Editoriali

Non più dhimmi – Il trauma dei cristiani in Medio Oriente | di Daniel Pipes

Questo articolo è la trascrizione aggiornata di una conferenza tenuta da Daniel Pipes il 7 marzo 2012 al Christian Solidarity International, un organismo internazionale con sede a Zurigo, in Svizzera, ed è contenuto nel volume The Future of Religious Minorities in the Middle East, a cura di John Eibner. Lanham, Md.: Rowman & Littlefield, 2018, pp. 13-20.

Nel mondo musulmano sunnita, si è sviluppata una nuova corrente di pensiero: la pulizia etnica. Non è un genocidio, ma riguarda l’espulsione delle popolazioni non sunnite. La sua diffusione implica che le minoranze non sunnite avranno un triste futuro nei paesi a maggioranza musulmana; e alcune potrebbero anche non avere un futuro.

Traccerò le origini della pulizia etnica in Medio Oriente, ne rileverò l’impatto soprattutto sui cristiani e analizzerò le possibili reazioni a questo.

Per cominciare, esaminiamo la posizione dei non musulmani nei paesi a maggioranza musulmana prima del 1800.

I musulmani dividevano i non musulmani in due categorie: i monoteisti riconosciuti dall’Islam come seguaci di una fede valida (per lo più ebrei e cristiani) e i politeisti (soprattutto gli induisti), privi di tale riconoscimento. La prima categoria, l’argomento di cui ci stiamo occupando, è nota come Genti del Libro (Ahl al-Kitab).

I musulmani erano relativamente tolleranti nei confronti delle Genti del Libro – ma solo se esse accettavano di diventare dhimmi (persone protette) riconoscendo il dominio dei musulmani e la superiorità dell’Islam: in altre parole, se accettavano di essere inferiori. I dhimmi dovevano pagare tasse speciali (la jizya), non potevano servire nell’esercito o nella polizia, o più in generale non potevano esercitare alcuna autorità sui musulmani. Le leggi suntuarie abbondavano; un cristiano o un ebreo doveva camminare a piedi o andare in groppa a un mulo, ma non a cavallo e per strada doveva cedere il passo ai musulmani. (Ovviamente, la pratica effettiva differiva da un paese all’altro o da un’epoca all’altra.)

Lo status accordato alle minoranze religiose rese i paesi governati dai musulmani molto diversi dal Cristianesimo premoderno. I cristiani che vivevano sotto il dominio islamico godevano di condizioni di vita migliori rispetto a quelle di cui godevano i musulmani sotto il dominio cristiano. Intorno al 1200, si preferiva essere un cristiano nella Spagna islamica anziché un musulmano nella Spagna cristiana. E così anche per gli ebrei: Mark R. Cohen osserva che “sotto l’Islam, soprattutto durante i secoli formativi e classici (fino al XIII secolo), gli ebrei subirono molte meno persecuzioni rispetto agli ebrei vissuti nel mondo cristiano”.

Ma non dobbiamo idealizzare la condizione di dhimmitudine. Sì, è vero, offriva un certo livello di tolleranza, convivenza e deferenza – ma queste si basavano sul presupposto della superiorità musulmana e dell’inferiorità non musulmana. I musulmani potevano anche abusare a piacimento di questa condizione. Nessun cittadino moderno accetterebbe gli inconvenienti di vivere come dhimmi.

Di fatto, la condizione di dhimmitudine fu abolita nei tempi moderni, vale a dire dopo il 1800, quando le potenze europee (quella inglese, francese, olandese, spagnola, italiana, russa e altre) sconvolsero quasi tutto il mondo islamico. Perfino quei pochi paesi – Yemen, Arabia, Turchia, Iran – che sfuggirono al diretto controllo europeo sentirono il predominio dell’Europa.

Gli imperialisti cristiani ribaltarono la dhimmitudine, favorendo i cristiani e gli ebrei, i quali mostrarono una maggiore disponibilità ad accettare i nuovi governanti, ad imparare le loro lingue e competenze, a lavorare per loro e a fungere da intermediari per la popolazione a maggioranza musulmana. Ovviamente, le popolazioni a maggioranza musulmana mal sopportavano questo elevato status di cristiani ed ebrei.

