Diritto e geopolitica

La leggenda nera degli insediamenti: Parte seconda

Dopo avere evidenziato, nell’articolo precedente, la piena legalità degli insediamenti in generale sotto l’aspetto del diritto internazionale e come la comunità mondiale, consideri illegali solo quelli “ebraici”, nel seguente articolo entreremo nel merito di questi ultimi.

Un primo punto molto importante da sottolineare sugli insediamenti è, che liberati da ogni indebito contenuto politico, essi sono semplicemente “Tutte le possibili forme di abitazione umana, dal semplice riparo alla grande città moderna”, come ci ricorda la Treccani. Quelli presenti in Giudea e Samaria (alias Cisgiordania o West Bank) sono sia “ebraici” che “arabi”.

Ci concentreremo qui solo su quelli “ebraici” e sulla loro collocazione su quella parte di territorio che, dopo gli accordi di Oslo del 1995, è diventato noto come Area C.

La prima leggenda da sfatare è che nessuno degli insediamenti ebraici sorge su territorio “arabo” privato espropriato dopo la riconquista del territorio da parte di Israele. Infatti, oltre il 90% di essi sorge su terreni del demanio pubblico concesso in leasing per edificare solo dopo verifiche sulla proprietà da parte delle autorità. La restante parte degli insediamenti ebraici, meno del 10% del totale, quelli più piccoli e più all’interno del territorio, sorge su terreni privati che gli arabi hanno regolarmente venduto a cittadini israeliani (fino a qualche anno fa l’ANP aveva previsto la pena di morte per i proprietari terrieri arabi che vendevano i terreni ad ebrei. Oggi rischiano solo l’ergastolo). Sono pochissimi invece i casi di proprietari ebrei che sono riusciti a farsi restituire le proprietà confiscate dai giordani dopo l’occupazione illegale e la conseguente pulizia etnica del 1948.

E’ da sottolineare che in Giudea e Samaria molto spesso non si ha una piena certezza della proprietà dei terreni, in quanto sono ancora accettate dalle autorità militari israeliane le documentazioni catastali in vigore dal periodo di occupazione giordana, di quello mandatario o addirittura di quello ottomano. Tali documenti sono in molti casi contradditori, carenti e lacunosi perciò molti sono i casi di diatribe e ricorsi di vario genere presso la Corte Suprema, che ha sempre agito in piena imparzialità. Infatti, è molto noto, ad esempio, il caso Dwaikat contro Israele del 1979, conosciuto come il caso Elon Moreh, nel quale la Corte Suprema diede ragione ai proprietari arabi e torto all’esercito in merito alla definizione di “necessità militare” fornita dall’esercito, per consentire la creazione di questo insediamento. A seguito dell’accertamento della Corte Suprema relativamente alla proprietà privata della terra e ritenerne contestualmente inconsistente il valore strategico dal punto di vista militare, tale progetto fu ritenuto illegale e quindi abbandonato. Dopo il caso Elon Moreh, tutte le autorizzazioni di costruzione sono attentamente vagliate e richiedono anni di tempo per ottenere tutti i nulla osta necessari.

La maggior parte degli insediamenti sono stati costruiti nell’arco di tempo che va dal 1967 al 1993. Dalla stipula degli accordi di Oslo del 1993 fino ai primi anni duemila, sono sorti solo 9 nuovi insediamenti. La grande crescita demografica invece, si è verificata tra il 1992 e il 1996 (periodo di governo laburista in Israele) e si è avuta all’interno degli insediamenti già esistenti. Questa crescita è stata pari al 50% della popolazione. Altri 5 nuovi insediamenti sono stati costruiti negli ultimi venti anni. Questi nuovi insediamenti sono stati costruiti all’interno delle competenze che gli Accordi di Oslo hanno fornito alle autorità di Israele. Quindi, anche questi sono pienamente legali anche se oggi, per ragioni politiche, in molti li vogliono considerare illegali.

Come specificato, la grande crescita demografica della popolazione ebraica è avvenuta all’interno degli insediamenti già esistenti e mappati negli accordi di Oslo e lì citati sempre come legali e mai come illegali o “ostacoli” alla pace. Fu per esercitare pressione su Israele che Barack Obama dal 2009, dopo i molteplici rifiuti arabi a tutte le proposte israeliane per implementare gli accordi stessi (da parte di Arafat nel 2000, di Abu Mazen nel 2008), iniziò a considerarli il vero ostacolo all’intesa con gli arabi. Che ciò fosse un’accusa del tutto strumentale lo dimostrò il fatto che neanche il congelamento edilizio di 10 mesi deciso nel 2010 dal governo Netanyahu riportò Abu Mazen al tavolo delle trattative. Da quel momento in poi abbiamo assistito ad una vera e propria rincorsa tra USA e UE ad implementare la “leggenda nera” degli insediamenti “ebraici” fino all’approvazione della Risoluzione 2334 del dicembre 2016 da parte del Consiglio di Sicurezza ONU.

