiti e più tradizionalisti rispetto agli ashkenaziti. Nessun illuminismo aveva ancora rivoluzionato i loro paesi d’origine. La leadership israeliana ipotizzò che i nuovi arrivati sarebbero scivolati nel paradigma dell’impresa sionista di sinistra, incontestabilmente e con gratitudine.

Molti sefarditi vennero relegati in frammentate città in fase di sviluppo”, dentro  quartieri simili a baraccopoli ed ebbero una vita di basse aspettative. La crema della società – gli ashkenaziti – dominava Israele attraverso il controllo dei potenti sindacati, del sistema dei kibbutz, l’esercito e le principali istituzioni economiche e sociali, incluso il governo.

In linea di massima, i sefarditi ultra-ortodossi erano meno rigorosi e rigidi nell’esercizio della pratica religiosa. Il loro approccio morbido era ripugnante per gli haredim, che non nascondevano il loro disprezzo, mettendo in discussione la legittimità di molte tradizioni sefardite.

E poi arrivò Deri: sefardita, audace e determinato a sedersi “al” tavolo. Fu celebrato come il volto nuovo degli ultra-ortodossi, promettendo un futuro certo e promettente. Pervase nei sefarditi orgoglio e aspettative al di sopra della posizione da loro ricoperta nella scala sociale. D’ora in poi il “sistema” li avrebbe inclusi e rappresentati, status che non spettava più soltanto agli ebrei elitari dell’Europa.

Come spiega Gilad Malach dell’Israel Democracy Institute: “La comunità ultra-ortodossa si fida dei propri leader, e non della Corte [un’appendice dello Stato]. La loro è una cultura di enclave. La cosa più importante è l’enclave stessa”.

Il che spiega il motivo per il quale, quando venne scarcerato e in seguito al divieto impostogli di non svolgere per sette anni attività politica, Deri trovò accoglienza in Rav Yosef e, contro le aspettative, incoronato nuovamente leader del partito Shas (acronimo per Shomrei Sfarad, “Guardie sefardite”, N.d.T.).

Procedette spedito fino al gennaio 2013, quando il neo partito Yesh Atid, fondato dal giornalista Yair Lapid, ottenne nelle elezioni 19 dei 120 seggi della Knesset, conseguendo un risultato straordinario. Lapid chiese l’integrazione degli haredim in ogni ambito della vita civile, in particolare l’esercito e la forza lavoro. Il suo messaggio risuonò.

Due anni dopo, il partito di Lapid si ridusse ad avere 11 seggi alla Knesset. In vista delle elezioni del 9 aprile di quest’anno, il fondatore di Yesh Atid ha unito le proprie forze a quelle del Partito Blu e Bianco dell’ex capo di Stato maggiore dell’IDF, Benny Gantz, per presentare un’alternativa centrista unificata alla coalizione guidata dal Likud e sostenuta dagli haredim che sembrava pronta per la vittoria.

La mattina del 10 aprile, sono arrivati i risultati elettorali: il Likud era in testa con 35 seggi, più altri 30 seggi di vari partiti di destra, sufficienti per poter contare su un numero di deputati (65) tali da permettere la formazione di una maggioranza parlamentare.

Lo Shas di Deri ha ottenuto 8 seggi alla Knesset. Il suo omologo ashkenazita, l’Ebraismo Unito della Torah (UTJ), ha conquistato sette seggi sotto la guida del rabbino Yakov Litzman. Shas è ora un importante mediatore di potere tra i politici ultra-ortodossi, superando gli ashkenaziti che un tempo erano potenti.

Insieme, Shas e UTJ sono una formidabile forza politica, che controlla il voto ultra-ortodosso in Israele – una coorte in rapida ascesa che è bloccata in un conflitto con lo Stato moderno.

Per legge, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva sei settimane di tempo per negoziare i termini con i suoi potenziali partner di coalizione, cosa che non sembrava avere fretta di fare. Aprile e maggio sono uno speciale periodo dell’anno in Israele. Il calendario è scandito da una serie di festività e solenni cerimonie commemorative, tra cui le giornate che commemorano le vittime della Shoah e le vittime israeliane degli attacchi terroristici nonché quelle cadute nei combattimenti. Netanyahu sembrava maggiormente focalizzato sugli aspetti cerimoniali della posizione da lui ricoperta che sul pugno di ferro per i negoziati necessari alla creazione della coalizione. Era altresì distratto dalle sue questioni legali personali.

Inoltre, il premier sembrava non prendere sul serio la posizione di Avigdor Lieberman, il suo ex ministro e ora suo nemico giurato (come lo sono molti ex deputati del Likud). Lo Shah e l’UTJ avevano immediatamente garantito il loro sostegno, così come l’Unione dei Partiti di Destra. Lieberman è a capo del partito Yisrael Beitenu, che controlla cinque seggi. Senza il suo appoggio, la coalizione di Netanyahu avrebbe ottenuto 60 seggi, uno al di sotto della maggioranza.