Quando il dominio europeo raggiunse la sua inevitabile fine, i musulmani, una volta tornati al potere, ricollocarono le minoranze al loro posto, e cosa peggiore, non ripristinarono la dhimmitudine, che era stata eliminata. Insicuri di se stessi, i nuovi governanti in genere guardavano cupamente le Genti del Libro, arrabbiati con loro per aver servito gli imperialisti e sospettosi dei loro legami permanenti con l’Europa (e nel caso degli ebrei, i legami con Israele).

Si potrebbe dire che lo status di cittadini di seconda classe dei dhimmi sia ora diventata una condizione di cittadini di terza o quarta classe. Con il crollo dell’Impero ottomano ci furono più persecuzioni di cristiani ed ebrei di quanti ce ne fossero mai state prima, a cominciare dal genocidio del popolo armeno in Turchia nel primo decennio del XX secolo fino ad arrivare ai recenti traumi subiti dai cristiani in Iraq e in Siria.

Prima di continuare con l’esperienza cristiana, soffermiamoci brevemente su quella ebraica. Le antiche comunità ebraiche scomparvero a seguito della fine dello status di dhimmitudine e la creazione dello Stato di Israele nel 1948. Gli ebrei se ne andarono o furono cacciati soprattutto nei venti anni successivi alla Seconda guerra mondiale. La piccola ma vivace comunità ebraica dell’Algeria offre forse l’esempio più lampante dei cambiamenti post-imperiali. Gli ebrei residenti in quel paese erano talmente legati al governo francese che l’intera comunità ebraica lasciò l’Algeria nel luglio 1962 insieme ai governanti francesi. [i] Nel 1945, la popolazione ebraica dei paesi a maggioranza musulmana contava circa un milione di persone; oggi, si aggira tra i 30-40 mila e quasi tutte vivono in Iran, Turchia e in Marocco. In pochissimi risiedono altrove: forse in Egitto ci sono60 ebrei, 9 in Iraq e ancora meno in Afghanistan. Queste sparute comunità di persone anziane non esisteranno più nel giro di pochi anni.

C’è un modo dire che recita: “Prima il popolo del Sabato poi il popolo della Domenica”. E adesso è il turno dei cristiani. I cristiani ora reiterano l’esodo ebraico. Dal 1500 al 1900, i cristiani costituivano un consistente 15 per cento della popolazione mediorientale, secondo David B. Barrette Todd M. Johnson. Nel 1910, questa percentuale era scesa al 13,6 per cento, secondo Todd M. Johnson e Gina A. Zurlo; e nel 2010, i cristiani si erano ridotti a un misero 4,2 per cento, ossia meno di un terzo  rispetto a un secolo prima. Ovviamente, la tendenza al ribasso continua rapidamente.

Come afferma il giornalista Lee Smith: “Essere cristiani in Medio Oriente non è mai stato facile, ma l’ondata di tumulti che ha investito la regione in quest’ultimo anno ha reso quasi insopportabile la situazione per la minoranza cristiana della regione”.[ii] Gli esempi sono allarmanti e per molti versi senza precedenti nella lunga storia delle relazioni fra cristiani e musulmani. Eccone alcuni (a tale riguardo, ringrazio Raymond Ibrahim):

  • In Nigeria, il gruppo islamista BokoHaram uccise nel 2010 almeno 510 persone, soprattutto cristiane, incendiando o distruggendo più di 350 chiese in dieci stati nel nord del paese.
  • In  Uganda, la vigilia di Natale del 2011, i musulmani gettarono dell’acido in faccia a un pastore di una chiesa provocandogli gravi ustioni.
  • In  Iran, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in una chiesa dove si stava celebrando il Natale e tuti i presenti, compresi i bambini della scuola domenicale, sono stati arrestati e interrogati.
  • In Tajikistan, un giovane vestito da Nonno Gelo (ossia Babbo Natale) è stato accoltellato a morte mentre visitava i parenti e portava doni.
  • In Malesia, i parroci e i dirigenti delle chiese hanno dovuto ottenere il permesso per cantare le carole natalizie, fornendo le loro identità e i numeri delle loro carte d’identità alle stazioni di polizia.
  • In Indonesia, “vandali” hanno decapitato la statua della Vergine Maria.

Il messaggio è chiaro: “Cristiani, non siete i benvenuti. Andatevene”.

