Interviste

Trump e il nuovo scenario Mediorientale: Parla Daniel Pipes

A seguito delle ultime decisioni e dichiarazioni di Donald Trump relativamente all’Autorità Palestinese, L’Informale ha voluto sentire il parere di Daniel Pipes, ospite frequente su queste pagine e tra i maggiori esperti internazionali di Medioriente.

Un anno dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca qual è la sua valutazione della politica americana in Medioriente?

Ho diverse preoccupazioni relativamente a Trump ma in questa fase sono sensibilmente a favore di buona parte della sua politica mediorientale.

Trump ha dichiarato che la questione di Gerusalemme è “fuori dalle trattative” e che taglierà ulteriori fondi all’Autorità Palestinese se non tornerà a negoziare con Israele. Cosa ne pensa di queste dichiarazioni?

Sta facendo la cosa giusta per motivi sbagliati. Ha intrapreso questi passi per riattivare un processo diplomatico vecchio di trenta anni il quale è dannoso e destinato a fallire. Israele potrebbe pagarne le conseguenze.


In una intervista rilasciata a maggio al nostro giornale lei ci ha detto che con il passare del tempo Trump maturerà un atteggiamento “moderatamente ostile” nei confronti di Israele. Alla luce dei recenti sviluppi ha cambiato idea?

Per il momento sì. Ma attribuisco la buona situazione in cui si trova attualmente Israele agli errori dei palestinesi piuttosto che alla considerazione di Trump nei confronti dello Stato ebraico. Se i palestinesi dovessero rimediare ai loro errori, l’atteggiamento potrebbe mutare drasticamente.

Quanto è efficace la decisione americana di tagliare i fondi all’UNRWA?

Non è efficace per niente. Soltanto il governo del Belgio si è offerto di pagare un terzo della riduzione e molti altri paesi lo stanno seguendo, persino il Middle East Forum ha partecipato! Inoltre, tagliare i fondi non affronta l’aspetto più rilevante e dannoso dell’UNRWA, in altre parole il suo obiettivo di incrementare la popolazione dei rifugiati invece di diminuirla.

L’atteggiamento risoluto dell’Amministrazione Trump nei confronti dell’Autorità Palestinese, lascerà il suo capo, Mahmoud Abbas, nell’incapacità di predisporre ulteriori inganni?

Al contrario, lo invita ulteriormente a ingannare fingendo di volere parlare di pace con Israele.

Ritiene che un eventuale Stato palestinese sia la soluzione al conflitto, o, insieme a Martin Sherman, pensa che questo sia un modello fallito, un relitto ideologico del passato?

Ho discusso lungamente con Martin Sherman su questa questione. Se i palestinesi dovessero completamente rinunciare alle loro rivendicazioni territoriali contro Israele insieme alla loro campagna di delegittimazione, accetterei uno Stato palestinese. Ma questa prospettiva è completamente teorica e lontana da noi di almeno un secolo.


Sembra che la “causa palestinese” abbia perso molto del suo fascino per gli stati arabi sunniti. L’Iran e la Turchia sono diventati i suoi principali sponsor mediorientali. Si tratta di un punto di svolta?

Sì, un punto di svolta temporaneo. Una volta che la minaccia iraniana sarà passata, gli stati arabi sunniti potrebbero nuovamente riscoprire la causa palestinese.

Considera il principe reale Mohammad bin Salman dell’Arabia Saudita una risorsa per Israele?

E’ un po’ forte come affermazione. Lo considero una risorsa per l’Arabia Saudita e spero che insieme ai suoi sforzi di modernizzazione diminuirà l’ostilità araba nei confronti di Israele.

In un’intervista con L’Informale, Edward Luttwak ha detto: “L’Iran sembra una grande potenza se si guarda la situazione rispetto alla guerra in Siria, ma questa è solo un’immagine che non corrisponde alla verità. In Siria l’Iran mette in campo dodicimila soldati i quali vengono reclutati in Iran, Afghanistan e Pakistan.  Appartengono a gruppi sciiti dove la povertà regna sovrana e che per 3, 4 dollari al giorno sono disposti a fare qualsiasi cosa…la teocrazia è molto abile nel vendersi e nel nascondere la propria natura fallimentare”. E’ d’accordo con questa analisi?

No. Ogni parte coinvolta in un conflitto ha le sue debolezze, ma concentrarsi solo su queste senza guardare ai suoi punti di forza o alle debolezze degli antagonisti distorce la situazione. Mi sembra che sia quello che abbia fatto Edward Luttwak. Nonostante i suoi problemi, l’Iran è l’aggressore di successo in Medioriente, attualmente dominante in quattro capitali arabe.

Il governo degli Stati Uniti dovrebbe operare per fare cadere il regime iraniano o dovrebbe semplicemente continuare a guardare e aspettare la sua eventuale fine?

La prima opzione. Mi frustra e stupisce che nonostante 39 anni di aggressione iraniana, dal sequestro dell’ambasciata USA al consolidamento del nucleare, porre fine alla Repubblica Islamica dell’Iran non sia mai stata la politica degli Stati Uniti.

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