Area C

La cartina 1 offre una buona visione della mappatura degli insediamenti “ebraici e “arabi” di Giudea e Samaria. Questa cartina è stata realizzata dall’organizzazione non governativa Peace Now, che non può essere certo accusata di essere filo governativa. Come si può chiaramente vedere gli insediamenti “ebraici” più grandi e popolosi, quelli colorati di rosso sono principalmente a ridosso della “green line” (la linea di armistizio firmata a Rodi nel 1949 con la Giordania) e attorno a Gerusalemme, mentre i puntini rossi più piccoli sono gli insediamenti scarsamente abitati o le installazioni militari presenti sul territorio. Questo significa che il 75% della popolazione ebraica che vive in Giudea e Samaria (tutti in Area C come previsto dagli Accordi di Oslo) vive negli insediamenti più grandi che sono nelle vicinanze della green line. L’unico insediamento di grandi dimensioni in profondità nel territorio è quello della città di Ariel fondata nel 1978 e non in tempi recenti. In questo blocco risiedono circa 35.000 abitanti cioè l’8% della popolazione ebraica complessiva di Giudea e Samaria. Quindi come si evince chiaramente dalla cartina 1 non è plausibile l’accusa rivolta ad Israele di voler “trasferire” della popolazione civile per cambiare il tessuto etnico di un territorio visto che il 75% della popolazione è concentrato in meno di 10 blocchi di insediamenti tutti a ridosso della vecchia linea di armistizio del 1949.

Gli insediamenti “arabi” sono, invece quelli colorati di marrone, i quali sono tutti (ad esclusione di quelli abusivi in Area C) nelle aree A e B come disciplinati dagli Accordi di Oslo. Questa suddivisione amministrativa del territorio in area A, B (di competenza palestinese) e C (di competenza israeliana) porta ad avere il 95% della popolazione araba amministrata dai palestinesi e il 100% della popolazione ebraica amministrata dagli israeliani.

A più riprese i vari governi israeliani hanno proposto uno scambio territoriale (se si trovasse un accordo definitivo) con l’ANP nel quale gli insediamenti principali siano inclusi nel territorio israeliano. Si tratta di circa il 5% del territorio complessivo di Giudea e Samaria. In cambio Israele offre in compensazione del territorio israeliano. Sotto la cartina 2 (fonte Peace Now) ci offre il dettaglio di una proposta fatta.

Il territorio colorato di blu diverrebbe parte di Israele. In questo territorio risiede il 75% della popolazione ebraica che vive in Giudea e Samaria. Se si trovasse un accordo, in base a questa proposta, il resto degli insediamenti verrebbe abbandonato. Quello colorato di giallo è territorio che verrebbe ceduto ai palestinesi in compensazione. Così facendo rimarrebbe da stabilire con un ulteriore accordo il controllo della valle del Giordano considerata di vitale importanza per la sicurezza. Ad oggi tutte le proposte fatte sono stare rigettate dai palestinesi.

Come si può vedere chiaramente dalla cartina 2 il territorio in blu e i relativi insediamenti non possono essere considerati un reale “ostacolo” ad una soluzione condivisa (ne per estensione ne per presenza demografica). Così come non possono essere considerati tali anche il resto degli insediamenti sparsi sul territorio (la maggior parte dei quali sorgono su territori che gli arabi hanno regolarmente venduto ad ebrei), che se non dovessero venire abbandonati forzatamente, rappresenterebbero meno del 5% della popolazione complessiva di un futuro Stato arabo-palestinese. E’ bene ricordare che gli arabi, ad esempio, in Israele rappresentano oltre il 20% della popolazione. Così come è bene ribadire che la popolazione vietnamita e i relativi insediamenti non sono stati considerati degli “ostacoli” nelle trattative di pace con la Cambogia; così come gli indonesiani in Timor Est o come i marocchini insediati nel Sahara Occidentale. In questo ultimo caso è da sottolineare che i “coloni marocchini” hanno alterato completamente la composizione etnica del territorio, infatti sono ormai la maggioranza assoluta della popolazione complessiva. Ma in nessuna proposta di mediazione fatta da USA o ONU qualcuno si è mai sognato di “proporre” un allontanamento coatto della popolazione marocchina, evidentemente non considerata un “ostacolo” alla pace.

La verità è che la posizione palestinese – sostenuta da ONU, USA e UE – è illegale dal punto di vista del diritto internazionale, in quanto non esiste un solo caso al mondo dove un gruppo etnico chieda la propria indipendenza contestualmente alla richiesta di pulizia etnica di una minoranza che vive nel territorio reclamato.

Di tutti i contenziosi territoriali mondiali esistenti – o esistiti – solo in quello che riguarda Israele, la popolazione e gli insediamenti sono considerati un “ostacolo” alla pace. Tale presupposto non ha alcun fondamento nel diritto internazionale ma trae linfa unicamente dall’agenda politica delle istituzioni che in teoria dovrebbero essere super partes. In parole povere, i così detti mediatori premono su Israele (anche tramite boicottaggi economici come fa la UE) affinché esso compia una vera e propria opera di pulizia etnica degli ebrei presenti in Giudea e Samaria, così come richiesto dai palestinesi come “precondizione” per riprendere le trattative di pace. Ma, se ciò dovesse mai accadere, sarà sufficiente per la pace? Vista l’esperienza della Striscia di Gaza, nella quale Israele ha smantellato tutti gli insediamenti e “trasferito” la popolazione ebraica nel 2005, i dubbi sono più che legittimi. Non ci sarebbe da stupirsi se, subito dopo questa “richiesta” si presenterà la “precondizione” relativa ai rifugiati e al loro “diritto al ritorno” come hanno già fatto intendere i “negoziatori” palestinesi Ottenuta anche questa, rimarrà solo l’ultimo “ostacolo”: Israele stesso. Rimosso anche  Israele ci sarà “la pace”.

 

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