Originario della Moldavia, Lieberman è un laico la cui base è composta da immigrati dell’ex Unione Sovietica. I suoi sostenitori tendono a essere di destra, ma laici e poco sensibili  ai diritti di cui godono gli haredim.

Durante la campagna elettorale e il periodo dei negoziati, Lieberman è stato chiaro e coerente. Avrebbe sostenuto la coalizione del Likud solo se il “disegno di legge” da lui negoziato quando era ministro della Difesa (2016-2018) con il Likud e i leader politici haredim fosse stato approvato, senza alcuna modifica. La bozza di legge, infatti, imporrebbe quote di arruolamento molto modeste per i giovani haredim. Ma il progetto di legge è stato delineato per inviare un segnale agli ultra-ortodossi e alla nazione che lo status quo non poteva continuare e non sarebbe continuato a oltranza.

Netanyahu e gli haredim hanno sopravvalutato la loro posizione negoziale, sottovalutando fatalmente la risoluzione di Lieberman. Fino a 48 ore prima della scadenza del periodo di negoziazione, trasudavano sicurezza di sé e fiducia che Lieberman avrebbe capitolato e aderito a ciò da loro definito come un “compromesso” in merito al progetto di legge.

Il loro “compromesso” proposto, tuttavia, era tutt’altro. Prevedeva che il disegno di legge, nella sua attuale forma, andasse alla Knesset per una prima lettura. Il che significava che sarebbe stato presentato formalmente come progetto di legge. Dopo la prima lettura, in genere seguono audizioni, discussioni e modifiche, prima dell’approvazione del disegno di legge come legge.

I termini del “compromesso” erano davvero un inganno subdolo. Dopo la prima lettura, qualsiasi progetto di legge può essere accantonato, e non vedere mai la luce. L’idea, a quanto pare, era quella di consentire a Lieberman di dire al suo elettorato che si era aggiudicato il diritto di presentare il disegno di legge alla Knesset. Allo stesso tempo, gli haredim avrebbero potuto dire all’elettorato che non lo avrebbero fatto approvare. E Bibi avrebbe avuto la sua coalizione. A cose fatte, ovviamene, ci si aspettava che i cittadini se ne sarebbero dimenticati.

Lieberman non era d’accordo. Il suo nuovo mantra era: “Noi sosteniamo uno Stato ebraico e non uno halachico (la legge della Torah)”. Mentre il scadenza si avvicinava, Netanyahu sembrava agitarsi. Stando alle notizie, la sera prima aveva incontrato il leader del Partito laburista, Avi Gabbay, per offrirgli una lista di posizioni di alto profilo da ricoprire nel governo in cambio del suo appoggio. Litzman e Deri hanno duramente criticato apertamente Lieberman per la sua intransigenza e per la riluttanza al “compromesso”.

Improvvisamente, gli esperti e gli analisti che avevano assicurato alla nazione che Lieberman era solo enfatico e che si sarebbe piegato all’ultimo minuto, stavano elogiando la sua risoluta determinazione e la sua posizione di principio.

Intorno alle 23,45 del 30 maggio, un cupo Netanyahu ha fatto il suo ingresso alla Knesset in vista dello storico voto senza precedenti per dissolvere la Knesset prima ancora di formare un governo di coalizione. Era infuriato con Lieberman per aver costretto i cittadini israeliani a finanziare e affrontare immotivatamente nuove elezioni, attribuendo il fiasco esclusivamente all’intransigenza di Lieberman. Subito dopo il voto di scioglimento, Netanyahu ha sferrato quello che per lui era l’ultimo insulto. Ha definito Lieberman “di sinistra”, asserendo che era determinato a sabotare qualsiasi governo di destra. Tenuto conto dell’ultima carta giocata da Bibi, che era quella di chiedere al leader laburista Avi Gabbay di unirsi alla sua coalizione, l’accusa è stata decisamente più che paradossale.

Dopo lo scioglimento della Knesset, Litzman ha detto poche parole, ma Deri era apoplettico. Si è scagliato contro Liberman per aver tentato di “ricattare” i partiti ultra-ortodossi, modificando e intensificando costantemente le sue “richieste deliranti” per appoggiare la coalizione. Curiosamente, però, Deri non ha fornito particolari riguardo alle gravi affermazioni di Lieberman.

Nel frattempo, Lieberman si è tenuto pronto, seguendo la propaganda elettorale. All’indomani dello scioglimento e della programmazione di nuove elezioni a settembre, i sondaggi indicavano che avrebbe ottenuto nove seggi anziché cinque. Molti ora ipotizzano che potrebbe avere il sostegno a due cifre alle elezioni di settembre. Come ha osservato un conoscente marocchino a seguito dello showdown: “Lieberman rappresenta ormai molto più di cinque mandati. Rappresenta la maggioranza su una delle questioni più importanti in questo paese”.