I cristiani hanno risposto rapidamente lasciando il Medio Oriente, al punto che la fede sta morendo nel suo luogo di nascita. In Turchia, la popolazione cristiana contava 2 milioni di fedeli nel 1920, ma ora ne conta qualche migliaio. In Iraq, il Christian Solidarity International ha scoperto nel 2007 che circa la metà del milione di cristiani che vivevano lì, nel 2003 era fuggita dal paese.Forte il grido dell’Iraqi Christian Relief Council: “Siamo in via di estinzione”.[iii] In Siria, all’inizio del secolo scorso, i cristiani rappresentavano circa un terzo della popolazione, oggi sono meno del 10 per cento. In Libano, la percentuale è passata dal 55 per cento di 70 anni fa a meno del 30 per cento di oggi. I copti se ne stanno andando come mai era successo prima nella loro lunga storia.

In Terra Santa, i cristiani costituivano il 10 per cento della popolazione nel periodo ottomano; quella cifra si attesta oggi intorno al 2 per cento. Betlemme e Nazareth, le più identificabili di tutte le città cristiane, per quasi due millenni sono state a maggioranza cristiana, ma ora non più: sono città a maggioranza musulmana. A Gerusalemme, nel 1922, i cristiani erano più numerosi dei musulmani; oggi, i cristiani della città sono solo il 2 per cento della popolazione. Nonostante questa emigrazione, Khaled Abu Toameh, un giornalista palestinese musulmano, osserva che “Israele rimane l’unico posto in Medio Oriente dove i cristiani arabi si sentono protetti e al sicuro”.[iv]

Il Wall Street Journal riporta che oggi “sono più numerosi i cristiani arabi che vivono al di fuori del Medio Oriente di quelli rimasti nella regione. Circa venti milioni  vivono all’estero, contro i 15 milioni di cristiani arabi che rimangono nel Medio Oriente,  secondo un rapporto dell’anno scorso di un trio di charities cristiane e dell’Università di East London”. Citando Samuel Tadros dello Hudson Institute, il quotidiano rileva che il numero delle chiese copte negli Stati Uniti è aumentato passando da due nel 1971 a 252 nel 2017.

I cristiani d’Oriente stanno affrontando questa crisi in vari modi. Ne esaminerò tre.

I cattolici melchiti (che vivono principalmente in Libano e in Siria) hanno cercato di evitare problemi dicendo ai musulmani esattamente ciò che vogliono sentirsi dire. Il patriarca Grégoire III Laham di Antiochia, disse in modo memorabile nel 2005:

Noi siamo la Chiesa dell’Islam. (…) L’Islam è il nostro ambiente, il contesto in cui viviamo e con cui siamo storicamente solidali. (…) Capiamo l’Islam dall’interno. Quando sento un versetto del Corano, per me non si tratta di una cosa estranea. È una espressione della civiltà cui appartengo.[v]

Grégoire III accusava l’Occidente dell’islamismo: “Il fondamentalismo è una malattia che si scatena e prende piede davanti al vuoto della modernità occidentale”.[vi] Allo stesso modo, il patriarca di Antiochia nel 2010 accusò Israele degli attacchi jihadisti ai cristiani d’Oriente: La violenza

non ha niente a che fare con l’Islam. (…) Ma in realtà è un complotto ordito dal sionismo e da alcuni cristiani con orientamenti sionisti e mira a minare l’Islam e a darne una cattiva immagine. (…) È anche un complotto contro gli arabi (…) per negare loro i diritti e soprattutto quelli dei palestinesi.[vii]

E  nel 2011 Grégoire III ha aggiunto che il conflitto arabo-israeliano è “l’unico” motivo dell’emigrazione dei cristiani orientali dal Medio Oriente e questo sta causando la loro “estinzione demografica”.[viii]

L’approccio del patriarca di Antiochia equivale a dire: musulmani, per favore, non fateci del male; diremo tutto ciò che volete. Non abbiamo una nostra identità. Siamo, di fatto, una specie di musulmani. È una supplica dhimmi per l’era post-dhimmi.

I maroniti storicamente hanno offerto l’esempio più eclatante di contrapposizione a questa autodenigrazione. Per ragioni teologiche (la Chiesa cattolica) e geografiche (le montagne), essi rappresentavano la comunità cristiana più assertiva e libera del Medio Oriente. Armati e autonomi, mantennero a distanza i signori islamici.

Nel 1926, indussero una potenza imperiale, la Francia, a creare uno Stato – il Libano – per loro. Ma i maroniti erano avidi: anziché accettare un “Piccolo Libano” dove loro e altri cristiani avrebbero costituito l’80 per cento della popolazione, chiesero e ottennero un “Grande Libano” dove costituirono meno del 40 percento della popolazione totale. Cinquant’anni dopo, nel 1976, i maroniti pagarono il prezzo di questa pretesa quando i musulmani scatenarono una guerra civile che durò quindici anni e distrusse il potere maronita.