La settimana dopo, vari organi di informazione hanno riportato che l’Ebraismo Unito della Torah (UTJ) aveva richiesto una legislazione che consentisse di tenere eventi pubblici in luoghi in cui la segregazione di genere sarebbe stata imposta per legge. Netanyahu ha negato che questo ciò venisse preso in seria considerazione, minimizzandolo dicendo che era solo una posizione negoziale. La sua credibilità su tali questioni, tuttavia, è stata seriamente compromessa.

Parlando all’ora del tè del tardo pomeriggio di dieci giorni prima dello scioglimento della Knesset, Lapid ha espresso profonda preoccupazione per il modo in cui Netanyahu stava assecondando gli haredim e altri, definendolo “un diretto attacco contro l’anima della nazione”.  A quel punto, è rimasta una forte aspettativa che sarebbe prevalsa una coalizione di centro-destra e una speranza molto più fioca che si concretizzasse un accordo dell’ultimo minuto, in cui il Likud si sarebbe unito al Partito Blu e Bianco di Lapid in quello che sarebbe un governo di unità. Ma Lapid in quel momento aveva ammonito che l’ambizione di Netanyahu lo aveva indotto a fare e a promettere cose che andavano ben al di là dei suoi “limiti, delle cose in cui credeva”.

Ha detto di essere preoccupato per l’erosione delle norme democratiche fondamentali, che non sono così importanti per gli haredim come lo sono per la maggioranza degli israeliani. Lapid temeva che per garantire l’appoggio politico da parte degli haredim Netanyahu fosse pronto a sgretolare le principali istituzioni democratiche, come la magistratura indipendente o il servizio militare.

“I politici haredim ritengono che il paese imponga loro le cose”, mi ha detto Lapid, “come un organismo che fornisce servizi gratuiti rispetto a qualcosa che abbiamo in comune”.

Nel dire questo, Lapid descriveva una comune prospettiva haredi espressa in modo autorevole dall’imprenditore di Gerusalemme Eli Palay. A capo di una azienda editoriale di successo per la comunità haredi, Palay spiega il suo duplice amore per la società haredi e l’identità israeliana come incentivo per la creazione avvenuta sei anni fa dell’Haredi Public Policy Institute, finalizzato a spiegare agli altri la cultura e lo stile di vita degli haredim e a rappresentare il loro punto di vista nei dibattiti di politica pubblica.

Ma per quanto concerne il servizio militare, la sua posizione è inflessibile: lo considera come una forma di ingegneria sociale e di coercizione, e non una questione di sicurezza.

“Non crediamo nell’idea di dover servire lo Stato [in questo modo]”, egli spiega. “Noi non ci crediamo. È una questione di ‘uguaglianza’, questa idea di servire lo Stato. Cosa siamo, comunisti?”

Palay è sprezzante nei confronti di quello che considera un attacco secolare allo stile di vita haredi. Egli ritiene che Lapid e gli altri usino la questione del servizio militare come una “scusa” per continuare a trattare gli haredim come “cittadini di seconda classe”.

La democrazie e il significato dei valori statali condivisi sono molto meno importanti nella cultura haredi  che nelle moderne comunità ortodosse, in quelle tradizionali o secolari. Credono che l’apprendimento della Torah dovrebbe avere la precedenza sugli impegni democratici condivisi. Come ha di recente dichiarato senza mezzi termini una donna haredi nel corso di una conversazione: “L’esercito non è ciò che preserva questo paese, è la preghiera e lo studio degli studiosi della Torah. Gli haredim sono la soluzione al problema. È impossibile spiegare il valore dell’apprendimento della Torah a qualcuno che non glielo attribuisce”.

E qui risiede la più semplice espressione dell’impasse e della formidabile sfida che devono affrontare i leader politici israeliani: indurre un segmento della popolazione estraniato e potente a partecipare appieno alle responsabilità e al privilegio di vivere in una democrazia.

Gli israeliani che non sono haredim vedono il presente con significativa trepidazione, non importa loro il futuro. Gli ebrei haredim costituiscono il 12 per cento della popolazione e si prevede che questa percentuale aumenti fino a raggiungere il 15 per cento entro il 2027. L’onere da porre sul resto della popolazione non è solo iniquo, ma è anche finanziariamente ed eticamente insostenibile. Gli haredim sembrano intenzionati a utilizzare il potere loro conferito dalla struttura e dalle pecche della democrazia israeliana per continuare lungo questa crescente rotta di collisione con la maggioranza della società israeliana – un conflitto intra-ebraico di una portata forse senza eguali dopo la distruzione del Secondo Tempio.

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

https://www.commentarymagazine.com/articles/trembling-before-democracy/

 

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