I maroniti reagirono accusandosi a vicenda. Se alcune fazioni continuarono ad essere ribelli, la fazione più importante divenne simile ai melchiti. Nel 1991, l’ex generale Michel Aoun affrontò i siriani; oggi, adula Hezbollah e serve il jihad. Come rilevato da Lee Smith:

I maroniti si erano sempre distinti per essere una delle più ostinatamente indipendenti sette religiose della regione. Ma la paura, il risentimento e il calcolo politico a breve termine oggi li hanno spinti a cercare protezione e patrocinio da parte degli elementi più pericolosi e retrogradi del Medio Oriente: la Siria, l’Iran e Hezbollah.[ix]

In breve, i maroniti sono passati dall’essere dei cristiani liberi a dhimmi parziali.

Dalla conquista islamica, circa quattordici anni fa, i copti egiziani hanno intrapreso un cammino quasi opposto a quello maronita. La loro geografia (piatta), la loro storia (un forte governo centrale) e la loro società (frapposta tra i musulmani) erano sfavorevoli al potere indipendente, costringendo i copti a chinare il capo. Accettando pienamente la condizione di dhimmitudine, i copti sopravvissero e riuscirono a resistere all’islamizzazione meglio di quanto fecero molti altri cristiani d’Oriente, come attestano i loro numeri relativamente elevati.

L’epoca coloniale offrì loro un ruolo più importante, che assunsero prontamente, come simboleggiato dal nonno dell’ex segretario generale delle Nazioni Unite BoutrosBoutros-Ghali, che fu primo ministro dell’Egitto dal 1908 al 1910. Questa parentesi di potere terminò con la partenza degli inglesi negli anni Cinquanta.

A partire dal 1980, ebbero luogo due sviluppi paralleli. Da un lato, gli islamisti presero sistematicamente di mira i copti, praticando varie forme di coercizione e violenza contro di loro, spalleggiati dal governo egiziano, che in genere attribuisce al fatto di mantenere ottime relazioni con gli islamisti maggiore priorità rispetto al fatto di proteggere la sua minoranza cristiana. I cristiani divennero una specie di calcio politico; ad esempio, Hosni Mubarak fece il doppio gioco, fingendo di essere il protettore dei copti, mentre era tutt’altro.

In compenso, i copti, dopo secoli di semisilenzio, trovarono la loro voce collettiva. Si organizzarono per difendersi, per parlare apertamente del loro dramma e guidare le proteste quando un presidente egiziano si recò in visita a Washington. Nonostante una lunga tradizione di quiescenza, i copti stavano diventando i nuovi maroniti.

Nonostante questi disparati metodi – super-dhimmi, dhimmi e assertivo – il futuro del Cristianesimo in Medio Oriente sembra cupo. La posizione ammessa del dhimmi ha lasciato il posto a un fugace miglioramento seguito da una mentalità di pulizia etnica.

Si sente molto parlare dell’odio e della paura dell’Islam, ora chiamati “islamofobia”. Ma secondo Ayaan Hirsi Ali, ex musulmana ed ex parlamentare olandese, il vero problema è qualcosa di completamente diverso: la cristofobia.

Una valutazione imparziale degli eventi e delle tendenze recenti porta alla conclusione che l’entità e la gravità dell’islamofobia  impallidiscono rispetto alla sanguinosa cristofobia che attualmente è in corso nei paesi a maggioranza musulmana da un capo all’altro del globo. Il complotto del silenzio che circonda questa violenta espressione di intolleranza religiosa deve cessare. È in gioco nientemeno che il destino del Cristianesimo, e in definitiva di tutte le minoranze religiose [tra i musulmani].[x]

Insieme, la pulizia etnica degli ebrei e quella dei cristiani segnano la fine di un’era. L’affascinante molteplicità di aspetti della vita mediorientale viene ridimensionata alla piatta monotonia di un’unica religione e di una manciata di minoranze assediate. L’intera regione, non solo le minoranze, è impoverita da questa tendenza.

Cosa possono fare gli occidentali – e in particolare Christian Solidarity International – per risolvere questo problema?

Esistono soltanto due opzioni: proteggere i non musulmani – cristiani ed altri – in modo che continuino a vivere nei paesi a maggioranza musulmana oppure aiutarli ad andarsene, rinunciando alle loro storiche patrie.

La prima opzione è ovviamente preferibile perché i cristiani hanno un diritto inalienabile a restare nei loro paesi. Ma in che modo gli occidentali li aiutano a raggiungere questo obiettivo? Ciò richiede sia atti di volontà da parte loro sia una propensione da parte dei musulmani al cambiamento. Ma nessuna delle due ipotesi sembra minimamente una prospettiva realistica. Soprattutto quando sono in gioco i diritti umani degli altri, i governi democratici da soli non possono prendere delle decisioni: hanno bisogno del sostegno popolare. Al momento, gli occidentali sembrano riluttanti a prendere i provvedimenti necessari – come la pressione economica e militare – per garantire la sopravvivenza in loco del Cristianesimo mediorientale.

Il che rende l’alternativa meno allettante: aiutare i cristiani ad andarsene e accoglierli. L’emigrazione è un’esperienza intrinsecamente dolorosa e le democrazie avranno difficoltà a formulare politiche che diano priorità ai fedeli di certe religioni. Indipendentemente da questi e altri aspetti negativi, la migrazione è un’opzione reale e su cui agire quotidianamente.

E così, i cristiani d’Oriente,tragicamente, stanno scomparendo sotto i nostri occhi dalle loro antiche terre natali.

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

Qui l’articolo originale in lingua inglese

Opere citate

Ali, AyaanHirsi. “The Global War on Christians in the Muslim World”. Newsweek. February 6, 2012.

Berger, Judson. “Mob Attacks on Iraqi Christian Businesses Raise Security Concerns”. Fox News. December 9, 2011.

Lloyd C. Briggs and NorinaLamiGuède, No More For Ever: A Saharan Jewish Town, (Cambridge, Mass: Papers of the Peabody Museum of Archaeology and Ethnology, 1964).

Cohen, Mark. Under Crescent and Cross – The Jews of the Middle Ages (Princeton: Princeton University Press, 1994).

Fowler, Jack. “Melkite Patriarch Absolves Islam, Blames ‘Zionist Conspiracy’”. National Review. December 13, 2010.

The Free Library. “Catholic patriarch warns Christians face ‘extinction”. The Free Library. No date.

Toameh, Khaled Abu. “Arab Spring Sending Shudders Through Christians in the Middle East”. GatestoneInstitute. December 20, 2011.

Valente, Gianni. “Noi siamo la Chiesa dell’islam. Intervista con il patriarca di AntiochiaGrégoire III Laham”. Sinodo dei Vescovi n. 10 (2005).


[i] Lloyd C. Briggs and NorinaLamiGuède, No More For Ever: A Saharan Jewish Town, (Cambridge, Mass: Papers of the Peabody Museum of Archaeology and Ethnology, 1964).

[ii] Lee Smith, “Agents of Influence,” Tablet, January 4, 2012 (consultato il 17 febbraio 2017).

[iii]Citato in precedenza da Judson Berger, “Mob Attacks on Iraqi Christian Businesses Raise Security Concerns,” Fox News, December 9, 2011 (consultato il 17 febbraio 2017).

[iv]Cfr.Khaled Abu Toameh, “Arab Spring Sending Shudders Through Christians in the Middle East,” Gatestone Institute, December 20, 2011 (consultato il 17 febbraio 2017).

[v]Citato in precedenza da Gianni Valente, “Noi siamo la Chiesa dell’Islam”. Intervista con il patriarca di Antiochia Grégoire III Laham, Sinodo dei Vescovi no. 10 (2005) (consultato il 17 febbraio 2017).

[vi]Ibid.

[vii] Citato in precedenza da Jack Fowler, “Melkite Patriarch Absolves Islam, Blames ‘Zionist Conspiracy,'” National Review, December 13, 2010 (consultato il 17 febbraio 2017).

[viii]Citato in precedenza daThe Free Library, “Catholic patriarch warns Christians face ‘extinction,'” The Free Library, n.d. (consultato il 17 febbraio 2017).

[ix] Lee Smith, “Agents of Influence,” Tablet, January 4, 2012 (consultato il 17 febbraio 2017).

[x] AyaanHirsi Ali, “The Global War on Christians in the Muslim World,” Newsweek, February 6, 2012,  (consultato il 17 febbraio 2017).

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